Iannacone (Rai3): Terra dei fuochi una ferita profonda. Non è cambiato nulla. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 17 Gennaio 2018 12:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Vekero / Pixabay.com

Domenico Iannacone è un giornalista di Rai Tre che conosce bene la “terra dei fuochi”. Le sue inchieste filmate, trasmesse nel programma “I dieci comandamenti” nel 2013 e ancora lo scorso novembre, hanno contribuito ad accendere e a mantenere puntati i riflettori su questa ferita aperta nella società italiana. Se i dati ufficiali e le statistiche pubblicate di recente sembrano ridimensionare il problema della sicurezza alimentare dell’agricoltura campana, ci pare doveroso andare oltre i numeri e cercare di comprendere la realtà sociale di quelle terre, parlandone con chi ha intervistato, sul posto, chi è costretto a vivere accanto a roghi e discariche.

   

Domenico, una delle persone da te intervistate ha dato una definizione della situazione che mi sembra perfetta: la terra dei fuochi è la nostra Chernobyl. Che cosa è stata, e che cos'è oggi la terra dei fuochi? Come spiegheresti il fenomeno a una persona che non ne ha mai sentito parlare?

C'è una difficoltà, perché le parole a volte non bastano. L'idea di poter fare televisione forse aiuta in questo senso, perché l'immagine di per sé scavalca anche le parole. Però è parziale anche quello. Bisogna annusare quella terra; anzi bisogna scapparsene, perché non c'è possibilità di respirare. È qualcosa di indescrivibile. Molto spesso devo raccontare quello che ho visto, perché l'esigenza era dare una testimonianza diretta, rispetto anche alle varie volte in cui sono stato in quei posti. Questi posti non sono stati mai sanati. È qualcosa di terribile; è un girone dantesco; è una Chernobyl: ha detto bene Vincenzo, uno degli intervistati che porta in quelle zone. È qualcosa che ha a che fare con un passato, con un presente, ma anche con un futuro difficile.

Hai fatto due puntate de “I dieci comandamenti” dedicate alla terra dei fuochi. La prima, nel 2013, era in realtà condivisa con un altro argomento (vedi). La seconda è del dicembre scorso (vedi). Che cosa è cambiato in questi quattro anni?

Nulla. Non è cambiato nulla. La cosa terribile è questa. L'idea era di poterci tornare per cercare di capire se qualcosa si stesse muovendo, come si fa spessissimo anche in altri paesi: la BBC per esempio racconta a periodi ricorrenti un posto, un fatto, proprio per non farlo dimenticare. La spinta era proprio questa: andiamo a vedere che cosa è successo in questi quattro anni. Ebbene, ti dico che non è accaduto nulla. La famosa e famigerata bonifica, il tanto decantato smaltimento delle ecoballe… non è stato fatto nulla. La cosa peggiore è che i dati, in parte tranquillizzanti, quelli che sono usciti in questo periodo, non vanno a sanare quella ferita. La ferita è profonda. Gli effetti ci saranno da qui a qualche anno, ma già [oggi] l’incidenza dei tumori, checché ne dicano le statistiche, è altissima, al di sopra della soglia in una terra che non è industrializzata. Molto spesso il paragone è col nord, ma quella terra (l’entroterra napoletano e casertano, ndr.) non ha industrie, è campagna. Hanno inquinato la terra e questa è la cosa peggiore; e la terra fuma, ma fuma veleni ed è una cosa che, soltanto a immaginarla, vengono i brividi.

La puntata di cui stiamo parlando si intitola “Il danno”. Personalmente la ricordo come un insieme di quadri, di tableaux: una galleria quasi metafisica...

... di orrori

… esatto. Ma anche dal punto di vista immaginifico: la Reggia di Carditello, quella abbandonata; la discarica sul Vesuvio. Soprattutto mi è rimasto negli occhi il sito di stoccaggio di Taverna del Re. Tra l'altro questo nome: Taverna del Re, rimanda a qualcosa, probabilmente bella, che esisteva in passato.

Qualcosa di rigoglioso. Devi sapere che quella era la parte più fertile della Campania: lì i Borboni coltivavano la propria frutta. Quella zona era ricca di pescheti.  Tu dici quattro anni fa, ma io ci sono stato anche prima: quando ero inviato di Iacona (Riccardo Iacona, conduttore di Presa Diretta su Rai3, ndr.) e facemmo la trasmissione “Viva l'Italia” all'inizio degli anni 2000. Mi ricordo le pesche intasate di polvere e di moscerini che si trasferivano dalle ecoballe che stavano lì. Mi ci sono arrampicato; ho preso anche una denuncia, perché quello è un sito strategico militare. L'immondizia... un sito strategico militare… pensa che paradosso che c'è intorno a questa vicenda. Ma è qualcosa che è rimasto lì. Oggi, mi dicono, quella sostanza è mineralizzata; cioè per smaltirle (le ecoballe, ndr) hanno bisogno di metterci del carburante, per farle bruciare più velocemente. Capisci? C'è qualcosa di insano che è stato fatto. Sei milioni di ecoballe: io non so dove le manderanno. Non so quando sarà liberato quel territorio.

Stiamo parlando di un sito dove, praticamente, ci sono delle colline artificiali, geometriche, a perdita d'occhio...

Trecentocinquanta campi di calcio messi insieme.

Di fronte a questo sito, nel documentario, c'era Vincenzo, il presidente di un’associazione locale, che ha tirato fuori delle definizioni quasi poetiche della situazione: per esempio ha parlato di “viali della dannazione”, di un “concentrato di cattiveria”...

Vincenzo sta pagando per primo, perché si è ammalato. Ha una forma di malattia leucemica del sangue, quindi lui, in qualche modo, vive questo dissidio. Sta facendo questa operazione per il futuro. È a capo di un gruppo di persone di buona volontà (questa è la parola precisa): gente che salvaguarda quel territorio perché vuole che si salvi qualcuno. Lui sa che la sua situazione di salute è molto precaria, per non dire il resto, eppure si sta impegnando. Le parole che utilizza sono parole che vengono dal profondo. È come se quella dannazione, quell'inquinamento, fosse entrato nella sua carne, nel suo sangue, e ne dimostrasse gli effetti nei fatti.

Che persone sono quelle che vivono lì? Come possiamo definirle? Vittime? Complici? Sono persone indifferenti (in parte ovviamente) o impotenti? Ripenso alla mamma di Antonio che di fronte alla tomba del figlio ti ha raccontato la sua storia. Chi sono questi, che definirei “dannati” più che danneggiati?

L'idea del danno era l'idea di una stratificazione di male che si era perpetuato nel corso del tempo. In quella zona, quando l'ecomafia ha iniziato a muovere i primi passi, quando la camorra ha capito che con i rifiuti ci poteva guadagnare, si è creato un momento di vessazione. I cittadini non potevano ribellarsi. Mi hai citato Taverna del Re: quella zona è stata coltivata per anni, era patrimonio dei contadini che coltivavano delle primizie incredibili. Quando arriva la camorra, arrivano gli interessi industriali su quella terra, e arrivano le intimidazioni. La gente ha dovuto lasciare quei territori. Racconto di una persona che, ricordo, mi fece vedere la foto di un albero sradicato: proprio dalle radici e messo sottosopra. Mi disse: “Vuoi sapere che cosa è questa? Questa e l'intimidazione”. Cioè: non voleva lasciare quel terreno, e questo era il segnale che quel terreno doveva essere lasciato. Glielo strapparono come si strappa l'anima delle cose e lo misero capovolto per dire: questa è fine che farai tu se non lasci il territorio. È chiaro che in quelle condizioni che si è deboli. Poi c'è stato chi ci ha voluto guadagnare, chi ha dato, consciamente o inconsciamente, la possibilità di scaricare, di riversare, di interrare; ma in un momento di grande emergenza, come c'è stata in Campania negli ultimi anni, è chiaro che le cose si confondevano. Non era più possibile tracciare i rifiuti. Immagina la cava dove si sotterravano soltanto i rifiuti solidi urbani, non differenziati: già questo ti fa capire esattamente che scempio è stato fatto; ma lì dentro, insieme a quella roba, ci finiva anche altra roba. C’è la cava Resit (a Giugliano, ndr.), che non è stata bonificata e che invece l'Europa ci chiedeva di bonificare, dove il pentito Vassallo racconta che morivano anche i topi. Capisci? Mentre sversavano, morivano anche i topi. Tra l'altro, in un momento dell'ultimo documentario c'era un altro Enzo, Petrella, di Acerra, che mi dice: "Io ho visto una cosa che mi è rimasta impressa: il topo che mi veniva incontro, frastornato dalle esalazioni”. Questa dimensione fa capire che nel corso di questi anni tutto si è stratificato, con una componente che non ha avuto soltanto una cosa: il buon senso, di chi doveva controllare e amministrare, e fare il bene pubblico invece che gli interessi privati e quelli criminali.

Terra dei fuochi: gli effetti sono l’immondizia sotterrata, l'inquinamento dei terreni, i roghi che disperdono veleni, diossina, il percolato che penetra nelle acque. Poche settimane fa l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, con cui abbiamo parlato in un'altra intervista, ha presentato dati che paiono dimostrare che le produzioni agricole della Campania sono sicure al 99%, con uno studio nei numeri molto capillare. È un modo per tranquillizzare sull'agricoltura, sui prodotti che vengono dalla Campania. Tu come vedi questi dati?

Io li vedo parziali. Perché parziale è il registro tumori, perché si ferma fino a un certo anno; perché parziale è la mappatura del territorio; perché parziali sono gli elementi per cui alla fine. Per dire: qualche settimana nei territori di Maddaloni e Comiziano (comuni delle provincie di Napoli e Caserta, ndr.) è stato sgominato un gruppo criminale che disperdeva i fanghi come se fossero concime chimico su un territorio ampissimo. Tant'è che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha praticamente bloccato ettari ed ettari, che non sono quelli che l'Istituto Zooprofilattico in qualche modo circoscrive. Quindi il problema è ampio: il problema è fare una mappatura. In quella puntata io ho raccontato chi fa l'agricoltura per bene. L'agricoltore che in qualche modo ha deciso di dare un segnale forte si fa mappare, ha deciso lui stesso. Massimo Ucciero (un coltivatore di pomodori intervistato nella puntata “Il danno”, ndr.) con quella piccola azienda, non si è sottomesso alle multinazionali che gli vogliono comprare il prodotto prima; dice: “Io voglio gestire e garantire al consumatore un prodotto fatto neanche con l'acqua, lo produco in arido cultura. Gli faccio capire che questa terra lavica permette, anche in condizioni estreme, di fare un prodotto unico, di qualità”. Questo è il messaggio che si deve dare, perché le statistiche, i proclami, la dimensione “tranquillizzante” non fa bene. Bisogna fare qualcosa, ma realmente. Numeri se ne sono visti tanti, in Campania; promesse anche. C'è qualcosa che deve riguardare i fatti ora, soltanto i fatti.

Tu oltre ad esserne autore sei anche regista del programma che, dal punto di vista narrativo si allontana un po' dai canoni dell'inchiesta giornalistica dura e pura. Come inquadri il tuo ruolo di giornalista, il tuo modo di fare inchiesta? Ho letto che hai definito questi, che io chiamo documentari, come “piccoli frammenti di vita”. Come li definisci?

La definizione più calzante è “inchieste morali”. Ho cercato di fare un lavoro più in profondità, cercando in qualche modo di scavalcare anche quella che è la dimensione dell'inchiesta giudiziaria, dell'inchiesta giornalistica pura, che un tempo ho fatto. Mi piaceva l'idea di poter entrare in una dimensione anche più profonda. Cioè la testimonianza, il racconto visivo, l'inquadratura sono quelli del documentarismo classico, però con una sorta di spinta a scoprire la morale di quello che c'è attorno. Questa dimensione permette di arrivare a un risultato diverso da quello che, sostanzialmente, si racconta in giro. Pensa ai tempi televisivi che spesso sono sincopati, molto frenetici; con me tutto ha un tempo, e questa cosa permette allo spettatore di entrare meglio nelle storie, di farsi un'idea, e soprattutto di entrare anche nelle vite delle persone.

Ovviamente tornerai, prima o poi, nella terra dei fuochi.

Tornerò. Ho un impegno morale (a proposito di inchieste morali) nei confronti di quelle persone che si  battono, delle persone che sono state danneggiate, e di quella terra. Ci tornerò… ci tornerò di sicuro.

Quando comincerà la prossima stagione del programma?

Adesso stiamo parlando con la rete. Dovremmo fare in autunno una nuova serie de “I dieci comandamenti”, sempre in prima serata. In più c'è un altro format che stiamo valutando che dovrebbe andare durante la settimana: delle puntate più da battitore libero, diciamo così. Storie secche da mettere dopo il TG3 delle 19.30, tra “Un posto al sole” e “Blob”, per cercare di muoversi intorno a questa Italia senza avere il bisogno di inquadrare e presentare delle puntate. Cioè: se la storia è forte si può raccontare sganciata da tutto.

Foto: Vekero / Pixabay.com
Letto 2410 volte Ultima modifica il Giovedì, 18 Gennaio 2018 16:25

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