Clima: Italia e UE non in linea con gli impegni presi

Scritto da   Domenica, 27 Novembre 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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L'Accordo di Parigi dello scorso anno e la COP22 appena conclusa a Marrakesh, hanno fissato obiettivi e azioni concrete che tutti gli stati firmatari dovranno perseguire per contrastare il cambiamento climatico in atto. Il nostro paese e l'Unione Eurpea stanno attuando le politiche adatte a rispettare quanto hanno sottoscritto l'anno scorso?

Recentemente l'associazione A Sud e il Centro Documentazione Conflitti Ambientali, hanno presentato il rapporto "L'Italia vista da Parigi", che appunto analizza le prospettive italiane rispetto agli accordi firmati. Ne abbiamo parlato in "A Conti Fatti" rubrica di Radio Vaticana, con Marica Di Pierri, presidente del CDCA, portavoce di A Sud, e co-autrice del dossier.

Si parla spesso dell'aumento della temperatura media del pianeta come di qualcosa da evitare per impedire effetti catastrofici. La gente comune pensa a tempeste e piogge, ma in realtà queste catastrofi riguardano anche l'economia e l'agricoltura. Può darci un'idea di che cosa succederebbe, in concreto, se la tempertura media si innalzasse più di 1,5 gradi? Come influirebbe sulla nostra vita?

Partiamo dal ricordare l'allarme lanciato dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale durante le giornate della COP22: quest'anno che sta per concludersi ha tutte le carte in regola per diventare l'anno più caldo di sempre, e sarebbe il terzo record di fila dopo il 2014 e il 2015. Questo significa l'aumento degli eventi climatici estremi, di inondazioni e ondate anomale.
Ma ci sono dei dati piuttosto allarmanti: secondo un recente report diffuso dalla Banca Mondiale, un aumento delle temperature medie stimato tra gli 1,5 e i 2 gradi, quindi comunque inferiore ai 2 gradi, porterebbe all'impossibilità di coltivare tra il 40 e l'80% delle terre agricole dell'Africa, già tra il 2030 e il 2040. Questo dato porta la Banca Mondiale a dire che le minori rese agricole porteranno a un aumento delle persone in condizioni di povertà, che potrebbero oscillare tra i 35 e i 122 milioni.
Questa è una prospettiva futura, ma dobbiamo ricordare che anche oggi, ad esempio, la siccità in Somalia ha portato a un aumento del 32% della popolazione malnutrita; e a ben 700 mila rifugiati, in parte scappati in Kenia, in parte rimasti ad ingrossare le fila dei profughi interni della Somalia. Quindi l'aumento della temperatura è un'emergenza anche in termini economici, e già oggi, in alcune regioni, ad esempio della Russia artica, si registra un aumento di 6-7 gradi rispetto alla media, e di 3 gradi in altre zone come l'Alaska e il Canada. Questo potrebbe impattare fortemente sulle economie di larghe regioni del nostro pianeta.

I migranti vengono di solito definiti "rifugiati" alludendo ai conflitti armati, o "economici" più in generale. Il vostro studio fornisce invece dati allarmanti sulla correlazione tra migrazioni e mutamenti climatici.
In effetti questo è un tema di cui si parla molto poco. Quando parliamo di migrazioni ci fermiamo sempre alle politiche migratorie o comunque ai conflitti armati che le causano. Invece, già oggi, sono più di 50 milioni i migranti forzati da cause di tipo ambientale. Le stime del fenomeno al 2050 parlano di 250 milioni di profughi ambientali che, secondo alcune ricostruzioni meno ottimistiche potrebbero arrivare fino a un miliardo.
Questo vuol dire che in Africa, ad esempio, soltanto per la desertificazione, potrebbero muoversi ben 50 milioni di persone da qui al 2060. Addirittura in Bangladesh, che sappiamo essere una delle zone del mondo più vulnerabili per l'innalzamento dei mari, 15 milioni di persone saranno evacuate entro il 2050. Un dato molto allarmante riguarda il continente asiatico: ben il 40% della popolazione residente entro 60 km dalla costa dovrà probabilmente essere evacuata. Questo è un tema di grande importanza quando parliamo di cambiamenti climatici: hanno delle conseguenze sociali, tra cui le migrazioni, che hanno bisogno non soltanto di essere raccontate, ma anche di trovare degli strumenti di tutela a livello giuridico; e su questo siamo veramente molto lontani dal loro riconoscimento.

L'Unione Europea ha preso degli impegni precisi nel quadro dell'Accordo di Parigi. Quali sono, e come si pensa di arrivare agli obiettivi fissati? Si sta lavorando in questa direzione?
L'Unione Europea ha tre orizzonti temporali: il 2020, il 2030 e il 2050. L'obiettittivo di lungo termine dell'UE è ridurre le emissioni dell'80-95% rispetto ai livelli del 1990. Ci sono però alcuni studi, ad esempio quello del Climate Action Tracker citato nel nostro dossier "L'Italia vista da Parigi", che hanno esaminato i target di riduzione dei diversi paesi e gli impegni dell'UE consegnati appunto alla conferenza quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici; hanno concluso che questi impegni sono medi, quindi al di sotto della sufficienza, poco ambiziosi e soprattutto non sono adeguati al raggiungimento di quegli obiettivi fissati dall'Accordo. In particolare hanno sottolineato che il target è troppo modesto, considerate anche le responsabilità storiche che ha il nostro continente nelle emissioni globali. La conclusione a cui arriva lo studio di Climate Action Tracker, è che con le politiche europee attualmente in atto si riusciranno a ridurre le emissioni soltanto del 23-35% rispetto ai livelli del 1990, e questo non permetterà al nostro continente di raggiungere gli obiettivi fissati al 2030, che invece sono del 40% di riduzione, e al 2050 che sono dell'80-95%.
Un ulteriore elemento di criticità ci è consegnato da Bank Watch, che ha pubblicato nell'ottobre scorso il rapporto "The best laid plans". In questo rapporto ci racconta come il 40% del fondo europeo per gli investimenti energetici sia destinato alle energie rinnovabili, ma c'è ancora un 15% che viene destinato a progetti connessi alle energie fossili. In particolare: il 90% per infrastrutture legate allo sviluppo della distribuzione del gas naturale; ma c'è anche un'alta percentuale, il 68% dei fondi che riguardano i trasporti, che sono ancora utilizzati per finanziare progetti ad alto impatto di carbonio, come autostrade ed aeroporti. Questo, sicuramente, è in contraddizione con il ruolo di leader che l'Europa vuole tenere nella partita climatica a livello globale.

Anche l'Italia, come parte dell'UE, ha i suoi obiettivi nazionali. Quale dovrà essere la nostra parte per ridurre l'emissione di gas nocivi? Ci stiamo muovendo in quel senso?
L'obiettivo nazionale di riduzione del nostro paese è stato definito proprio dall'Unione Europea, attraverso un documento che si chiama "Effort sharing" cioè condivisione degli sforzi. L'obiettivo, che tra l'altro l'Italia sta discutendo ma che ci ha dato l'UE, è di ridurre del 33% le emissioni nazionali entro il 2030. Questo prevede chiaramente uno sforzo che riguarda diversi settori economici. Noi abbiamo analizzato sei provvedimenti varati dai vari governi italiani: la Strategia Energetica Nazionale che ci arriva dal governo Monti, ma poi: lo "sblocca Italia"; il decreto "spalma incentivi"; un decreto che prevede di costruire una centrale a carbone nel Sulcis; il "decreto inceneritori"; insomma abbiamo risolto, attraverso questo studio, che effettivamente le politiche energetiche infrastrutturali, ma anche di gestione dei rifiuti del nostro paese, sono in contrasto con gli obiettivi presi. Pensiamo all'aumento della frontiera estrattiva, parliamo di 30 mila chilometri quadrati di nuovi progetti di prospezione petrolifera soltanto in Adriatico; 4 mila nello Ionio; diversi progetti nel Mare di Sicilia; gli otto inceneritori che bruceranno quasi 2 milioni di tonnellate l'anno producendo un milione e mezzo di tonnellate di CO2 in più. Insomma, ci sembra che queste valutazioni trionfalistiche del paese siano soprattutto basate sull'onda lunga degli investimenti per le energie rinnovabili, finiti nel 2013 che, anzi, questo governo ha ridotto in maniera retroattiva; e quindi ci sia anche bisogno di un ruolo della sociatà civile per provare a pressare il nostro governo verso l'adozione di politiche veramente in linea con gli impegni presi all'interno dell'Accordo di Parigi.

Lei ha partecipato ai lavori della COP22 in Marocco. Qual è stata l'atmosfera della conferenza e come giudica i risultati ottenuti?
Questa conferenza arrivata un anno dopo l'Accordo di Parigi è stata raccontata come la "COP dell'azione". In realtà avendo assistito alle due settimane di lavori, ci sembra di poter dire che è stata sicuramente un'occasione persa e che la diplomazia globale è un po' imbrigliata rispetto al piano operativo dell'Accordo. Le uniche buone notizie provengono da prese di posizione volontarie. Ad esempio il gruppo dei 48 "paesi vulnerabili" (ai cambiamenti climatici, ndr.) che hanno annunciato di voler mettere in atto delle road map, già nei prossimi mesi, per una transizione al 100% [verso le] rinnovabili nel più breve tempo possibile. Però, su tutti i punti importanti che vanno ancora sciolti si è rimandata la discussione alle prossime occasioni; mi riferisco ai criteri per la valutazione dei target nazionali, all'aumento dell'ambizione, al "fondo verde", e soprattutto al tema del controllo e delle sanzioni, che però non saranno mai previsti perché il "framework" delle Nazioni Unite non li prevede.
Se valutiamo quanto sono impellenti e urgenti i reiterati allarmi della scienza, e quanto invece è lenta la macchina burocratica, effettivamente si sta perdendo del tempo prezioso. Anche da questo punto di vista, il ruolo della società civile è sempre più importante per portare avanti delle azioni di mobilitazione, di pressione, anche azioni legali, a livello nazionale e globale per spingere i governi a prendere delle misure concrete. Quindi dopo Marrakesh, sicuramente, la frontiera si sposta sulle questioni nazionali: dovremo necessariamente pressare perché la scienza è chiara e se non agiremo subito sarà veramente troppo tardi.

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