Salomone: tutta l'educazione è "ambientale" In evidenza

Scritto da   Domenica, 15 Gennaio 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Salomone: tutta l'educazione è "ambientale"

Il concetto di educazione ambientale ha subito un'evoluzione, dai primi campanelli d'allarme lanciati da scienziati e intellettuali nei primi anni '70, all'importanza riconosciuta ovunque, oggi, ai temi della tutela e della salvaguardia dell'ambiente.
Questo concetto molto ampio, che abbraccia cultura, scienza, economia e società, è stato approfondito nella nostra rubrica "A Conti Fatti", trasmessa da Radio Vaticana 105.0, da una delle voci più autorevoli del paese, autore di saggi, libri e articoli: Mario Salomone, professore di Educazione ambientale e di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli Studi di Bergamo; membro del Comitato scientifico italiano per l'educazione allo sviluppo sostenibile presso l’UNESCO; fondatore e direttore di .eco il primo mensile italiano di educazione ambientale.

Professor Salomone, nel corso degli ultimi decenni il concetto di "educazione ambientale" si è evoluto come il resto della società. Può riassumere per gli ascoltatori da dove siamo partiti, quali metodi e quali soggetti erano deputati ad educare all'ambiente all'inizio, e dove siamo arrivati oggi, quali sono i nuovi parametri?
Siamo partiti nel 1972, per lo meno ufficialmente; anche se qualche "barlume" di educazione ambientale c'era anche prima. Nel 1972 ci fu la conferenza di Stoccolma dalla cui data inaugurale, il 5 giugno, nacque la Giornata Internazionale dell'Ambiente. Fu la prima conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente, in cui si parlò dell'importanza dell'impegno di tutti per costruire un'opinione pubblica informata e dei cittadini consapevoli. Poi, nel 1977, a Tbilisi capitale della Georgia, ci fu una conferenza intergovernativa UNESCO - UNEP sull'educazione ambientale, cui seguì una serie di appuntamenti, incontri e documenti. Fin dall'inizio l'educazione ambientale venne vista come qualcosa che riguarda tutte le età della vita, che ha una serie di aspetti e declinazioni, ma spesso è stata interpretata in modo riduttivo.

Mi ha colpito una frase che ha scritto in un suo articolo: "Oggi l'educazione o è "ambientale" o non è". Vuol dire che l'ambientalismo, la sostenibilità, non è più una scelta personale ma una necessità inderogabile, anche dal punto di vista della macro economia?
Esatto. Rispondendo alla domanda sull'evoluzione dell'educazione ambientale: si è passati da un'educazione alla sostenibilità e all'ambiente, a una sostenibilità dell'educazione. Tutto il sistema educativo deve essere coerente e organizzato per condurre il genere umano a una "conversione ecologica", a un'alleanza umanità-ambiente, quindi a una "ecologia integrale", citando papa Francesco nell'enciclica "Laudato si'", che mi sembra un ottimo manuale di educazione ambientale, in particolare nel capitolo sesto: "Educazione e spiritualità ecologica".
Credo che ci sia quello che gli economisti chiamano "costo - opportunità": creare una cittadinanza attiva, protagonista del cambiamento, consapevole. Ciò rappresenta chiaramente un costo, perché bisogna investire, ma è anche un'opportunità; perché tanti cambiamenti che stiamo vedendo intorno a noi nella società sono nati dall'aver seminato per decenni un certo tipo di sensibilità. Anche l'economia ne trae vantaggio, perché non ci può essere transizione ecologica di un modello di produzione e consumo, non ci può essere capacità di fare delle politiche efficaci, se non ci sono quelle conoscenze, quelle consapevolezze e quelle competenze adeguate alla complessità dei problemi che l'umanità deve affrontare e che affronterà in modo sempre più forte nei prossimi decenni, come ci dicono tutti gli scenari.

Viviamo però in un paese e in un periodo in cui le risorse economiche vengono ridotte non solo per l'educazione ambientale, ma anche per l'educazione, la scuola, l'università, in generale. Che effetti avrà questa lunga crisi sulla formazione di una coscienza ecologica della società?
Il rischio è grave. Qualcuno, quando si è aperto, ha detto che il XXI sarebbe stato un secolo verde o non sarebbe stato; in qualche modo questa minaccia si sta realizzando. Gli scenari ci dicono di un secolo di guerre, di conflitti e diseguaglianze crescenti; di un crescente peso di ristrette oligarchie. Allora, forse, anche l'ignoranza, la distrazione delle persone, la perdita di valori, sono elementi funzionali a questo tipo di modello, sbagliato e perdente, che qualcuno cerca di imporre: persone poco alfabetizzate su tematiche scientifiche o etiche, su temi filosofici o spirituali. L'arco delle questioni da affrontare è molto ampio, non può essere ristretto soltanto a una disciplina o a un approccio. Se non c'è questa visione nuova, più completa, più integrale, vuol dire che l'opinione pubblica, le persone, sono più manipolabili. Per fortuna io vedo anche tanti cambiamenti dal basso: sorgono nuove iniziative; c'è una sensibilità che in qualche modo si trasmette orizzontalmente da persona a persona nella società civile. In quei corpi ancora resistono iniziative di solidarietà, di mutualismo, di impegno, di volontariato che sono l'elemento che ci fa sperare in un futuro migliore.

Oltre ad essere uno studioso e un docente lei è anche uno scrittore, principalmente di saggi, ma non solo. In un suo romanzo di ormai quasi vent'anni fa, immaginò una terra alternativa dove l'uomo viveva felice in armonia con la natura. E' ottimista per il futuro? L'educazione potrà vincere la sfida e convincere la futura generazione ad abbandonare l'attuale modello di progresso a tutti i costi?
Si. Come dicevo, io vedo tutta l'educazione come "ambientale". Se è vera educazione ambientale vuol dire che è un'educazione a comprendere, a selezionare il dato, l'informazione; è un'educazione critica. Se è critica, attenta un po' a tutto, allora è ambientale, perché l'ambiente è trasversale a tutto.
In quel romanzo io dicevo che la perfezione non esiste perché l'essere umano è imperfetto, può sbagliare. L'unico modo per sperare nel futuro è lavorare nel presente.
Il presente è quello che domani sarà storia, quindi, al di là dell'ottimismo e del pessimismo, credo lavorare sia l'unico modo per sperare nel futuro e in un presente migliore; perché le conseguenze di ciò che abbiamo provocato e stiamo provocando, in particolare negli ultimi due secoli, il cosiddetto antropocene, stanno colpendo noi e colpiranno ancora di più le generazioni future. Quello che possiamo fare è rimboccarci le maniche; fare il nostro dovere; cercare la coerenza in tutte le cose, sia come persone, sia come organizzazioni e collettività; operare per il bene comune, deviare le variabili in campo verso scenari positivi. Ci sono scenari positivi e negativi ma il futuro dipende da noi, da quello che facciamo oggi, giorno per giorno, momento per momento.

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