La cultura dello scarto non è amica delle comunità umane In evidenza

Scritto da   Domenica, 14 Maggio 2017 16:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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La cultura dello scarto non è amica delle comunità umane

Ad inizio marzo, a Bruxelles, si è svolta un'importante conferenza promossa dalla Commissione Europea per fare il punto sul piano d'azione comune per l'Economia Circolare varato dall'Unione Europea. Alcuni punti cardine del piano prevedono ad esempio che entro il 2030 i rifiuti urbani di tutta l'Unione siano riciclati almeno al 65%, e che gli imballaggi dei prodotti siano riciclati non meno del 75%.
Walter Ganapini è una figura di spicco dell'ambientalismo italiano, ed un esperto del ciclo dei rifiuti. In un recente convegno sull'economia circolare, in occasione della Giornata Mondiale della Terra, ha lanciato un monito sulla quantità di Anidride Carbonica presente in atmosfera che, come ormai affermano molti scienziati, sarebbe vicina alla soglia di pericolo per la sopravvivenza stessa del genere umano. Ex presidente di Greenpeace, co-fondatore di Legambiente, per anni membro del Comitato Scientifico dell'Agenzia Europea dell'Ambiente, di cui ancora oggi è membro onorario, Ganapini è attualmente direttore generale dell'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell'Umbria. È stato intervistato in "A Conti Fatti", rubrica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana 105.0.

Lei ha un passato di ambientalista ante litteram e si è occupato di rifiuti a diversi livelli amministrativi. Abbiamo gli strumenti tecnologici, produttivi e scientifici per arrivare a non produrre più rifiuti?
È chiaro quale debba essere l'insieme di azioni che vanno intraprese, dal livello individuale a quello delle imprese per arrivare a quello normativo - istituzionale, per ridurre la produzione di rifiuti. La migliore delle soluzioni possibili è, innanzitutto, la riduzione del rifiuto medesimo. Questo è possibile attraverso un ripensamento delle merci, dei servizi, dei beni; a partire da ciò che si definisce l'eco design e attraverso gli strumenti che si chiamano "analisi del ciclo di vita": LCA - Life Cycle Assestment. Sono tutte strumentazioni poste in essere già da almeno vent'anni che aiutano a pensare, all'origine di una merce, quale ne debba essere il destino una volta che ha completato il suo primo ciclo d'uso. Quindi, da un punto di vista delle tecnologie, la risposta non può che essere positiva. È molto chiaro ciò che occorre fare: ridurre all'origine quantità e qualità (nel senso di pericolosità) dei rifiuti che andiamo a produrre; non solo e non tanto quelli urbani: dev'essere chiaro che la priorità va assegnata ai rifiuti delle attività produttive, i rifiuti industriali, quei rifiuti che hanno una maggiore pericolosità. A seguire l'obiettivo è raccoglierli in modi differenziati, anche al livello delle imprese, per facilitarne il recupero come materia (la soluzione assolutamente più efficiente da un punto di vista termodinamico) e per ridurre al minimo qualunque cosa vada sotto il nome di smaltimento.

Che cosa manca a valle di questa filiera? L'organizza stessa della filiera? Una componente nella società, nel riciclo dei rifiuti domestici? Oppure la volontà politica di investire e di mettere in moto questi accorgimenti?
L'Unione Europea è molto chiara su questa priorità. La gerarchia delle misure da intraprendere addirittura risale al 1986 ed è stata confermata fino ai giorni nostri. In primis occorre ridurre all'origine quantità e pericolosità dei rifiuti; raccoglierli in modo differenziato; massimizzare il recupero di materie da essi; sostanzialmente ridurre al minimo, marginalizzare, rendere "satellitare" lo smaltimento attraverso la discarica nel suolo, finanche al superamento dell'incenerimento dei rifiuti, che si è dimostrato essere anche energeticamente assai meno produttivo che non recuperare materie dai rifiuti.
Occorrerebbe attenersi a questa gerarchia. Nel nostro paese abbiamo avuto alti e bassi: ci sono stati momenti nei quali ci siamo molto avvicinati all'Europa. Abbiamo delle filiere di eccellenza, ad esempio nel campo degli imballaggi, per quanto concerne il recupero e il riciclaggio dei materiali cellulosici (carta e cartone) del vetro, dell'alluminio; adesso anche nel campo delle plastiche. Abbiamo dei buoni livelli che derivano dal fatto che in almeno metà del paese sia abbastanza ben diffusa la raccolta differenziata: in Lombardia, in Veneto, in Emilia Romagna, adesso anche in Piemonte e nel mezzogiorno abbiamo dei punti di eccellenza. Abbiamo bisogno di avere una strategia chiara, definita; ben supportata da leggi chiare, semplici, dall'adeguata disponibilità di risorse per aiutare le imprese a ripensare la produzione delle merci, e per aiutare i servizi ambientali, le società (soprattutto le pubbliche) che erogano servizi ambientali, ad adattarsi al meglio, attraverso la pratica della raccolta differenziata porta a porta; sviluppando poi in cascata le filiere che riciclano industrialmente le frazioni che riportiamo ad un destino produttivo.

Guai a dimenticarsi, in questo schema, l'importanza della sostanza organica. Recuperare i rifiuti organici: soprattutto quelli alimentari, la cui dispersione nell'ambiente è uno scandalo morale, prima ancora che termodinamico. Il recupero della sostanza organica, la sua trasformazione in fertilizzante per i terreni, nel nostro paese diventa una priorità assoluta anche alla luce del cambiamento climatico che sta inducendo in un'aridificazione progressiva del nostro suolo attraverso fenomeni di siccità, come purtroppo già misurano Coldiretti e grandi organizzazioni agricole. Riportare la sostanza organica al suolo vuol dire anche preservarne la fertilità in prospettiva.

Tutto questo ci fa capire che ragionare di una riforma profonda del modo di gestire i rifiuti implica nuove scelte produttive; nuove scelte nel campo dei servizi; anche una nuova industria nell'ottica dell'economia circolare, che sappia riusare le materie che derivano dai rifiuti stessi e le riporti nei cicli produttivi: pensiamo ai rifiuti elettrici ed elettronici, sorgenti di importanti elementi come le terre rare (elementi chimici di difficile e costosa estrazione dai minerali, ndr.) che servono per tutte le tecnologie dell'informazione, e arriviamo poi fino al tema del recupero di fertilizzanti dagli organici. Tutto questo è un'occasione di sviluppo importante; ed alla fine è anche una risposta alla domanda che ci fa papa Francesco con la "Laudato Si'" (l'enciclica del 2015 a tema ambientale e sociale, ndr.) quando ci dice di superare la cultura degli scarti, non solo rispetto alle persone ma anche rispetto alla materia. La cultura degli scarti non è amica della persona, non è amica delle comunità umane; quindi muoversi nella logica di prevenzione, recupero, riuso, riciclaggio e via discorrendo, significa avere in mente un mondo migliore.

Lei è direttore generale dell'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell'Umbria, una regione che nell'immaginario collettivo è un gioiello naturalistico e storico. A parte i problemi dovuti ai recenti eventi sismici, qual è lo stato di salute ambientale di questa regione?
La Regione Umbria è il cuore verde di questo paese. Lo è di fatto, di diritto. Naturalmente non è un mondo a parte. In materia di rifiuti, da un anno sta perseguendo la strategia comunitaria di cui si è parlato e si ottengono già grossi risultati in materia di raccolta differenziata e di rivisitazione di servizi ambientali. Ci sono problemi legati ad un'antica industrializzazione, con la contaminazione delle falde con solventi clorurati; ci sono problemi anche di qualità dell'aria in alcune zone tra Foligno e Terni ma complessivamente mi pare di poter dire che è una regione in marcia verso un modello di sviluppo che deve, per definizione, essere sostenibile.

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