Biodiversità, patrimonio italiano da salvare. In evidenza

Scritto da   Domenica, 19 Febbraio 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Biodiversità, patrimonio italiano da salvare.

L'Italia è uno dei paesi più ricchi di biodiversità: si stima che il paese ospiti 58 mila specie: 42 mila terrestri, 5.500 in laghi e fiumi; e 9 mila nei mari. Si tratta del più vasto patrimonio naturalistico d'Europa, infatti un terzo delle specie animali e addirittura la metà delle piante del nostro continente sono presenti entro i confini italiani. Perché la biodiversità è importante e va difesa? Quali problemi possono derivare dalla presenza di specie aliene o dalla scomparsa di specie tipiche? 
Per approfondire questi dubbi "A Conti Fatti", la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana 105.0, ha interpellato Giuseppe Bogliani, docente di zoologia nel corso di laurea in scienze naturali all'Università degli Studi di Pavia.

 

Professor Bogliani, che cos'è la biodiversità, e perché è così importante?
La biodiversità è una peculiarità del nostro pianeta ed è qualcosa che descrive la varietà delle specie viventi, animali e vegetali che si trovano sul nostro pianeta. È in qualche modo un'espressione di complessità della vita in tutte le sue forme: varietà di organismi, del loro comportamento, molteplicità delle possibili interazioni, diversità di ecosistemi, diversità di specie, diversità genetica all'interno della specie. È qualcosa di veramente complesso, su cui si basa il funzionamento della biosfera.

L'Italia si fa un vanto del suo alto indice di biodiversità, per essere un paese europeo, industrializzato e relativamente piccolo. Eppure oggi si lancia una campagna contro le l'introduzione sul territorio di altre specie straniere; non sarebbe un arricchimento del patrimonio naturale? I pappagalli che girano per Roma da alcuni anni aggiungono valore al paesaggio della città?
Io credo che per alcuni cittadini questa affermazione sia vera: è bello vedere i pappagalli; forse, per molti uccelli che nidificano nelle cavità degli alberi, o che lo facevano in passato prima che arrivassero questi invasori, il punto di vista potrebbe essere diverso. Il problema c'è quando le specie che vengono introdotte dall'uomo, in modo accidentale o volontario, interferiscono con le specie locali: a volte interferiscono a tal punto da modificare anche i processi ecologici veri e propri. Dei pappagalli ci siamo occupati abbastanza poco, se non per gli aspetti pittoreschi o perché in certe parti di Roma il frastuono, in alcuni momenti della giornata, è addirittura pittoresco. Però questi animali arrivano a competere con altre specie, al punto che ci si sta chiedendo se non sia il caso di prendere una posizione. Posizione che, per altro, dovrebbe essere ben giustificata dal fatto che già nel '92, nella conferenza di Rio de Janeiro sulla biodiversità e i cambiamenti climatici, l'invasione delle specie aliene fu elencata al secondo posto fra le cause di perdita della biodiversità: al primo posto la distruzione, la modificazione e la frammentazione degli habitat naturali; al secondo posto le specie aliene. Quindi dobbiamo preoccuparcene.

Lei è impegnato in diversi progetti, monitoraggi, studi mirati su animali e piante tipicie tipiche o in pericolo del paese: cito lo stambecco alpino, la marmotta, gli uccelli dello stretto di Messina. Quali sono, a suo parere, le emergenze principali del territorio italiano, in difesa di quali specie sarebbe urgente intervenire?
In Italia, complessivamente, il numero di specie non è declinato molto negli ultimi tempi. Stiamo però perdendo alcune delle specie rare e molto specializzate: per esempio alcune delle specie legate ai climi più freschi delle Alpi o degli Appennini. Rischiamo di perderle nel giro di pochissimi decenni perché il cambiamento climatico globale sta spingendo verso l'alto i gradienti climatici; quindi alcune specie perdono, man mano, il loro habitat alle quote inferiori, e alle quote superiori non trovano più niente poiché le montagne hanno forma piramidale: più si sale, più è ristretta l'area a disposizione, e poi c'è un limite a tutto. Ci sono previsioni, basate su solide evidenze, che dicono che perderemo nel giro di pochi decenni alcune specie come la pernice bianca o il fringuello alpino, e questo sicuramente è un grosso problema. Perdiamo altre specie perché stiamo tutt'ora modificando gli habitat, ed è paradossale che, alcune delle specie che rischiamo di perdere, sono quelle che in passato erano state favorite dall'azione umana. Molte specie degli ambienti agrari aperti, degli ambienti agricoli tradizionali, vengono perse perché viene abbandonata l'agricoltura, nelle aree in cui è meno conveniente. Quindi il bosco torna a invadere le aree aperte, le praterie, i prati aridi e certe forme di coltivazione estensiva molto interessanti; infatti le specie di foresta stanno migliorando in Italia: stiamo perdendo quelle di ambienti aperti. Se poi aggiungiamo il fatto che in alcuni di questi ambienti aperti stanno entrando massicciamente le specie esotiche, il quadro non è positivo.

Una sua recente pubblicazione scientifica è intitolata, tradotto dall'inglese: "Effetti della frequenza di cura dell'erba degli argini delle risaie sulle colonie di coleotteri nel terreno". Dando per scontata la legittima curiosità scientifica, questo grado di interesse per la specificità di un ecosistema locale ha degli effetti pratici nella nostra vita quotidiana?
Non vorrei fare il presuntuoso ma anni fa qualcuno, molto più autorevole di me, aveva detto "a cosa serve Mozart?". Quella ricerca era finalizzata a capire che cosa comporta per la biodiversità introdurre, o utilizzare, tecniche di gestione di parti dell'ambiente agrario. Una parte del territorio intorno a Pavia, Novara, Vercelli fino quasi a Torino, è caratterizzata da una grande estensione di risaia, dove le vasche sono separate da arginelli che una volta erano inerbiti, e dove adesso si tende ad usare dei diserbanti disseccanti totali. Ci siamo chiesti che cosa succede in questa situazione; quali parti delle comunità animali stiamo danneggiando in qualche modo. Abbiamo visto che quegli argini sono frequentati da comunità varie, a seconda del tipo di gestione, e che tutto sommato a volte è sufficiente non esagerare troppo con le forme di contenimento dell'erba: falciarla una volta sola, evitare di diserbare, lasciare un po' di erba sugli argini per consentire la permanenza di comunità. In quel caso erano coleotteri carabidi, che sono dei piccoli predatori: piccole tigri che vivono in questi micro ambienti, in questo micro cosmo, e che sono anche molto importanti per contrastare alcuni antagonisti del riso. Mantenere delle comunità di piccoli predatori in ambienti agrari molto piatti, molto banali, consente di ridurre l'impatto degli antagonisti che altrimenti dovremo contrastare facendo ricorso a grandi trattamenti con insetticidi, molto dannosi per tutto l'ecosistema.

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