Suolo fertile: 500 anni per crearlo, due settimane per annientarlo sotto un parcheggio. In evidenza

Scritto da   Domenica, 15 Ottobre 2017 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Suolo fertile: 500 anni per crearlo, due settimane per annientarlo sotto un parcheggio.

Che cos’è il suolo, dal punto di vista scientifico? Perché è così importante mantenerlo allo stato naturale? Che succede a un campo o a un prato ricoperti d’asfalto? E quanto ci vuole per riportare una superficie edificata alla condizione precedente?


Ne abbiamo parlato in “A Conti Fatti”, rubrica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana, in una puntata dedicata al consumo di suolo nella quale è intervenuto Paolo Pileri, docente di Pianificazione Territoriale Ambientale al Politecnico di Milano, autore di libri e pubblicazioni in difesa del suolo e della biodiversità.



Prof. Pileri, definiamo il suolo: quanta parte della terra che abbiamo sotto i piedi è “suolo”? Che cosa contiene? Ci sono terreni che vale la pena difendere più di altri dal famigerato “consumo di suolo”?

Il suolo è la risorsa più preziosa e meno riproducibile che abbiamo sul pianeta Terra. È, in assoluto, la risorsa di cui dovremmo avere maggior cura. In assoluto ce n’è poco: ad esempio, forse il 5-6% del pianeta è suolo già predisposto per la produzione di cibo. Questo ci fa capire che, di fatto, siamo attaccati a un filo. Anche se la nostra percezione, vivendo sulla terra emersa, è che ci sia una vastità incredibile di suolo, non tutto quello che vediamo è “pronto all'uso”.

Inoltre, molto suolo viene degradato, e i processi di recupero sono lunghissimi; pertanto ipotechiamo la possibilità di non produrre cibo per tantissimo tempo. Tutto ciò lo facciamo soprattutto per i suoli migliori, che sono, guarda caso, quelli delle pianure. Nelle pianure tendiamo a consumare più suolo, e a degradarlo più che in altri posti. Molto spesso la nostra cecità, la nostra miopia, ci porta a distruggere non solo la “risorsa suolo”, ma anche la migliore qualità dei suoli che abbiamo a disposizione.

Che succede al suolo fertile che viene coperto. Si conserva? Deperisce? E’ facile riportarlo allo stato naturale magari dopo l’abbattimento di un edificio abusivo o il recupero di un’area edificata dismessa?

Muore. Non ci sono mezze misure: un suolo che viene “tappato” muore. Il suolo è una risorsa viva, non lo sporco sotto i piedi. Come dico ai miei studenti è una risorsa che vive del comportamento dell'inquilino “del piano di sopra”: se questo è la natura (piove, cadono le foglie) il suolo si alimenta di acqua, di carbonio, e continua ad essere fertile; se il piano di sopra è uno strato d’asfalto, anche poroso, di quelli più “tech”, il suolo muore. Per altro, per coprirlo di asfalto, si è fatto prima un movimento terra; vuol dire che si tolgono tutti gli strati superiori, che sono i più fertili e interessanti.

Il ripristino dei suoli è qualcosa che sta più sui libri di scuola e dell'università che nella realtà. Tutto è possibile, però si tenga conto che 2,5 cm di suolo si rigenerano “naturalmente” in cinquecento anni… Cinquecento anni! Come esseri umani possiamo essere anche super hi-tech (anche se non ci sostituiremo mai a Dio e alla natura) e potremmo ridurre questo enorme lasso di tempo, ma comunque ci vorrebbero cento anni. Quindi, riusciamo a fare un parcheggio in due settimane e poi, pompando il suolo di ammendanti e altro, abbiamo bisogno di cent’anni, eventualmente, per ripristinare da parcheggio ad area agricola. Follia.

Il grande tema ambientale di questi anni è il “cambiamento climatico”, anche questo fenomeno consuma il suolo?

Certo. Il suolo deperisce per tante ragioni, non solo per la cementificazione, ma anche per la desertificazione. La nostra testa va al Sahara, ma la desertificazione l'abbiamo anche in Italia: i suoli che diventano troppo aridi. Il suolo è una ricetta perfetta: il 20-25, a volte anche il 30% di esso è fatto d’acqua; se questa sparisce, sparisce la vita che c'è nel suolo. Questa si chiama desertificazione, ed è dovuta anche all’aumento delle temperature e al cambiamento dei regimi ventosi. Però, parliamoci chiaro: i cambiamenti climatici non sono un'invenzione di Dio o della natura; sono la reazione, purtroppo maldestra, di azioni dell'uomo sulla Terra. Di conseguenza, di nuovo, per la proprietà transitiva, il suolo sta deperendo a causa nostra: di noi che produciamo i cambiamenti climatici.

In Italia c’è chi, per difendere il suolo agricolo, è andato a processo con l’accusa di “avere provocato un danno ingiusto” a chi voleva costruirci sopra. È successo a un sindaco della provincia di Torino e lei ne ha parlato nel suo ultimo libro “Il suolo sopra tutto”.

Matilde Casa è sindaco di un piccolo comune di 1500 abitanti, alle porte di Torino. Per diverse ragioni aveva deciso di fare una variante al piano e togliere l'edificabilità ad un terreno, anche perché non c'è bisogno di costruire a Lauriano. Un terreno anche, in parte, a rischio idrogeologico. Uno di quei terreni che poi ci intimoriscono quando vediamo le alluvioni nei telegiornali, sperando che non capiti a noi. Per questo è stata denunciata dal proprietario. La cosa più grave è che la Giustizia, per un momento, l'ha accusata di compiere un danno, ovviamente alle aspettative del proprietario. La Giustizia in quel momento non ha capito che lei salvava un bene comune; salvava anche il fatto che, un domani, quelle villette sarebbero diventate uno sfacelo sotto la prima alluvione. Ha passato due anni tra i processi, fino a quando è stata totalmente e pienamente assolta, perché non avevano senso ne l'accusa del proprietario, ne il rinvio a giudizio. Questa storia ci fa dire che si può essere sindaci a favore del suolo e si possono togliere le edificabilità dai piani urbanistici. Bisogna avere coraggio. Spero solo che il lavoro ha fatto da Matilde Casa non rimanga in un cassetto, o nel racconto che possiamo fare in radio, o in un libro; ma che apra una strada a tanti altri sindaci coraggiosi che inizino a togliere le edificabilità inutili dai nostri suoli migliori.

Lei è responsabile scientifico del progetto VenTo, la futura pista ciclabile che collegherà Venezia a Torino attraversando la pianura Padana. Recentemente il progetto è stato messo a bando. Di che cosa si tratta e, visto che siamo in tema, è un’opera che rispetterà il suolo o ne consumerà ulteriormente?

Questa è una pista che, se ci pensate, attraversa la pianura più fertile e i suoli migliori di tutta Europa. Chi pedalerà su questa pista potrà vedere agricolture che cambiano ad ogni chilometro. Uno spettacolo. Con questa pista si produrranno economie, si aiuteranno di fatto la buona agricoltura, le locande, le trattorie, tutte quelle unità dove il suolo, diventando cibo, diventa per noi alimento. Non preoccupatevi: l'ultima problema della vita sono le ciclabili che consumano suolo, se ben fatte. Nel caso di VenTo passeremo lungo le sommità arginali del fiume Po, che al 60% sono già tutte asfaltate. Se anche occorresse fare un piccolo intervento d’asfalto, concedetecelo: cercheremo di usare materiali il più possibile permeabili. Concedetecelo, perché riporteremo tantissime persone a rendersi conto di che cosa sono il suolo e la bellezza dei nostri paesaggi.

I consumi di suolo iniziano dalle nostre teste, dalla nostra indifferenza. Anche una ciclabile può rimettere attenzione ai nostri paesaggi, alle agricolture, ai suoli; e quando queste persone che avranno pedalato torneranno a casa, credo, voglio sperare (e faremo di tutto perché accada) che si prenderanno più cura, racconteranno un po' di più, la bellezza del territorio che hanno passato, e quindi lo difenderanno. Perché chi non conosce non difende.

Foto: katsuwow / pixabay.com
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