Bastioli: l'Italia potrebbe essere il primo paese al mondo ad avere zero rifiuti organici in discarica

Scritto da   Domenica, 27 Marzo 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Catia Bastioli, presidente di Terna e amministratore delegato di Novamont, a margine di un seminario di studio sulla custodia del creato organizzato dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana, è intervenuta su A Conti Fatti, programma realizzato dalla redazione di economiacristiana.it, trasmesso da Radio Vaticana Italia ogni Domenica alle 15,40 e in replica il Lunedì alle 11.35

 

Come valuta il nostro Paese dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e dello sviluppo sostenibile?
L'Italia in alcuni settori è ben posizionata. Il problema non è la tecnologia, le tecnologie ci sono; il nostro problema è il solito: abbiamo delle realtà eccellenti, ma non sempre siamo in grado di applicarle sul territorio.
Pensiamo a un settore come quello dei rifiuti: abbiamo dei casi eccezionali, Milano è la città leader a livello mondiale nella raccolta differenziata del rifiuto organico e nel suo trattamento; da tutto il mondo vengono a vedere questa realtà. Sullo stesso fronte abbiamo degli estremi negativi.
Dobbiamo fare in modo che i casi positivi diventino esempio e bilancino il paese: se abbiamo Milano, anche Roma può fare la stessa cosa.
Il rifiuto organico in discarica è un disastro, ma se viene trasformato diventa humus per il terreno contro la desertificazione.
Parliamo tanto di cambiamenti climatici e poi buttiamo il rifiuto organico che crea gas climalteranti, crea problemi ambientali, costi economici e sociali importanti; al contrario potremmo utilizzare questi prodotti con funzione anti desertificazione.
L'Italia dal 2006 a oggi ha raddoppiato il trattamento organico dei rifiuti, la qualità è eccellente e siamo uno dei paesi principali da questo punto di vista; con investimenti non molto importanti potremmo creare nuovi impianti e nuovo lavoro, potremmo essere il primo paese al mondo ad avere zero rifiuti organici in discarica.
Le tecnologie le abbiamo e le sappiamo applicare, bisogna vedere se c'è un contesto politico istituzionale di rispetto delle regole e di legalità che possa permettere alle innovazioni di produrre quell'effetto sociale e quell'effetto territoriale che potenzialmente hanno.

 

C’è questo contesto politico?
Abbiamo fatto alcuni passi in avanti. Nel campo della ricerca, ad esempio, c’è stata l’istituzione di 8/9 cluster, io mi occupo in particolare di quello sulla chimica verde.
Sono piattaforme su cui si lavora insieme; abbiamo oltre 100 istituti di ricerca, università, associazioni e industrie che lavorano insieme.
Sul fronte chimica verde otto regioni hanno aderito per lavorare alle bioraffinerie integrate, con progetti territoriali specifici.
Oggi si parla anche di green act e io spero che possa essere un momento in cui ripensare lo sviluppo del paese in chiave sostenibile, diventerebbe un elemento di competitività eccezionale per l’Italia.

 

Come si parla alle comunità quando bisogna installare un impianto industriale, per quanto questo possa essere a basso impatto?
Servono progettualità per delle regioni sostenibili. In una regione, specialmente se è in difficoltà di crisi, non si può arrivare calandogli un impianto e basta. Occorre una strategia, una governance dello sviluppo per cui un impianto ha una funzione nel sistema complessivo e i cittadini e le persone del territorio devono essere partecipi del progetto.
Ci sono siti deindustrializzati e problemi ambientali, che non si sono risolti in tanti anni: sono più di 25 anni che abbiamo il problema di una frattura tra ambiente e industria, tra società e industria.
Dobbiamo ricreare un rapporto di fiducia e questo si fa attraverso progetti condivisi: l'impresa non può arrivare come semplice impresa, deve essere collegata con il tessuto del territorio, devono trovarsi collegamenti tra agricoltura e industria, tra università e realtà locali, scuola, mondo ambientalista.
I progetti devono essere condivisi sul territorio, altrimenti la spaccatura che si è creata non potrà che provocare dei no a prescindere e un non discernimento tra ciò che è una tecnologia a basso impatto e una ad alto impatto.
Non ci sono tecnologie buone o cattive, ci sono tecnologie che gli uomini usano; se gli uomini la usano senza saggezza qualsiasi tecnologia può essere impattante.

 

Lei è anche presidente del Kyoto Club. Come valuta il lavoro fatto a COP21?
Cop21 è stato un fatto storico. Per la prima volta un numero enorme di paesi, che complessivamente credo coprano più del 90% dei gas climalteranti, hanno fatto un accordo.
Ora questo accordo deve essere trasformato in contenuti. Tutti sono d'accordo che bisogna mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi, meglio sotto 1 e mezzo, ma per raggiungere l’obiettivo serve un impegno enorme, dobbiamo vedere nella pratica quanto si riuscirà a fare. Sono moderatamente ottimista su questo, ma la mia grande preoccupazione sono i tempi perché i cambiamenti sono sempre più pesanti e noi questo problema potremmo averlo più di altri, perché la zona del Mediterraneo e una zona ad altissimo rischio desertificazione.

 

Come valuta gli impegni presi dal nostro Paese?
Gli impegni che hanno preso l'Italia e l'Europa su questi temi sono molto importanti, ma credo che si possa fare di più nel momento in cui, al di la degli impegni e degli obiettivi da raggiungere, c’è possibilità di creare una logica di economia circolare, in cui i progetti di territorio incomincino a diventare cultura comune.
Si possono fare cose incredibili; ogni giorno impariamo lavorando insieme, ogni giorno c’è una crescita culturale sul fronte del rispetto dell'ambiente, del territorio e di nuova imprenditorialità.

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