Che fine ha fatto l’urbanistica?

Scritto da   Domenica, 20 Settembre 2015 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Ludovica Marinaro, architetto e redattore della rivista Nip Magazine interviene su A Conti Fatti, programma a cura di Economiacristiana.it in onda su Radio Vaticana Italia ogni domenica e festivi alle 15.40 e tutti i lunedì alle 11.35 .

 


Come stanno cambiando le nostre città? Quali sono i criteri urbanistici e architettonici che orientano oggi la costruzione dei nostri edifici?
Le nostre città stanno subendo una trasformazione importante. Negli ultimi trent'anni i due fenomeni principali che hanno contribuito al loro cambiamento, si possono riconoscere da una parte nel consolidamento del modello di città diffusa, dall'altra parallelamente nella proliferazione di insediamenti edilizi, negli spazi periurbani e rurali della città, che non hanno fatto altro che incrementare quel fenomeno di frammentazione degli insediamenti e del paesaggio. Questi due fenomeni si sono chiaramente verificati per cause molteplici e di ordine che in parte trascendono la specificità del nostro paese, ma che si rifanno fenomeni internazionali.
La conseguenza di questo tipo di meccanismo di trasformazione è stata la divaricazione progressiva fra quelle che sono state sempre le regole e i principi dell'urbanistica e quelli che invece possiamo definire come regole e principi appartenenti al modo dell'architettura. Da una parte l'urbanistica, perdendo rapidamente la funzione di regolazione di sviluppo urbano e di ordinamento del territorio e della qualità dello spazio nell'interesse del cittadino, è diventata uno strumento, in un certo qual modo, del consumo edilizio e anche dell'investimento immobiliare di tipo speculativo.
Si può dire che anche il contributo dell'architettura e quindi il gesto architettonico di quelle che si chiamano archistar di turno ha trasformato un po' il prodotto architettonico in un oggetto che molto spesso sfortunatamente prescinde, o tende a prescindere, dal contesto di riferimento, paesaggistico o urbano, tanto che  una delle grandi firme dell'architettura internazionale come Peter Eisenman ha definito l'intervento architettonico indifferente al paesaggio, perché ritenuto secondo lui irrilevante.
Questa affermazione è assolutamente emblematica e forte rispetto al tema di cui stiamo parlando.

Esiste un nesso tra qualità dell’ambiente urbano e devianza sociale? Un quartiere brutto può favorire l’emergere di fenomeni legati alla criminalità?
Ci sono sempre stati numerosi studi e ricerche che hanno sostenuto questa tesi.
Il fenomeno più significativo, a mio parere, ha un significato che riguarda l'insieme delle popolazioni più deboli che alla fine vivono in città e che sono bambini e anziani. L'indifferenza, prevalentemente in Italia, alla qualità dello spazio urbano e alla qualità delle periferie, ha distrutto un po' il valore della bellezza e ne ha deformato un po' la scala dei valori etici creando per i piccoli cittadini, quindi bambini, una cultura prettamente materialista, dove la bellezza dello spazio e dell'architettura sembrano quasi non avere valore perché non misurabili in vantaggi economici direttamente individuabili, mentre negli anziani è andato creando un senso di insicurezza e ha incrementare poi quella che è la condizione di solitudine di fronte a un contesto così spesso depauperato o comunque brutalista.

I quartieri di nuova generazione tendono a metterlo al centro del progetto. Da una parte questo fa pensare ad una rinnovata consapevolezza riguardo l’importanza del verde sul benessere fisico e mentale delle persone. Dall’altra mette un po’ di tristezza immaginare il verde come un lusso a disposizione di pochi.
Non sarei così certa che il paesaggio urbano e comunque anche la progettazione del verde attualmente stia arrivando al centro delle pratiche di nuovi quartieri o comunque nella creazione di nuovi insediamenti urbani. Ci sono tante esperienze sia a livello nazionale, ma soprattutto internazionale che stanno cercando di portare al centro una nuova concezione della progettazione del verde, anche per quanto riguarda i nuovi insediamenti residenziali, però sono esperienze ancora di nicchia e che non hanno di fatto modificato quella che è la cultura dominante secondo cui il verde urbano, soprattutto negli interventi in Italia, è stato percepito un po' come parte di una categoria relativa all'arredo oppure al decoro dello spazio.
Il processo di frammentazione del paesaggio che ha caratterizzato gli ultimi trent'anni, i processi di dismissioni di tanti complessi industriali, la creazione di un enorme arcipelago di vuoti urbani che caratterizza ancora, insieme alla dismissione del demanio pubblico ogni città, tutti questi fenomeni e gli impatti sulla qualità del vivere e dell'abitare, richiedono attualmente non soltanto e non tanto un'azione di miglioramento del verde urbano esistente, ma si richiederebbe addirittura un'azione di lungo respiro che inviti a una rigenerazione dello spazio urbano e periferico in cui il verde urbano non sia più da pensare semplicemente come un'opera che viene fatta alla fine, a computo degli oneri urbanistici o comunque come un'operazione che può essere assolutamente secondaria rispetto alla conclusione di un intervento su un quartiere o di edilizia residenziale o comunque di urbanizzazione di nuove aree, ma deve diventare un elemento strutturante.

Nel nostro paese esiste una straordinario patrimonio edile abbandonato a se stesso. Per quale motivo si preferisce investire in nuovi edifici piuttosto che restaurare o destinare a nuovo uso edifici già esistenti?  
È difficile rispondere a questa domanda con una ricetta che possa essere valida per tutto il territorio nazionale, soprattutto in un paese in cui le fondamenta della legge urbanistica fonda i propri principi in una legge elaborata e varata durante il periodo fascista. A partire dagli anni '70 le regioni hanno rappresentato nel bene e nel male il potere politico di ordinamento del territorio al di fuori di ogni cornice di regolazione di un quadro nazionale territoriale, come invece succede nella maggioranza dei paesi europei. Per fare un esempio, il paesaggio così come è inteso oggi e così come è stato ridefinito dalla convenzione europea del paesaggio, che è un testo importantissimo, è stato governato fino all'85 alla legge sulle bellezze naturali, quindi questo fa capire anche il peso che veniva dato prima, semplicemente ad un discorso estetico, relativo al paesaggio, alla bellezza e alla panoramicità. Questo breve excursus ci fa capire solo in parte, perché non ci sia nessun incentivo, verso quell'azione di recupero e riuso di cui stavi parlando tu prima, conviene, infatti, economicamente molto di più proseguire in questa attività, che possiamo dire disperata, di azione di consumo di suolo di proliferazione di periferie urbane prive di servizi e nell'implementazione di quella frammentazione e di degrado del paesaggio di cui stavamo accennando prima. Il dato positivo è che nel paese ormai sta maturando una nuova sensibilità verso un cambio di paradigma culturale nei confronti della comprensione di quella che può essere la qualità dello sviluppo urbano e la qualità del paesaggio e quindi si sta rafforzando una nuova generazione per la quale sarà importante portare avanti questo cambio. Questo probabilmente arriverà a verificarsi solo con la scomparsa della vecchia generazione che ha sostenuto l'attuale modello di sviluppo, quello che ha imperversato per tutto il '900.

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