Lucifora: E' presto per giudicare il Jobs Act. Si ai sussidi per i redditi delle famiglie.

Scritto da   Domenica, 10 Gennaio 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(1 Vota)

Claudio Lucifora è professore di Economia Politica all'Università Cattolica di Milano, dove insegna anche Economia del Lavoro. E' direttore del Centro di ricerca per i problemi del lavoro e dell'impresa (Creli) presso l'Università Cattolica.

Secondo l'ultimo rapporto trimestrale dell'Istat continua il lento miglioramento di tutti gli indicatori sul mercato del lavoro: aumentano, seppur di poco, gli occupati, soprattutto nel settore dei servizi privati, e diminuisce il divario nord-sud. Che valutazione da Lei del mercato del lavoro attuale e delle prospettive sul futuro, anche alla luce della riforma del Jobs Act che è in vigore da circa un anno e mezzo?
Le dinamiche che osserviamo sul mercato del lavoro sono buone notizie. Ci dicono che è in corso una ripresa, seppur debole. L'Italia arriva un po' per ultima: segue un ciclo mondiale trainato sicuramente dagli Stati Uniti ma anche da altri paesi, come la Spagna, che sono stati colpiti in modo molto severo dalla crisi ma si stanno riprendendo. In tutti i paesi la disoccupazione diminuisce e l'occupazione cresce, quindi possiamo attribuire la dinamica favorevole dell'occupazione principalmente al ciclo economico, che è meno forte di ciò che tutti si aspettavano, ma sicuramente la buona notizia è che il trend si sia invertito.
Quanto questo dipenda dalla riforma del Jobs Act è difficile dirlo. In realtà gli ultimi decreti attuativi del Jobs Act datano a pochi mesi fa, quindi, sebbene l'inizio della riforma sia stato più di un anno fa, in realtà ci possiamo aspettare i primi effetti significativi tra la fine di quest'anno e, probabilmente, il prossimo anno. Difficile dire quanto l'occupazione dipenda poi effettivamente dal Jobs Act: non c'è dubbio che faciliti per alcuni aspetti la creazione di rapporti di lavoro; in realtà sappiamo che, oltre al ciclo favorevole, è successo che il Governo ha sussidiato fortemente le trasformazioni di lavoro a tempo indeterminato. Quindi si tratterà di vedere se questa dinamica continuerà o se ci sarà un rallentamento quando i sussidi verranno ridotti o verranno a mancare.
In definitiva dobbiamo osservare con una certa soddisfazione il fatto che l'occupazione abbia ripreso a crescere e la disoccupazione, seppur lentamente, sia in fase calante, favorendo anche una riduzione del differenziale di disoccupazione tra Nord e Sud che è un problema per il nostro paese.

 

Uno degli argomenti del suo corso di laurea di quest'anno è la teoria del capitale umano, che riecheggia in alcune parti dell'enciclica Laudato Si' di papa Francesco. Può riassumere i concetti di questa teoria che sembra sociale ma è materia di economisti?
Gli economisti principalmente si occupano del benessere. Benessere economico, ma anche benessere degli individui che operano nella società. La Teoria del Capitale Umano, per la quale il professor Becker dell'Università di Chicago ha ricevuto il Nobel pochi anni fa, teorizza appunto che gli individui, per raggiungere il proprio benessere, investano in capitale umano: un insieme di fattori che hanno a che fare con l'acquisizione di competenze, di conoscenze, che possano essere spese nel mercato occupazionale per avere una retribuzione più elevata e migliori posti di lavoro.
Ma un capitale umano si costruisce anche investendo in quelli che gli inglesi chiamano gli "healty lifestyles", cioè comportamenti che riguardano la salute e il benessere degli individui, gli stili di vita naturali. Gli economisti guardano anche questi aspetti, soprattutto il benessere per i lavoratori; perché essere in salute vuol dire operare in modo proficuo sul mercato del lavoro e quindi avere un reddito più elevato. E' molto importante che papa Francesco abbia messo l'accento sul capitale umano. Ma lui ha parlato anche di capitale sociale che è qualcosa di più: quell'insieme di relazioni fiducia, di stabilità del rapporto di lavoro e rapporti sociali; tutto questo tessuto economico che si sviluppa attraverso le interazioni tra gli individui ed è un aspetto molto importante. Questa è la teoria del capitale sociale che è stata sviluppata, e che gli economisti usano molto per descrivere quel tessuto sociale molto importante per un buon sviluppo di sane relazioni economiche tra gli individui.


Lei ha pubblicato libri e articoli sul salario minimo, una tutela in vigore in diversi paesi europei, che fissa per ogni lavoratore il minimo compenso per un'ora di lavoro. Ad esempio la legge fissa il minimo a circa 4,50 euro in Spagna, 8,50 in Germania e oltre 9 euro in Francia. Pensa che sarebbe una riforma utile alla nostra economia, e nel caso in che misura andrebbe fissato in Italia?
L'Italia, insieme a pochissimi altri paesi in Europa e tra i paesi più industrializzati, è l'unico a non avere un salario minimo cosiddetto legale. La motivazione che è sempre stata avanzata (ma ad esempio anche in Germania prima che venisse introdotto) è che in Italia il salario minimo legale non serve perché i sindacati, attraverso la contrattazione collettiva, assolvono già a questo ruolo. In realtà alcuni studi recenti hanno mostrato come i cambiamenti che si sono prodotti recentemente sul mercato del lavoro, fanno sì che una quota crescente di lavoratori, in realtà, non sia così coperta dai contratti collettivi. I dati mostrano che, in alcuni settori, quote significative di lavoratori in realtà sono pagate ben al di sotto di minimi contrattuali. Non parliamo di sommerso, di lavoro irregolare o lavoro precario, ma a tutti gli effetti di lavoratori dipendenti, con contratti di lavoro dipendente tutelati con tutte le garanzie. I settori dove questa quota è maggiore sono le costruzioni, l'agricoltura, alcune parti dei settori dei servizi come la ristorazione, gli alberghi. Secondo me, come ho scritto, anche in questi settori l'Italia potrebbe beneficiare dall'introduzione di un salario minimo legale, che come tutti gli studi mostrano deve essere inserito ad un livello che sia di beneficio per il funzionamento economico. Quindi non dev'essere troppo basso, perché non avrebbe un impatto significativo, ma non dev'essere neanche troppo alto. Se confrontiamo il nostro Paese con quelli citati, non c'è dubbio che il salario minimo dovrebbe essere più alto di quello della Spagna, dove in generale i salari reali sono più bassi che in Italia. Se in Spagna è fissato a 4,50 euro da noi dovrebbe essere più alto, ma a un livello inferiore di quello della Germania, perché la produttività media del lavoro in Germania, e anche in parte in Francia, è senz'altro superiore che in Italia. Un livello ragionevole del salario minimo orario a livello nazionale potrebbe essere tra i 6 e i 6,50 euro; ovviamente poi andrebbe monitorato nel tempo per vedere quali sono gli effetti ed eventualmente, gradualmente, innalzato fino al livello ottimale.

 

In questo periodo, nel dibattito politico italiano, sono state avanzate proposte di "Reddito di cittadinanza" e "Reddito minimo garantito": quali sono le differenze tra queste soluzioni e quali sono le sue valutazioni su queste forme di assistenzialismo e contrasto alla povertà?
Come per il salario minimo, gran parte dei paesi europei hanno delle forme di garanzia dei redditi. In questo caso ovviamente non parliamo di salario ma di reddito. Le forme di integrazione dei redditi assumono forme diverse nei vari paesi. Lei ha citato il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito: gli interventi di legge in questo senso di solito assumono due forme. Una è introdurre delle misure che sono, come dicono gli economisti inglesi, "means test", cioè soggette alla verifica dei mezzi: quindi il reddito minimo viene garantito a individui o a famiglie il cui reddito complessivo è al di sotto una certa soglia, tenendo conto della composizione familiare; oppure si tiene conto della presenza o meno di figli, del numero di figli e così via. Queste sono tutte forme di reddito minimo garantito. Il reddito di cittadinanza invece è un reddito universale: tutte le persone che godono della cittadinanza devono avere diritto a un livello di reddito minimo. 

Uno dei motivi per cui di queste soluzioni si parla molto, ma poi alla fine nessun governo, tranne qualche sperimentazione, si è mai azzardato ad introdurle, è che costano molto, soprattutto nella forma del reddito di cittadinanza. I problemi sono sostanzialmente due: costano molto; ed è necessario vigilare su tutte le forme di abuso che, come sappiamo, sono diffuse nel nostro paese. 

Sono delle forme di assistenza ovviamente molto utili, soprattutto in seguito a una crisi come quella che ha colpito l'Italia e altri paesi, in cui si è vista la povertà aumentare oltre ogni soglia di decenza. Gli studi economici mostrano che forme di integrazione al reddito e forme di assistenza di questo tipo sono efficaci nel ridurre la povertà. Quindi anche da questo punto di vista, sarebbe opportuno che nel nostro paese si cominciasse ad introdurre delle forme di integrazione, di sussidio al reddito delle famiglie. E' interessante la proposta avanzata recentemente dal Presidente dell'Inps: utilizzare un prelievo sulle pensioni d'oro per finanziare una sorta di reddito minimo per quei lavoratori al di sopra dei 50-55 anni, non così vicini alla pensione, che si trovano in condizione di disagio: che perdono il posto di lavoro e, esauriti i sussidi di disoccupazione, si trovano senza nessuna protezione. Sappiamo che perdere il posto di lavoro ed essere un lavoratore nella fase terminale non è facile: meno di un lavoratore su due riesce a trovare un nuovo impiego. Queste proposte ed iniziative andrebbero valutate molto seriamente.

 

Di recente un suo studio ha fatto luce sui cosiddetti "working poor" italiani, i lavoratori poveri, soprattutto giovani. Può descrivere questo fenomeno? Che lavori svolgono, che contratti hanno e qual'è la soglia di povertà di un lavoratore povero?
Tradizionalmente la povertà è sempre stata associata alla mancanza di lavoro e in parte è ancora così. Vediamo, per esempio che in Italia, ma anche in altri paesi, i nuclei in povertà sono quelli dove l'intensità di lavoro è molto bassa, oppure dove addirittura tutti i componenti di un nucleo familiare sono disoccupati. Però, negli anni più recenti, alla povertà è stata associata anche una condizione lavorativa: ci sono dei lavoratori che, pur avendo un contratto di lavoro più o meno garantito, percepiscono un salario così basso da non garantire a se stessi e al nucleo familiare una soglia di decenza.
Solitamente questo fenomeno dei "working poor" viene quantificato in termini di salario orario e in termini di salario mensile, relativamente all'individuo, quando la retribuzione percepita è inferiore ai due terzi della mediana.

Chi sono i working poor? I soliti sospetti: i lavoratori giovani; in parte le donne; i lavoratori con un contratto a tempo determinato; quelli occupati in imprese di piccole dimensioni, principalmente nel sud; molto spesso anche i lavoratori immigrati. Questo è l'identikit. Molto spesso, al lavoratore povero corrisponde anche un nucleo in povertà. Quest'associazione non è automatica, perché in molti casi il lavoratore povero può essere un giovane che vive in un nucleo in cui il reddito familiare è elevato. In questo caso non possiamo associare al working poor anche una situazione di povertà. Ma in Italia l'intensità di lavoro all'interno delle famiglie è molto scarsa, a differenza di altri paesi: In molte famiglie c'è un solo percettore di reddito; il tasso di partecipazione femminile è basso, e i giovani prima di trovare un lavoro e lasciare la famiglia ci mettono del tempo. Quindi succede che quando un working poor è l'unico percettore di reddito anche il nucleo familiare si trova in situazioni di povertà. La combinazione di queste due condizioni mette il nostro paese in particolare difficoltà in termini di fragilità, soprattutto durante le crisi.

Letto 5883 volte Ultima modifica il Domenica, 10 Gennaio 2016 14:33

Informazioni aggiuntive