La Cina sarà il nuovo leader della ricerca scientifica ambientale? In evidenza

Scritto da   Domenica, 09 Aprile 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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La Cina sarà il nuovo leader della ricerca scientifica ambientale?

Gli Stati Uniti sembrano abbandonare la causa della lotta ai cambiamenti climatici mentre il colosso orientale sembra pronto a prendere il primato scientifico e politico della svolta verso un'economia sostenibile. Già da candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump si era distinto per il suo negare le responsabilità dell'uomo nell'aumento delle temperature globali. Divenuto Presidente, ha firmato decreti per annullare i piani ambientali del predecessore, e ha annunciato il ritiro dei finanziamenti statunitensi ai programmi di riduzione delle emissioni inquinanti decisi a fine 2015 con l'Accordo di Parigi, sottoscritto da Obama.

Per il prossimo 22 aprile, Giornata Mondiale della Terra, una comunità scientifica molto allarmata si è data appuntamento a Washington e in altre città del mondo per una grande "Marcia per la Scienza", organizzata per influenzare le future decisioni politiche in tema ambientale. La marcia avrà luogo anche a Roma, tra il Pantheon e Campo de' Fiori. Più tardi, scienziati, ricercatori, studenti, divulgatori e ambientalisti che vi avranno preso parte, si recheranno al Villaggio per la Terra di Villa Borghese dove seguiranno l'evento di Washington e rifletteranno sul problema grazie a un convegno di autorità della materia.
Uno degli aderenti alla mobilitazione, Antonello Pasini, ricercatore dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR e Vicepresidente della Società Italiana per le Scienze del Clima, è intervenuto nella rubrica "A Conti Fatti" di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana 105.0.

Professor Pasini, che relazione c'è tra clima e inquinamento?
Per quanto riguarda il cambiamento climatico recente c'è un legame molto stretto. Sappiamo infatti che il clima è sempre variato per motivi naturali: abbiamo avuto ere glaciali e periodi caldi come questo; ma ci siamo accorti che nell'ultimo periodo sta succedendo qualcosa di strano. È aumentata moltissimo la concentrazione in atmosfera di gas come l'anidride carbonica e il metano, quelli che noi chiamiamo gas a effetto serra. Siamo preoccupati perché questi gas hanno la capacità di trattenere il calore nei bassi strati dell'atmosfera. Tutti i nostri modelli ci mostrano che le cause fondamentali del riscaldamento globale recente, per intendersi quello degli ultimi 50-100 anni, non sono naturali, come ad esempio il sole o i vulcani, ma antropiche, cioè dovute alle emissioni di anidride carbonica e di metano. Quindi c'è una relazione molto stretta, perché questi sono inquinanti che emettiamo ogni volta che bruciamo combustibili fossili. Il carbone è la cosa peggiore, il petrolio e il gas naturale un po' meno ma, in generale, in tutti questi casi si emettono gas serra.

Chi nega il problema del cambiamento climatico fa notare che questo starebbe avvenendo nonostante un’aumentata coscienza ambientale rispetto al secolo scorso, e nonostante le moderne tecnologie per la produzione di energia, dei trasporti, e dei riscaldamenti siano oggi meno inquinanti rispetto a quelle che venivano utilizzate fino a qualche decennio fa. Come spiega questo apparente controsenso?
Una cosa è la coscienza ambientale, altro è quello che si fa in atmosfera; e purtroppo noi stiamo facendo poco. Dovremmo ridurre fortemente la quantità di gas serra; ridurre la nostra dipendenza dalle combustioni fossili; e ridurre la deforestazione. Tutte queste cose non si fanno perché non sono semplici, e talvolta non c'è neanche la volontà di farle. Non sono semplici perché si tratta di cambiare un modello di sviluppo. Sostanzialmente, l'Accordo di Parigi di due anni fa ha detto chiaramente che la seconda parte del secolo dovrò essere ad emissioni di carbonio zero.
È un messaggio molto forte per l'economia e la politica perché afferma che i combustibili fossili non hanno futuro. Allo stesso tempo, sempre a Parigi, gli impegni concreti sono stati poca cosa. Ogni stato ha portato riduzioni "volontarie" di anidride carbonica e degli altri gas ma, facendo la somma di tutte queste riduzioni volontarie, si è visto che non si arriva all'obbiettivo: tenere la temperatura ad un massimo riscaldamento di due gradi. Si è arriverà probabilmente a tre gradi, se non di più.

Lei lavora da anni su diversi tavoli scientifici internazionali e ha modo di confrontarsi con i suoi colleghi nord americani. Che momento stanno vivendo con l’avvento alla presidenza di Donald Trump, che sull’ambiente ha delle idee completamente contrarie a quelle della comunità scientifica?
La situazione è certamente molto critica. Il presidente Trump ha espresso chiaramente che, secondo lui, i cambiamenti climatici sarebbero una bufala, forse dovuta ai cinesi. Diciamo che non "crede" al riscaldamento globale e alle sue cause umane. In realtà non si tratta di una fede ma di vedere i risultati scientifici. A questo punto pare che, al di là di questa sua convinzione, stia togliendo soldi all'agenzia americana per l'ambiente e a tutte quelle istituzioni che si occupano di ricerca scientifica, sul clima in particolare e anche sull'inquinamento atmosferico. Questo ovviamente è un grosso danno: si può anche non essere d'accordo su determinate visioni del mondo, ma non si possono tarpare le ali alla scienza. La scienza ha un metodo oggettivo di analizzare le cose: la comunità scientifica è fatta di scienziati che si correggono a vicenda. La dinamica scientifica è estremamente rigorosa: dar retta a persone che fanno proclami sul web, senza passare le forche caudine del controllo dei propri colleghi scienziati, secondo me è molto grave.

La risposta della comunità scientifica internazionale alle politiche ambientali di Trump è la Marcia per la Scienza che avrà luogo a Washington, e in altre città del mondo, in occasione della Giornata Mondiale della Terra, il prossimo 22 aprile. Le chiedo se aderirà alla mobilitazione e se, secondo lei, la marcia riuscirà a influenzare le decisioni del Presidente in materia ambientale.
Da parte mia ho dei dubbi che si possa fare un'azione incisiva nei confronti del presidente Trump. In realtà si faranno queste marce in tutto il mondo; ce ne sarà una anche a Roma. Non so ancora se sarò alla marcia, ma sarò al Villaggio per la Terra il 22 aprile, per una lezione sui cambiamenti climatici e sugli influssi umani e naturali ai ragazzi delle scuole superiori. Anch'io perciò partecipo in qualche modo a quest'evento della Giornata Mondiale della Terra.

Per concludere: a questo punto lei è ottimista sul raggiungimento dei risultati di contenimento del riscaldamento globale che sono stati fissati nell’Accordo di Parigi?
Come dicevo, all'Accordo di Parigi ogni nazione è arrivata con le sue proprie riduzioni volontarie; quindi se hanno detto di farlo dovrebbero farlo. Il problema è, per esempio, che negli Stati Uniti è cambiato il presidente, e probabilmente lui non avrà intenzione di fare quelle riduzioni che aveva promesso Obama. Dall'altro lato, però, c'è la Cina, una grossa potenza che fino a pochi anni fa costruiva una centrale a carbone ogni quindici giorni, la cosa peggiore dal punto di vista delle emissioni di gas serra, che adesso invece sta cambiando rotta in maniera molto radicale, perché lì c'è un'opinione pubblica molto preoccupata dell'inquinamento atmosferico per cui veramente muoiono come le mosche. La Cina rischia quindi di diventare, per assurdo, il leader mondiale della ricerca scientifica sull'ambiente e anche delle azioni che si possono fare per risolvere questi problemi.

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