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Il ruolo dei cambiamenti climatici nelle crisi alimentari In evidenza

Scritto da   Domenica, 05 Marzo 2017 16:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font
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Il ruolo dei cambiamenti climatici nelle crisi alimentari

Anche i cambiamenti climatici contribuiscono ad accrescere le emergenze alimentari nei paesi in via di sviluppo. Annate di siccità o eventi catastrofici come inondazioni e cicloni possono mettere in ginocchio la produzione di cibo di intere regioni, lasciando gli abitanti nella cosiddetta "insicurezza alimentare". Molte popolazioni, principalmente asiatiche e africane, si trovano così a dipendere dagli aiuti internazionali oppure a migrare verso paesi dove il cibo sia più disponibile. L'Italia, come molti paesi occidentali, ha inserito la cooperazione internazionale allo sviluppo come "parte integrante e qualificante della politica estera". In particolare, nell'ambito del Ministero degli Esteri, opera la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. A Conti Fatti, nella puntata trasmessa il 5 marzo da Radio Vaticana 105.0, ha intervistato l'ambasciatore Pietro Sebastiani, Direttore Generale di questa istituzione.

Direttore, quali sono le funzioni e le attività Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo?
La Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri esercita le proprie funzioni di guida e di indirizzo politico, sia sul fronte delle emergenze, sia su quello della programmazione degli interventi con i paesi in via di sviluppo; in piena coerenza con quelli che sono gli obiettivi generali della nostra politica estera. Questo è avvenuto nell'ultimo anno anche con l'ausilio dell'Agenzia della Cooperazione Italiana allo Sviluppo, che la legge dell'agosto 2014 ha voluto al fianco della Direzione Generale come struttura operativa in grado di attuare, sul campo e sul terreno, iniziative e progetti di cooperazione. È così che Direzione Generale e l'Agenzia hanno lavorato quest'anno fianco a fianco per gestire molte situazioni, con grandi risultati secondo me, aiutandosi anche con il terzo perno che prevede la nuova legge: il ruolo di Casse Depositi e Prestiti che oggi gioca come una vera e propria banca di sviluppo. Molto è stato fatto in questo primo anno, ma occorrerà ancora fare molto. C'è uno spirito di grande collaborazione tra tutti i soggetti che, in generale, lavorano nel campo della cooperazione allo sviluppo; non parlo solo della parte governativa che ho appena citato, ma mi riferisco anche a tutta quella grande ricchezza che ha il nostro paese: le organizzazioni di volontariato, le ONG, il terzo settore, le regioni, i tantissimi comuni, le parrocchie, le famiglie; addirittura ci sono singoli individui che lavorano su questo terreno.

Come incidono i cambiamenti climatici nella sicurezza alimentare delle popolazioni?
Voglio sottolineare che l'insicurezza alimentare è sicuramente una delle spinte che forzano molti a migrare in questi anni: un perno reale di quell'ecologia integrale che è stata delineata dal Pontefice nella "Laudato Sì" (l'inciclica del 2016, ndr.), dove mette in relazione all'ambiente proprio la complessità dei bisogni dell'uomo. Del resto, anche nei giorni scorsi, al forum su "immigrazione e pace" organizzato dalla rete scalabriniana, proprio papa Francesco ha ricordato che, cito: "L'inizio di questo terzo millennio è fortemente caratterizzato da movimenti migratori, che in termine di origine, transito e destinazione, interessano ogni parte del pianeta Terra. Purtroppo in gran parte dei casi si tratta di spostamenti forzati, causati da conflitti, disastri naturali, persecuzioni, cambiamenti climatici, violenze, povertà estrema e condizioni di vita indegne". Insomma i cambiamenti climatici rischiano di avere conseguenze drammatiche sulla sicurezza alimentare delle popolazioni, in particolare in quelle regioni del mondo già oggi afflitte da fame, malnutrizione, povertà estrema, da grandi e inaccettabili disuguaglianze. Bisogna pensare, d'altro canto, che tali cambiamenti si inseriscono anche in un contesto che nel 2050 vedrà la popolazione mondiale arrivare fino a 9/9,5 miliardi. Una popolazione sempre più urbanizzata. La sola Africa avrà un'espansione veramente molto, molto importante nel giro di una generazione. Si stima che la sola Nigeria possa arrivare a 600 milioni di persone. Sono ancora stime, ma si pensa che tutto questo richiederà un aumento della produzione di cibo per lo meno del 70%, del fabbisogno di energia del 37%, del consumo di acqua del 55%.
Come sappiamo il clima è un elemento importante, basilare, dei cicli naturali: la sua stabilità e prevedibilità si ripercuotono inevitabilmente sulla stabilità di molti altri cicli dell'ecosistema, a partire proprio dal settore agricolo e dalle filiere produttive nel campo alimentare. Il problema poi, è ulteriormente aggravato dal fatto che tali impatti incidono su quelle tante persone in tutto il mondo che già faticano a garantire una dieta adeguata per se stessi e le loro famiglie. Spesso, in tanti paesi a basso reddito, i rischi climatici si combinano con situazioni di conflitto, con forme varie di degrado ambientale, di difficoltà di accesso ai servizi sanitari e igienico-sanitari, all'istruzione. In questo modo gli shock legati al clima stanno minando a lungo termine anche la produttività agricola delle aree più povere, proprio dove sarebbe invece essenziale aumentarla. Si crea così quasi un circolo vizioso che peggiora a sua volta la situazione climatica. Però ci sono, fortunatamente, anche dei segnali positivi. Mi riferisco alla recente presa di coscienza da parte della comunità internazionale con l'agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un'agenda che la comunità internazionale si è data per raggiungere nel 2030 tutta una serie di obiettivi. È un'agenda innovativa, perché dimostra come, tra cibo e alimentazione, tra alimentazione e ambiente, tra ambiente e salute, tutto sia inevitabilmente legato, e come risolvere un problema significhi apportare un contributo alla soluzione del problema in generale. Mi riferisco anche all'Accordo di Parigi sul clima. Quindi mi sento di dire, che c'è finalmente una consapevolezza più accresciuta sull'urgenza con cui è necessario agire per arginare questi effetti, che sono sempre più devastanti.

Come si reagisce a questi effetti del cambiamento climatico globale? Quali progetti ha in atto la cooperazione italiana al momento?
Con una battuta potrei dire: trasformando un problema in una soluzione. Si sente spesso dire che l'agricoltura è la fonte di circa un quarto delle emissioni umane di gas serra; questo è vero, tuttavia un certo tipo di agricoltura nei paesi in via di sviluppo, al contrario assorbe carbonio, ed è anche quel tipo di agricoltura che maggiormente stabilizza le comunità, costruisce la sovranità e la libertà locale. Con termine tecnico lo chiamiamo empowerment delle comunità e delle realtà locali: stabilizza le società, disinnescando così anche le spinte alle migrazioni forzate e all'illegalità. Si tratta, in sostanza della piccola agricoltura familiare, quella che noi puntiamo a rivitalizzare e quella di cui anche il nostro paese ha una larghissima esperienza. Per dare delle cifre posso dire che ormai quasi la metà dei progetti dei progetti che facciamo hanno in qualche modo un legame con l'ambiente.
Nel settore alla sicurezza alimentare, come ammontare complessivo di aiuto pubblico allo sviluppo, abbiamo in atto circa 75 milioni, nonché altri 130 milioni circa che vengono da fondi europei, destinati a programmi che affrontano trasversalmente la sfida della sicurezza alimentare in paesi come Senegal, Burkina Faso ed Egitto. È un ventaglio di iniziative che spaziano dal sostegno alle colture sostenibili di caffè in montagna, fino ai cereali in Etiopia. Non sarebbe saggio segmentare la sicurezza alimentare come un comparto solo agronomico: noi operiamo anche con micro credito, sostegno allo stoccaggio di derrate, irrigazione, diesel-solare, formazione di giovani, coinvolgimento delle donne. Sono solo sfaccettature di un approccio che deve essere umanitario, solidale, integrato, calibrato sul complesso dei bisogni delle comunità locali, per renderle resistenti ai cambiamenti climatici e soprattutto rendere loro sicuro il cibo.

Può citare un caso esemplare? Un progetto legato alla sicurezza alimentare per popolazioni provate da eventi climatici straordinari?
Andrei oltre e vi presenterei un progetto che contribuisce a contrastare i cambiamenti climatici, dà sicurezza alimentare alle popolazioni e le protegge dal riscaldamento in atto. È un progetto attraverso il quale abbiamo iniziato a coinvolgere gli emigrati delle aree in questione proprio come investitori, con un chiaro messaggio: la loro responsabilizzazione. L'agenda 2030 impone una responsabilità a ciascuno di noi, a ciascun paese, anche a quelli avanzati. La cooperazione sta facendo appunto questo, soprattutto in Senegal e Burkina Faso, per recuperare le terre degradate: è poco noto ma ogni anno si degradano 12 milioni di ettari di terre che perdono la propria vitalità. Equivalgono, per intenderci, alla superficie della Bulgaria, e quasi il 40% sono localizzate nel Sahel: la parte d'Africa che va da occidente a oriente, dall'Etiopia fino al Senegal; dove il riscaldamento globale provoca la desertificazione. Tuttavia, proprio lì, recuperare un ettaro, con pochi accorgimenti, costa circa 120 dollari. Il loro recupero li trasforma in "pozzi di carbonio" il cui assorbimento annuale tende a rivelarsi più efficiente in termini di risparmio di emissioni e di investimenti in energie rinnovabili, che comunque rimangono necessari. Tutto questo giustifica l'investimento, ma ancora più importante è che il recupero dei terreni mette in moto una serie di sinergie di fondamentale importanza, che vanno dalla tutela della biodiversità alla creazione di un surplus agricolo da investire nel manifatturiero, agli aiuti, alla socializzazione delle comunità. Rivitalizzare le terre, infatti, consolida le prospettive di queste comunità, di intere nazioni, e le sottrae alla dinamica distruttiva della povertà, dell'insicurezza, dei conflitti, che le renderebbero invece strutturalmente incapaci di occuparsi del loro ambiente, o addirittura inclini a distruggerlo ancora di più.

La sicurezza alimentare sarà un argomento cardine del prossimo G7 presieduto e ospitato dall'Italia. Può anticipare quali saranno i temi in discussione?
L'Italia ha una lunga tradizione in questo ambito. Io amo farla risalire addirittura al 1904, quando a Roma venne fondato l'Istituto Internazionale di Agricoltura. Quest'istituto è stato sciolto nel 1946 perché pochi anni prima era nata la FAO e, per evitare sovrapposizioni, il governo italiano dell'epoca decise di sopprimerlo. Questo per dire quanto Roma sia stata e sia tutt'ora il centro mondiale delle politiche agricole, e di tutto quello che riguarda la sicurezza alimentare. Roma ha le tre organizzazioni delle Nazioni Unite che si occupano di sicurezza alimentare: la FAO, il Programma Alimentare Mondiale e l'IFAD (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, ndr.). Quindi l'Italia è da sempre al centro; lo è stata nell'ultimo G8 dell'Aquila del 2009, quando lanciò una grande iniziativa sulla sicurezza alimentare mobilitando 20 miliardi, e lo sarà di nuovo quest'anno a Taormina, in quanto stiamo lavorando a un progetto, proprio su sicurezza alimentare e nutrizione. Con i nostri partner abbiamo il desiderio di avere un impatto su questo settore, in particolare nell'Africa Sub Sahariana che in questi anni resta l'area regionale maggiormente bisognosa dell'assistenza dei paesi donatori.

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