Montagne sotto pressione tra cambiamenti climatici, fame e fenomeni migratori. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 13 Dicembre 2017 12:03 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Montagne sotto pressione tra cambiamenti climatici, fame e fenomeni migratori.

La montagna è un ecosistema determinante per la vita sulla Terra.
Solo per dare un dato, l’80% dell’acqua dolce del pianeta ha origine montana, ma nonostante ciò e nonostante il fatto che circa un sesto della popolazione mondiale viva in zone di montagna l’attenzione che media e politica riservano alla protezione di questo ambiente è ancora carente.
Anche per questo è nata la Mountain Partnership, un partnerariato di governi, ong e istituti di ricerca che ha nella tutela della montagna la sua mission. In questi giorni la Mountain Partnership si riunisce a Roma presso la sede della Fao per un convegno dal titolo “Mountain under pressure” con l’obiettivo di analizzare problemi che con sempre maggiore forza stanno investendo la montagna come cambiamento climatico, fame e fenomeni migratori.
Se ne è parlato su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia con Rosa Laura Romeo funzionario FAO e program officer della Mountain Partnership.

In che modo i cambiamenti climatici stanno modificando gli equilibri dell'ecosistema montano?
I cambiamenti climatici sono una realtà nella maggior parte delle montagne del mondo. Uno degli aspetti più evidenti è la scomparsa o il ridimensionamento di moltissimi ghiacciai che hanno un ruolo fondamentale perché accumulano le risorse idriche durante l'inverno sotto forma di ghiaccio, acqua che poi viene rilasciata lentamente durante le stagioni estive. Danno quindi acqua non solo alle popolazioni montane, ma soprattutto alle popolazioni che vivono a valle; circa il 60-80% della popolazione mondiale vive con l'acqua che proviene dalle montagne quindi capiamo che già il fatto che i ghiacciai si alterino ha degli impatti enormi sulla vita di tutti noi.
Un altro aspetto importante è il cambiamento del sistema idrologico per cui ci sono delle piogge torrenziali che si trasformano poi in disastri come smottamenti, valanghe, frane, etc, con un impatto molto forte sul territorio.
In alcune zone l'aumento di temperatura sta provocando una desertificazione per cui zone che prima erano molto verdi e molto produttive progressivamente stanno diventando sempre più aride; in altre zone ancora arrivano progressivamente nuove piante infestanti o agenti patogeni che prima non esistevano perché con il clima che si riscalda queste piante e questi animali si trovano a loro agio in un ecosistema più alto.
I cambiamenti del clima in montagna sono molteplici e tutti hanno un impatto nel medio e lungo periodo molto negativo, non soltanto per l'ambiente e per le popolazioni che vi abitano, ma con ripercussioni per tutta la popolazione mondiale.

 

Nelle zone montane del pianeta vive circa un miliardo di persone. Uno dei temi del meeting “Mountain under pressure” è legato proprio alla questione delle migrazioni.
La migrazione in montagna è sempre esistita. C'è una migrazione stagionale di persone che vanno a lavorare nelle pianure per mandare soldi, un aiuto economico alle famiglie, e c'è una migrazione di persone che cercano una vita migliore che c'è sempre stata, ma che ultimamente è in grande aumento perché in un mondo globale, dove c'è una conoscenza profonda delle infrastrutture, dei servizi e delle opportunità che esistono nelle zone di pianura, le popolazioni, soprattutto più giovani, cercano una vita migliore, una vita dove si possa andare a scuola, avere un ospedale nelle vicinanze, usufruire di tutti quei servizi che sono normali nelle zone di pianura e che purtroppo in montagna sono più rari.
Ho conosciuto famiglie di persone che mi dicevano “noi vogliamo che i nostri figli abbiano un'educazione, un'istruzione adeguata quindi stiamo migrando perché qui la scuola più vicina è a un'ora e mezzo di cammino e comunque l’istruzione è garantita soltanto per pochi anni”.
In questo momento c'è una forte migrazione maschile, soprattutto da alcune zone, che lascia le donne con le persone anziane e i bambini piccoli isolate nelle zone di montagna con ripercussioni fortissime sull'economia locale e sulla sopravvivenza di queste persone; spesso gli uomini mandano denaro per i primi anni, ma talvolta formano nuove famiglie nei paesi in cui si trovano e smettono di mandare i soldi a casa e queste donne si trovano isolate, spesso in paesi in cui non hanno accesso al credito o non possono avere corsi di formazione per imparare a coltivare la terra con delle ripercussioni sociali molto forti.
La migrazione verso le zone urbane è inoltre spesso una migrazione molto triste; si formano queste zone di povertà nelle cinture estreme delle città senza più connessioni sociali, senza più le reti di sostegno che ci sono nelle piccole comunità e nei piccoli villaggi; questi migranti partono pieni di aspettative, ma spesso poi il fenomeno si risolve in una situazione assai negativa.
Il fatto che le montagne si spopolino ha inoltre un impatto molto duro sulla perdita di cultura, di biodiversità e di ricchezza sociale perchè in montagna vivono tantissimi gruppi etnici con molte lingue, culture e tradizioni diverse; nelle società di montagna c’è una ricchezza che non si può perdere, anche di tradizioni, abitudini e pratiche tradizionali che sono utilissime, per esempio, per limitare l'impatto dei cambiamenti climatici, penso ai terrazzamenti, ma ce ne sono molte altre.
Noi ci stiamo impegnando per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni montane per far si che possano rimanere, se vogliono, a vivere in montagna, ma con sistemi, infrastrutture, servizi e opportunità che siano paragonabili a quelli delle popolazioni che vivono nelle zone di pianura.

Per proteggere l'equilibrio ambientale, sociale, economico delle montagne è nata la Mountain Partnership. Quest'anno ricorre il quindicesimo anniversario: quali sono stati i risultati raggiunti finora?
La Mountain Partnership è l'unico strumento globale per promuovere la vita nelle montagne e per migliorare l'ambiente montano.
Siamo partiti con un piccolo gruppo di circa 40 membri e ne abbiamo adesso più di 300, fra cui 60 governi; il governo svizzero e quello italiano, che hanno creato la Mountain Partnership insieme alla FAO e all’Unep, rimangono i governi più attivi nel promuovere questa alleanza.
Molti governi si sono attrezzati con un meccanismo nazionale per le montagne, un sistema in cui rappresentanti di vari ministeri, società civile, università si riuniscono per affrontare i temi delle montagne con un approccio integrato; le montagne sono sistemi molto complessi e richiedono soluzioni complesse, non si può pensare che solo un ministero o un piccolo gruppo se ne possa occupare.
Uno dei grandi risultati che abbiamo raggiunto è quindi una maggiore attenzione a livello politico verso le zone montane.
Abbiamo coinvolto la società civile, con Slow Food abbiamo sviluppato un etichetta per i prodotti di montagna per aiutare i piccoli produttori a vedere riconosciuti i loro prodotti sul mercato e abbiamo avuto un feedback estremamente positivo, i produttori sono contentissimi e ci parlano di enormi incrementi nelle vendite.
Abbiamo fatto molti altri progetti che si sono occupati della gestione dell'ambiente per aumentare l'attenzione verso il problema dei cambiamenti climatici. Moltissimo abbiamo fatto, per esempio, per migliorare la disponibilità e la conoscenza di corsi di formazione sull'ambiente montano: da dieci anni con l’università di Torino, a cui si è aggiunta di recente anche l'università della Tuscia, abbiamo creato un corso di formazione per tecnici di tutto il mondo per capire come gestire i problemi delle zone montane, un corso che ha un grandissimo successo e che viene svolto qui in Italia.
Quindi tante cose e devo dire che in questi 15 anni abbiamo visto crescere enormemente l'attenzione politica verso i problemi della montagna.

È un'attenzione che però ancora non basta, probabilmente. Come mai delle montagne si parla ancora così poco?
L'attenzione sicuramente non basta.
Abbiamo momenti di grande entusiasmo, di grande successo, e altre situazioni in cui invece ci rendiamo conto che bisogna continuare a lavorare molto.
Nell'accordo di Parigi, per esempio, le montagne non sono mai menzionate nonostante il gravissimo impatto su di loro dei cambiamenti climatici. Nella riunione a Roma della Mountain Partnership su montagne, clima, fame e migrazione abbiamo lanciato questa "framework for action", uno strumento politico per ribadire la necessità di implementare l'agenda 2030 e l'accordo di Parigi nelle zone di montagna.
È fondamentale che le zone e le popolazioni di montagna siano pienamente protagoniste dell'agenda 2030 altrimenti questo gap, questa divisione tra l'ambiente di pianura e quello di montagna, crescerà e la coesione sociale tanto desiderata risulterebbe ancora più lontana.

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