Trasferimento tecnologico e ricerca genetica per un'agricoltura in grado di sfamare il pianeta In evidenza

Scritto da   Martedì, 25 Settembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Trasferimento tecnologico e ricerca genetica per un'agricoltura in grado di sfamare il pianeta

Secondo l’ultimo rapporto FAO le persone che nel mondo soffrono la fame sono salite a 821 milioni, una persona su nove. Una cifra preoccupante che conferma l’inversione di tendenza che su questo fronte si era già registrata lo scorso anno. 
Guerre e cambiamenti climatici contribuiscono in maniera profonda a questa situazione, ma allo stesso tempo viene da pensare se non sia il caso di interrogarci sulle nostre modalità di produzione e se in generale l’agricoltura sia in grado di sostenere la crescita della popolazione mondiale.

 

Se ne è parlato su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, con Dario Casati, economista agrario, già pro-rettore vicario dell’Università degli Studi di Milano.

 

 

Professore, esiste un problema di produttività agricola a livello globale?
Credo che l'umanità i problemi di produttività in agricoltura li abbia sempre incontrati, affrontati e abbondantemente superati. 
Certamente il problema è duplice: c'è un problema di quantità totale e poi il problema di continuare a produrre incrementando questa quantità perché non solo la popolazione mondiale cresce, ma crescono anche gli standard di vita, anche dei paesi più poveri per cui c’è una tendenza a consumare di più e meglio.

 

Il problema è finora sempre stato come produrre di più senza curarsi delle conseguenze di questa scelta sia in termini di impatto sull’ambiente che sulla stessa salute umana.
Questa è una cattiva produttività, una buona produttività è quella che fa aumentare le quantità senza creare dei costi a carico dell'ambiente, della società e delle persone che operano in agricoltura.

 

I cambiamenti climatici stanno impattando sull’agricoltura, soprattutto nelle zone più povere del mondo, penso alla desertificazione da una parte e a eventi estremi come alluvioni o inondazioni dall'altra. In che modo si possono sostenere questi paesi?
I paesi a clima temperato, che sono quelli che producono la maggior parte dei prodotti agricoli, devono tener presente la loro responsabilità a livello mondiale.
Devono certamente pensare ad aumentare anche loro la loro produttività e lo stesso va fatto nei paesi diciamo più poveri, più esposti o meno sviluppati. Il contributo che possiamo dare non è certamente quello di passargli ciò che qui avanza, aiutarli sul piano della ricerca e della tecnica agronomica.

 

In Europa tra qualche mese si dovrà affrontare la questione della PAC, la politica agricola comunitaria, post 2020. Alcune bozze stanno circolando suscitando qualche preoccupazione tra chi, come il vicepresidente della commissione agricoltura del parlamento Ue Paolo De Castro, teme una rinazionalizzazione delle politiche agricole. La PAC sarà terreno di scontro tra i cosiddetti sovranisti e europeisti e lei cosa auspica per il settore agricolo? 
Un po’ di scontro ci sarà come sempre quando si parla di soldi e dietro la PAC c’è naturalmente un rilevante passaggio di denaro.
Gli ultimi arrivati che chiedono di essere equiparati ai vecchi paesi membri e chiedono in sostanza di ricevere aiuti pro capite oppure per ettaro di superficie come è stato per i paesi della prima ora che dal canto loro sostengono di star subendo delle regole, perché la PAC è anche un insieme di regole in qualche caso molto stringenti, e che quindi tutto sommato la distribuzione dei fondi va bene così.
Non condivido la preoccupazione di De Castro se non, ahimè, in relazione all'applicazione italiana perché un po’ di rinazionalizzazione andrebbe bene nel momento in cui calando gli aiuti comunitari gli stati membri possono in parte compensare con aiuti diretti.
Un po’ di autonomia nel decidere sulle regole agricole è opportuna, ma la paura che temo abbia De Castro e che ho anch'io è che l'Italia non abbia quattrini da dare alla sua agricoltura. 
Questo non vuol dire entrare a gamba tesa nella discussione tra sovranisti o non sovranisti; io sono tra coloro che credono che l'Europa sia un dato storico ormai consolidato che ha visto il passaggio da nazioni che si contendono qualsiasi cosa, a volte anche con guerre tremende, a nazioni che vivono in santa pace lavorando insieme.
 

Certamente sarà necessaria l’integrazione con nuove tecnologie per migliorare la produzione agricola integrandola con il risparmio delle risorse naturali e il rispetto per l’ambiente. Quali sono i fronti più importanti da questo punto di vista e come è messa l’agricoltura italiana?
Il nostro paese ha una ricerca agricola molto valida che tuttavia è frenata da una serie di vincoli interni.
Lei ha ragione, la chiave per affrontare un pianeta in cui la superficie disponibile tende a calare, anche se non in maniera così drammatica, e in cui ci sono le nuove esigenze poste dal cambiamento climatico con paesi che hanno bisogno di sviluppare la loro produzione, è aumentare la produttività, quella che prima chiamavo la produttività buona. Ecco perché è importantissima la ricerca e lo sviluppo di tecnologie da trasferire.
Il grande terreno è la genetica che è una parola che fa molta paura, anche se è curioso che non la faccia per le cure degli esseri umani, ma solo sui prodotti agricoli.
C'è inoltre ancora molto da fare sulle tecnologie di coltivazione: si calcola nelle nostre colture ci siano dei margini di ottimizzazione grazie alle tecnologie disponibili che possono arrivare anche al 20/30 per cento; si può immaginare quanto possa crescere questo margine nei paesi che per via del clima non hanno la produttività che abbiamo nei paesi a clima temperato.

 

Quando parla di genetica parla di ogm?
Oggi gli ogm di prima generazione che hanno scatenato diverse polemiche sono superati da altre pratiche che di fatto sono quelle che l'umanità senza saperlo ha sempre utilizzato.
Se posso fare due esempi, tutti hanno chiaro come è fatta e quanto è grande una pannocchia di granturco; ebbene, quando gli europei sbarcarono in America la pannocchia di granturco era la cima di un filo d'erba grande come la punta di un mignolo e lunga 6, 7 cm. Anche il pomodoro, che oggi noi riteniamo giustamente un simbolo dell'agricoltura italiana, viene dalle Americhe, ma quando sbarcarono gli europei era una bacca grande più o meno come una ciliegia.
Guardi oggi la varietà e le dimensioni dei pomodori che sono stati selezionati empiricamente: le tecniche genetiche disponibili di cui parlo non sono gli ogm, ma tecniche di selezione basate sulle caratteristiche genetiche.
Stiamo mappando il genoma di ormai quasi tutte le specie vegetali e di interesse agrario e questo ci consente di puntare a ulteriori miglioramenti senza aver paura che poi a qualcuno spuntino le orecchie verdi o i denti color carota.

immagine: clarycola/pixabay
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