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La categoria Ambiente di Economia Cristiana

Le professioni di domani non potranno non tenere in considerazione che la sostenibilità dei processi produttivi ed economici non può più essere considerata un optional ma una conditio sine qua non. Quando si parla di green jobs non parliamo infatti soltanto di figure tecniche legate a nuovi settori come la biochimica, il riciclo dei rifiuti o le energie rinnovabili in cui l’innovazione tecnologica sta cambiando profondamente mestieri e professioni. Conoscenze e competenze legate ai temi della sostenibilità diventeranno fondamentali per moltissime figure professionali.
E a proposito di giovani e di futuro l’Università Cattolica del Sacro Cuore si è resa protagonista di una bella iniziativa selezionando 50 ragazzi provenienti da tutte le sedi dell’Ateneo per partecipare al Villaggio per la Terra 2018 come dei tutor in grado di guidare il pubblico alla scoperta dell’Agenda 2030 e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. A coordinarli dal punto di vista scientifico l’Alta Scuola per l’Ambiente, il cui direttore, Pierluigi Malavasi è intervenuto ai microfoni di "A conti fatti", rubrica radiofonica rdi EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Con l'Agenda 2030 la politica internazionale ha concordato sull'insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale, affermando una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

Si apre per questo un processo culturale ed evolutivo che investe gli imprenditori di una nuova missione sociale ed ambientale. La ricerca del profitto per la propria organizzazione si trasforma nella ricerca di prosperità, e quindi non solo di ricchezza ma anche salute, qualità della vita, felicità per i lavoratori e la comunità in cui opera. Economia civile, economia di comunione, economia responsabile, nuova economia, sono espressioni che fanno capire quanto il tessuto imprenditoriale sia vivace e pronto alla sperimentazione di modelli di impresa più centrati sull’uomo che sul profitto.

Questa nuova declinazione del concetto di prosperità sarà oggetto di un approfondimento al Villaggio per la Terra, il 23 aprile a Villa Borghese, in un talk show pubblico curato da Giorgio del Signore, imprenditore membro del coordinamento EDC – Economia Di Comunione Italia. Ce ne ha parlato lui stesso in un’intervista in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Un processo economico produttivo, sano e sostenibile passa inevitabilmente per la sua capacità di ottimizzare uso, riuso e riciclo delle risorse naturali.
Vetro, carta, legno, plastica se correttamente differenziati e riciclati possono diventare materie prime seconde, nuovi materiali, risorse preziose in grado di far risparmiare sui costi di produzione e di salvaguardare l’ambiente. Per far tutto questo il punto di partenza è costituito da un buon processo di raccolta. In questo senso una punta di eccellenza tutta italiana è costituita dal CONOU, Consorzio Nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli Oli minerali Usati il cui presidente Paolo Tomasi interviene su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Questo inverno molto piovoso non deve illudere: gli esperti annunciano un nuovo periodo di siccità estiva in Italia. L’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue, ha lanciato l’allarme sulle riserve idriche che, ad esempio, nel Mezzogiorno si sono ridotte addirittura della metà rispetto al 2010.

Su A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, interviene sul tema Francesco Vincenzi, presidente dell’ANBI - Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue
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Gli Oceani sono degli straordinari regolatori del clima, assorbono infatti circa il 30% della CO2 prodotta dall’uomo, proteggendoci in questo modo dagli effetti del riscaldamento globale. Il mare inoltre garantisce il sostentamento di 3 miliardi di persone che dipendono dalla biodiversità marina e costiera.
 Tutto questo oggi, in particolare in alcune aree del pianeta, è a rischio a causa di fenomeni come inquinamento o pesca eccessiva.
 Sul tema “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha interpellato Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, storica associazione impegnata  per la tutela di questo prezioso ecosistema.

Domeniche a piedi, divieti di circolazione, fasce verdi, targhe alterne.
 Sono tutti provvedimenti che da eccezionali stanno diventando ordinari, in particolar modo in alcuni periodi dell’anno. 
Del resto l’aria delle nostre città, soprattutto nei centri più grandi, sta diventando irrespirabile al punto che l’Italia è tra quei paesi europei a rischio infrazione a causa proprio della qualità dell’aria.
Il livello delle polveri sottili sfora spesso e volentieri i limiti previsti dalla norma, come conferma anche l’ultimo Rapporto sulla Qualità dell'Ambiente Urbano rilasciato dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
Interviene su “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Franco Desiato, responsabile dell’Area monitoraggio qualità dell’aria e climatologia operativa di ISPRA.

Quand’è stata l’ultima volta che avete ammirato la via Lattea senza il disturbo di un diffuso chiarore all’orizzonte? Questa è un’esperienza che ormai può capitare solo in paesi lontani, oppure in mare aperto o su qualche montagna isolata. L’Italia infatti risulta, tra i paesi del G20, quello più colpito dall’inquinamento luminoso: effetto collaterale del cosiddetto sviluppo. Illuminazione domestica, eventi serali e notturni, giochi di luce vari, ma soprattutto un’illuminazione pubblica mal concepita, indirizzano gran parte della luce artificiale verso il cielo notturno, tanto che sulle foto satellitari lo stivale risalta, di notte, come poche altre aree del globo. Le conseguenze di tutto ciò non sono solo culturali: l’aver perso quasi il ricordo del cielo stellato; ma anche pratiche e ambientali.
Ne abbiamo parlato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, intervistando Alberto Cora, astronomo e ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, responsabile della didattica e della divulgazione per l’Osservatorio Astrofisico di Torino.

 

Professor Cora come si misura l'inquinamento luminoso? È chiaro che debba esserci della luce in città, ma quando si supera il limite, e come lo stabilite?

Innanzitutto parliamo di come si misura, il che ci dà un’idea della rappresentazione di questo problema. L'inquinamento luminoso viene misurato dallo spazio, tramite immagini di satelliti che vedono tutta la superficie della Terra, più o meno buia di notte e più illuminata in prossimità della città, abbinandole e integrandole con osservazioni fatte al suolo. Queste osservazioni si effettuano con degli “Sky Quality Meter” che misurano la luminosità del cielo, inteso come quella parte di buio che dovrebbe esserci tra le varie stelle. Questo ci dà un'idea di quanta luce emettiamo nello spazio.

Quali sono le fonti, le cause preminenti di questo inquinamento luminoso nella città?

È proprio l'illuminazione pubblica. Avete presente quelle immagini che Samantha Cristoforetti mostrava dallo spazio? Sono spettacolari, perché si vede ad esempio tutta la penisola italiana con i bordi illuminati e le città. Però è spreco: uno spreco causato dall'illuminazione pubblica. Pochi si domandano il motivo per cui la Space Station dovrebbe essere illuminata dalle città e dalla terra: è luce male orientata; luce diffusa male; e luce forse anche troppo intensa.

A parte le fonti pubbliche come i lampioni, i monumenti, ecc.  c'è un una “colpa” di noi privati per l’illuminazione che va verso l'alto?

Certamente una componente è legata anche ai nostri giardini e a tutto il resto, ma la colpa è soprattutto del fatto che noi vogliamo avere gli ambienti molto illuminati, e questo ci dà una sensazione di falsa sicurezza e porta effettivamente a dello spreco. Ci sono state delle cittadine francesi, ad esempio Saumur (cittadina sulla Loira, ndr), che hanno semplicemente preso l'iniziativa di spegnere le luci, l'illuminazione pubblica, dopo l'una di notte. Ovviamente questo ha creato un po’ di difficoltà agli amministratori, perché il problema era la sicurezza notturna: non c’è stato nessun aumento di criminalità e il comune di Saumur è riuscito a fare un risparmio di 85 mila euro l'anno. Secondo me la nostra colpa è volere ambienti troppo luminosi. Se l'illuminazione pubblica fosse realizzata in maniera corretta, si potrebbe risparmiare circa un terzo dei bilanci delle nostre amministrazioni. Per l'Italia significa risparmiare qualcosa come 500 milioni di euro, quasi mezzo miliardo.

Lei è anche un divulgatore, e ovviamente fa moral suasion su questo tema. Che risposta vede nel pubblico? Le persone comuni sono sensibili a questo problema?

No. Secondo me il fatto, anche divertente, è che non c'è percezione del problema, C'è un episodio buffo, anche se drammatico, che si è verificato a Los Angeles nel 1994. Drammatico perché successivo a un terremoto del settimo grado. La città di Los Angeles fu interessata da un black out e la gente riuscì finalmente a vedere il cielo. E che cosa fecero? Telefonarono al 911. Non è il numero di telefono del locale osservatorio astronomico ma quello della polizia: erano allarmati dalla presenza di un qualcosa di lattescente nella volta celeste. Quel qualcosa di lattescente altro non era che la Via Lattea. Significa che tutta quella gente aveva perso completamente l'abitudine ad osservare il cielo; in quell’occasione era riuscita a vedere la Via Lattea, che è uno spettacolo eccezionale, e ne venne allarmata. Questo dà l'idea di come la gente non percepisca qual sia il problema. È un problema anche culturale: la mancanza di un rapporto con il cielo che è un rapporto millenario. Secondo me la gente non si rende conto del problema.

Quali sono, per la scienza, le conseguenze nel perdere il cielo stellato notturno?

C'è una spiacevole conseguenza culturale: il fatto di non poter osservare il cielo, anche per la gente comune, è un'esperienza che ci manca. Tenete conto che da una città come Torino (io abito vicino, a Chieri) in una nottata serena normalmente si riescono ad osservare e contare nel cielo qualche decina di stelle. Quando ci troviamo in montagna, in quelle serate eccezionali in cui vediamo la volta stellata, ci stupiamo; ma in realtà, se andassimo a contarle, conteremmo nell'ordine del centinaio di stelle. Però nel cielo notturno privo di inquinamento luminoso, in assenza di luna, si possono contare almeno tremila stelle in una notte; è come trovarsi sotto una coperta di stelle e noi, questo spettacolo, ce lo siamo persi: significa una perdita culturale per ognuno di noi. Per quanto riguarda noi professionisti, certamente abbiamo opportunità che altri non hanno: andiamo normalmente ad osservare all'estero. Non è un caso che il Telescopio Nazionale Galileo, il telescopio italiano per eccellenza, sia situato alle Canarie e non sia più sul suolo italiano.

Ci sono anche conseguenze fisiologiche per l'uomo. Quali sono le conseguenze per la salute umana?

Sono ancora soggette a studi. Si vedono abbastanza bene le evidenze per quanto riguarda la fauna. Ad esempio i chirotteri, i pipistrelli, sono molto influenzati da queste fonti di luce artificiale, nel modo in cui cercano il cibo. Tutti gli insetti sono attirati dalle luci artificiali e questo altera notevolmente l'ecosistema. Quando si altera l’ecosistema, probabilmente ci sono anche conseguenze per noi. Per l'uomo, però, ci sono effettivamente pochi studi, sebbene ci siano delle situazioni un po’ preoccupanti: ci sono città come Singapore che sono talmente illuminate di notte che praticamente l’occhio umano non ha più necessità di quell’accomodazione per la visione notturna. Che cosa questo comporterà negli anni futuri non è ancora chiaro; però, certamente, in questa maniera stiamo alterando le condizioni normali di vita.

Come si può rimediare a questa situazione? Come dovrebbero cambiare, tecnicamente, le luci della nostra città?

Visto che questo inquinamento luminoso è dovuto allo spreco, dobbiamo imparare a non sprecare. In questo ci potrebbe essere d'aiuto la nuova tecnologia del led, che è molto più efficiente di una lampadina comune: circa 50 volte più efficiente delle sorgenti fluorescenti. Sostituire l'illuminazione pubblica con quella a led ci permette per esempio di ridurre effettivamente lo spreco, anche in termini di soldi. Il problema del led è il fatto che, essendo più efficiente, i comuni sono spesso tentati ad illuminare di più, e quindi a generare nuovo inquinamento luminoso. Questo, possibilmente, dev’essere evitato, perché se si vogliono realizzare dei risparmi importanti per il nostro portafoglio è meglio fare l'illuminazione un po’ più calibrata su quelli che sono i criteri ambientali minimi. Quindi: illuminare bene e meno, in modo tale da risparmiare di più. A questo proposito posso aggiungere che inizia ad esserci anche una sensibilità nel nostro governo: infatti la Legge di Bilancio 2018 invita i comuni a rivedere l'illuminazione pubblica e adottare dei sistemi d'illuminazione più efficienti.

A questo proposito il Consiglio Regionale del Piemonte ha varato un regolamento qualche giorno fa.

Io ne sono molto felice, perché questo provvedimento giunge al momento buono: proprio nel momento in cui i comuni sono interessati a queste nuove tecnologie per ridurre i costi della bolletta. L'invito principale è ad orientare bene in luce, in modo che l'illuminazione verso l'alto sia praticamente zero; calibrare queste sorgenti luminose prendendo come riferimento dei parametri di illuminazione minima, in modo da non abbagliare il guidatore e allo stesso tempo non sprecare il vantaggio che ci offre la luce led. Altre cose importanti, e quasi banali: ad esempio ridurre gli orari di accensione delle insegne luminose. Magari evitare che ci siano queste luci inutili dopo la mezzanotte.  

L'Italia è il paese con maggior patrimonio storico e risulta molto influente a livello culturale, ma risulta fuori dalle classifiche per investimenti, trasparenza gestione dll’amministrazione pubblica e qualità della vita. Questi almeno i parametri dati da News & World Report Best Countries in occasione del World Economic Forum di Davos. In base a quanto emerge dal report ad aggiudicarsi la medaglia d’oro di miglior Paese al mondo è la Svizzera; dopo di lei Canada, Germania, Regno Unito e Giappone. L’Italia si classifica al quindicesimo posto anche se ribalta la classifica per quanto riguarda il patrimonio di arti e tradizioni, seguita da Spagna e Grecia, e dei migliori Paesi da visitare. In quest’ultimo caso ci piazziamo sul secondo gradino del podio, preceduti dal Brasile e seguiti dalla Spagna, che si piazza al terzo posto. Medaglia d’argento per l’Italia anche come miglior Paese per viaggiare da soli; in questa classifica la Spagna ci precede.

Queste le virtù del nostro Paese ma, purtroppo, ci sono anche molte note dolenti: non rientra nella Top 20 per quanto riguarda l’apertura agli affari, l’imprenditorialità e la possibilità di riuscita degli investimenti. A rendere la situazione ancora più compromessa è la posizione che l’Italia occupa per la qualità della vita: nulla possono il clima o il cibo se mancano i servizi, se il lavoro è sempre più precario e se le regole del bel Paese sono caratterizzate da una generale fragilità. Per quanto riguarda la capacità d’influenza sulla scena politica mondiale siamo decimi, diciottesimi come potenza politica, preceduti dalla Svizzera. Per la categoria “miglior Paese in cui crescere i figli” ci piazziamo al diciassettesimo posto; tredicesima postazione, invece, per quanto riguarda il miglior Paese in cui avviare una carriera. 

Terra dei fuochi” è un’espressione diventata ormai parte del vocabolario italiano contemporaneo. Definisce una grande parte delle province di Napoli e Caserta, dove i roghi tossici periodicamente distruggono rifiuti di ogni genere, sprigionando gas nocivi. L’emergenza ambientale riguarda anche quei terreni in cui per decenni sono stati interrati senza criterio rifiuti urbani e industriali, e le acque dove penetrano le sostanze inquinanti che colano dalle montagne di spazzatura. Inchieste giornalistiche, documentari, persino film e fiction hanno contribuito a dipingere a tinte fosche quella che per millenni è stata la “campania felix” d’Italia: uno dei territori più ricchi e fertili per l’agricoltura. Nell’opinione pubblica si è fatta largo l’idea che i prodotti della terra provenienti dalla Campania siano in parte contaminati e che i residenti di quelle province vivano col rischio concreto di contrarre malattie legate all’inquinamento.
A dicembre l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno ha presentato i dati di uno studio capillare su terreni, prodotti e analisi su residenti volontari che sembrano smentire del tutto queste preoccupazioni. Ne abbiamo parlato in “A conti fatti” con Antonio Limone, direttore generale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno; intervista trasmessa da Radio Vaticana Italia FM 105.0.

Le case automobilistiche hanno ormai compreso che le macchine del prossimo futuro non potranno più circolare se saranno spinte da carburanti inquinanti. Tutti concordano sul fatto che, a lungo termine, la soluzione è quella del motore elettrico, ma mentre alcuni marchi puntano per il momento sulle motorizzazioni ibride elettrico/benzina, altri hanno saltato un passaggio e propongono agli automobilisti/clienti veicoli già elettrici al 100%. Una scelta per certi versi coraggiosa, per ora non premiata dal mercato, che deve fare i conti con un muro culturale duro da scalfire. Delle tecnologie oggi disponibili per le auto elettriche, del confronto con i motori tradizionali e delle prospettive per il prossimo futuro di questo settore cruciale, abbiamo parlato con Bruno Mattucci, presidente e amministratore delegato di Nissan Italia che poche settimane fa ha annunciato un accoro strategico con Enel, in occasine del lancio di un nuovo modello di auto. L’intervista è tratta da “A conti fatti” rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa ogni mercoledì alle 11.30 da Radio Vaticana Italia.

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