ISPRA: due terzi delle acque italiane contaminate da pesticidi In evidenza

Scritto da   Martedì, 05 Giugno 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Fotary70DX / Pixabay.com

"Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti."

Queste parole sono scritte nell'enciclica Laudato Si' che il Papa ha diffuso tre anni fa. Francesco si riferiva in particolare ai paesi poveri o in guerra, che hanno scarsità d'acqua e dove maggiore è il pericolo di inquinamento di questo elemento indispensabile. Purtroppo però anche in Italia, dove non ci sono guerre e i controlli dovrebbero essere capillari, sono state rilevate sostanze nocive nel 67% delle acque di superficie e nell'33% di quelle sotterranee. Lo rivela il rapporto nazionale "Pesticidi nelle acque" pubblicato dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Ne abbiamo parlato con chi ha coordinato e redatto questo rapporto: Pietro Paris, responsabile della Sezione Sostanze Pericolose dell'ISPRA, intervistato nella trasmissione “A conti fatti” trasmessa da Radio Vaticana Italia in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente.

Dottor Paris, questo rapporto viene riassunto in una frase che suona abbastanza preoccupante: “Si è rilevata la presenza diffusa dei pesticidi nelle acque – italiane, sottointeso - con aumento di sostanze trovate - immagino rispetto al passato - e di aree interessate”. Ci può dare un'idea dei dati che avete rilevato?

Si parla di presenza diffusa perché troviamo pesticidi in due terzi dei punti di monitoraggio delle acque superficiali, e in un terzo dei punti di monitoraggio delle acque sotterranee. Considerando che, complessivamente, abbiamo una rete di quasi 5000 punti in tutta l'Italia, si capisce che è un grande sforzo di monitoraggio. Perciò, quando parliamo di contaminazione diffusa, intendiamo che interessa realmente gran parte del territorio nazionale.

Questo è abbastanza interessante: nel rapporto viene anche spiegato che, purtroppo, non tutte le agenzie regionali per l'ambiente sono state sollecite a trasmettere dati. Da dove provengono la maggior parte dei dati, e dove invece siamo carenti?

Il rapporto risponde a un adempimento di legge, quindi facciamo il rapporto in base al piano d'azione nazionale previsto dalla direttiva sull'uso sostenibile dei pesticidi. Noi coordiniamo le indagini, cioè diciamo alle regioni quali sono le sostanze più rilevanti da cercare; raccogliamo i dati che producono regioni e ARPA; li elaboriamo e pubblichiamo il rapporto. Nonostante sia un adempimento di legge, non abbiamo mai avuto dati dalla Calabria, per esempio. Il rapporto si pubblica dal 2003, quindi lo si fa da quindici anni. Anche da altre regioni, specialmente nel centro sud, arrivano informazioni che però non sono completamente rappresentative della dell'inquinamento potenziale. Perché parlo di questo? Perché noi sappiamo quali sono le sostanze che vengono utilizzate nel territorio. Abbiamo dati di consumo dei prodotti fitosanitari e dei pesticidi, e siamo in grado di indicare ad ogni regione quali sono le sostanze che dovrebbero essere cercate sul loro territorio; e questo non sempre avviene.
C'è stata una grandissima evoluzione a partire dal 2003, quando solo pochissime regioni fornivano un numero esiguo di dati e il resto praticamente mancava. Adesso, in un biennio (2015-16, nda.), siamo arrivati ad avere due milioni di analisi chimiche, con 400 sostanze cercate. Quindi credo che il monitoraggio dei pesticidi si possa configurare come l'azione più rilevante e conoscitiva dell'ambiente, almeno per quanto riguarda le acque. Questo va detto. Le regioni, per questioni organizzative e di risorse, faticano ad adeguarsi; così ne risulta una rappresentazione disomogenea dello stato di contaminazione delle acque. La prima sensazione si chi guarda le mappe che noi presentiamo è che il nord sia contaminato e il centro sud non lo sia. Nel rapporto e in ogni occasione pubblica, diciamo a chiare lettere che in realtà al nord c'è l'agricoltura più intensiva di tutto il paese, e c'è una situazione idrologica particolarmente delicata; ma lì la contaminazione è stata portata alla luce perché ci sono monitoraggi più efficienti da parte delle regioni. Nel nord, nella pianura padano-veneta, si concentra più della metà dello sforzo di monitoraggio, anche se complessivamente è forse meno di un quarto del territorio (nazionale, nda.). Quindi se al sud non emerge chiaramente la contaminazion, ovviamente può non esserci, ma in gran parte dipende dal fatto che lo spettro delle sostanze cercate è esiguo, e spesso non rappresenta quelle che si usano attualmente sul territorio.

Il rapporto è denominato “Pesticidi nelle acque italiane”, però in realtà ci sono diverse sostanze: pesticidi, biocidi, erbicidi e prodotti fitosanitari. Che cosa significano questi termini?

Il problema della nomenclatura non è banale. Spesso si fa confusione. “Pesticidi” è il termine internazionale usato per indicare le sostanze che servono a combattere gli organismi che sono ritenuti “dannosi” ma non si usano solo in agricoltura...

Quindi, a grandi linee, sono i funghi e gli insetti?

Insetti, funghi, le “malerbe”: le erbe infestanti. Quelli usati in agricoltura si classificano in tre grandi famiglie: erbicidi, fungicidi e insetticidi. Oltre a quelli usati in agricoltura, però, c'è una vasta gamma di prodotti chiamati “biocidi”, che hanno moltissimi utilizzi. Ci sono molte tipologie di prodotti. Quelli utilizzati a livello domestico per la disinfestazione e tante altre pratiche: anche gli insetticidi che utilizziamo contro le zanzare, molto spesso, hanno le stesse sostanze attive utilizzate in agricoltura. Ci sono sostanze che vengono utilizzate nella lavorazione del legno; per la conservazione nella lavorazione delle pelli; nei trattamenti che si fanno alle imbarcazioni nei porti, per togliere le incrostazioni formate dagli organismi acquatici. Quindi anche questi rientrano nel grande insieme dei pesticidi; anche se, dal punto di vista normativo, ci sono due grandi famiglie: i prodotti fitosanitari, usati in agricoltura, e i biocidi usati in tantissime altre applicazioni. Insomma, spesso si fa il corto circuito pesticidi-agricoltura; in realtà non è così. In realtà l'uso dei pesticidi è molto più ampio e molto spesso le stesse sostanze usate in agricoltura trovano applicazione in campi industriali e professionali diversi.

Per alcune di queste sostanze i rilevamenti superano i limiti: lo standard ambientale accettabile, diciamo così. Quali sono le sostanze più nocive e quali effetti hanno sulla salute umana?

I pesticidi, per definizione, sono sostanze pericolose, perché sono quasi tutte progettate, concepite, prodotte artificialmente per combattere organismi viventi. Quindi, anche se l'uomo e altri organismi dell'ambiente non sono il bersaglio diretto, queste sostanze sono pericolose. Agiscono sui meccanismi fondamentali della vita e sono generalmente pericolose per tutte le forme di vita, compreso l'uomo.
L'uso dei pesticidi si basa su una grande contraddizione di fondo. Una contraddizione che si cerca di gestire con gli strumenti a disposizione, ma che è ben lontana dall'essere risolta. Queste sostanze, intenzionalmente pericolose e attive anche a concentrazioni bassissime, sono rilasciate intenzionalmente nell'ambiente. Ce ne sono tantissime di sostanze chimiche pericolose, ma spesso vengono utilizzate in sistemi chiusi; oppure vengono inglobate in articoli con cui non veniamo a contatto direttamente. I pesticidi si utilizzano rilasciandoli nell'ambiente. Questo è il loro uso. È questa la contraddizione di fondo.
È inevitabile che l'ambiente dia le sue risposte. L'ambiente non risponde secondo le nostre intenzioni ma in base ai propri meccanismi e alle proprie dinamiche. Gettando sostanze per operare un trattamento agricolo, o professionale, o qualsiasi altro, queste vanno direttamente nell'ambiente. I meccanismi di trasporto, specialmente l'acqua, portano queste sostanze con grande facilità nei fiumi o le fanno infiltrare nelle falde e nelle acque sotterranee. Sono pericolose per l'uomo? Quasi tutte queste sostanze sono classificate pericolose a norma di legge. La classificazione è un meccanismo previsto dalla legge. Spessissimo sono classificate pericolose per l'uomo, generalmente sono pericolose per l'ambiente. L'uomo, anche se non è il bersaglio diretto, può venire a contatto con queste sostanze attraverso l'aria. Ha mai visto un trattamento fatto con una macchina irroratrice? C'è una nube che segue queste macchine. Il vento, con l'effetto chiamato “deriva”, trasporta immediatamente questa sospensione di sostanze chimiche pericolose, lontano anche centinaia di metri; spesso anche a ridosso di abitazioni vicine alle aree di trattamento. Quindi, essendo sostanze pericolose, per definizione fanno male a chi viene esposto.

C'è un dato abbastanza paradossale, che sarebbe curioso se non fosse preoccupante: mentre le vendite di questi prodotti fitosanitari sono in diminuzione, lo dicono le statistiche, aumentano i rilevamenti di queste sostanze nei vostri rapporti. Qual è il motivo? Rievoca un po' la contraddizione del cambiamento climatico: siamo sempre più edotti sul fatto che i gas serra sono nocivi però, di fatto, le emissioni in atmosfera aumentano. È la stessa cosa anche per l'agricoltura?

Ci sono due motivi fondamentali che rendono conto di questo. Da un lato, a partire dai primi anni duemila, c'è una diminuzione delle vendite; quindi c'è un uso sicuramente più razionale dei pesticidi, anche e specialmente in agricoltura: con una sensibilizzazione e un'educazione degli operatori; con macchine meno impattanti spesso in grado di prevenire la “deriva”, e con la previsione di aree di rispetto relatiamente ai corpi idrici. Il problema è che il monitoraggio, anche se lo facciamo da quindici anni, sta diventando efficace soprattutto negli ultimi anni, e questo porta alla luce una contaminazione di cui prima non avevamo consapevolezza, ma che probabilmente già esisteva. L'altro grande motivo, anche un po' più preoccupante, è il fatto che queste sostanze, una volta nell'ambiente, non scompaiono immediatamente: c'è una persistenza ambientale. Perciò noi oggi ci troviamo a fare i conti con sostanze che non si utilizzano da dieci, venti o trent'anni.

Lo scorso anno, per citare un esempio, abbiamo fatto uno studio sul bacino del Po: il più grande bacino agricolo per dimensioni e come pressione antropica. Abbiamo preso, come per uno studio archeologico, una sostanza di riferimento storica: l'atrazina, che in italia non si usa più, bandita nel 1992 perché negli anni '80 aveva contaminato le falde. Ancora oggi questa sostanza è una di quelle che più si trovano nelle acque, specialmente nelle acque sotterranee. Abbiamo analizzato come si è evoluta la contaminazione del Po con quindici anni di dati storici, e abbiamo trovato che la concentrazione di atrazina si dimezza ogni dieci anni. [Oggi] Analizzando le acque del bacino del Po, troviamo che c'è una concentrazione quattro volte più grande di quella che c'è nel Po stesso. Quindi, mentre nel fiume [l'atrazina] si sta esaurendo dimezzandosi lentamente ogni dieci anni, nelle acque sotterranee questo non avviene. Perché nelle acque sotterranee vengono a mancare i meccanismi ambientali che degradano le sostanze. Una sostanza, nell'ambiente, è soggetta a un processo che possiamo chiamare nel lungo termine di detossificazione: viene degradata, spezzettata per effetto della luce del sole e di agenti chimico-fisici; per effetto soprattutto dei batteri: i microrganismi presenti nello strato dei primi centimetri di suolo, quello che si chiama il suolo agricolo. Questi batteri metabolizzano le sostanze: praticamente le mangiano per cercare soprattutto il carbonio che per loro è un nutrimento. Quando la sostanza penetra nelle acque sotterranee, viene a mancare il sole e i microorganismi che la distruggono; per cui le dinamiche nelle acque sotterranee sono affidate fondamentalmente alla diluizione, e la velocità con cui si muovono le falde spesso è dell'ordine del metro all'anno. Per questo noi troviamo ancora oggi una sostanza usata non più usata dal 1992; la troviamo in modo diffuso, e in molti casi con concentrazioni ancora significative.
Il problema va risolto a monte, intervenendo in modo preventivo: studiando meglio le sostanze in fase di autorizzazione, specialmente la persistenza. L'intervento mitigativo a valle non è possibile perché si tratta di gestire oltre un terzo del territorio nazionale.

Nel vostro ambiente, tra voi esperti, siete stati sorpresi da questi risultati o ve li aspettavate? Che cosa vi aspettate, a questo punto, per il futuro?

Noi non siamo affatto sorpresi. Io e il gruppo di persone che lavora con me sappiamo bene quali sono le dinamiche ambientali e il comportamento delle sostanze. Facciamo anche dei trend previsionali, e tutto sta a indicare che, nonostante il calo delle vendite, nei prossimi anni ci troveremo ancora un aumento della diffusione della contaminazione; perché arriveranno prima o poi dati delle regioni mancanti o poco presenti, e quindi non potremo far altro che trovare contaminazione aggiuntiva. Che si può fare? Quello che tutt'ora manca. Nel rapporto e negli studi cerchiamo di mettere in evidenza le lacune gestionali e regolamentari dei pesticidi. Lacune che sono note anche al legislatore. Per esempio quando si danno le autorizzazioni. I pesticidi sono sostanze studiate molto bene, prima dell'autorizzazione. Però spesso si verifica che la persistenza (dei pesticidi nell'ambiente, nda.) non corrisponda alle prove fatte in laboratorio, perché si innescano meccanismi e dinamiche ambientali non facilmente rappresentabili in laboratorio.
Un altro grande problema che il legislatore ha ben presente, ma che dev'essere ancora risolto sul piano scientifico, è che generalmente troviamo miscele di sostanze. Che significa? In uno stesso campione abbiamo trovato più di cinquanta sostanze diverse. Le sostanze in fase di autorizzazione si studiano singolarmente, e si vede se la sostanza può essere pericolosa o meno. Poi, in realtà, nell'ambiente troviamo delle miscele che si formano in modo casuale, di cui non conosciamo a priori la composizione, e di cui non conosciamo assolutamente gli effetti; che possono essere di tipo additivo, cioè si sommano tra di loro, ma anche di tipo sinergico, cioè si amplificano. Sul piano tecnico scientifico questo è ancora largamente da esplorare. Perciò, quando riportiamo la contaminazione da pesticidi, non evidenziamo solo i livelli sopra i limiti ma anche la presenza “entro” i limiti, perché l'effetto delle basse concentrazioni, specialmente se si considera il fatto che generalmente abbiamo miscele di sostanze, è tutt'altro che noto. In questi casi possiamo solo ispirarci fortemente al principio di precauzione, previsto dalla normativa europea e in tutto il mondo, e non dare facili rassicurazioni come spesso avviene.
Certamente non [bisogna] fare allarmismo, ma tenere presente che l'ambiente è molto difficile da studiare: gli strumenti che abbiamo sono abbastanza rozzi. Quindi noi evidenziamo tutti i problemi e li sottoponiamo all'attenzione delle autorità perché intervengano intervengano prima, con provvedimenti che portino alla restrizione di sostanze pericolose. A fine aprile l'Europa ha bandito alcune sostanze: sono insetticidi neonicotinoidi. Da almeno cinque o sei anni se ne discute in Europa e a livello mondiale: sono i più grandi responsabili della perdita di biodiversità. In particolare uccidono gli insetti impollinatori: le api. Dopo lunga discussione, un mese fa l'Europa ha vietato alcune di queste sostanze. Con i nostri dati di monitoraggio noi stiamo evidenziando la presenza di queste sostanze nelle acque da almeno sei o sette anni, e finora nessuna azione era stata intrapresa: i dati di monitoraggio dovrebbero essere ben considerati nella fase di autorizzazione. Non si può autorizzare senza tener ben presente le risposte dell'ambiente.

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