CNR: contro gli sprechi idrici i satelliti possono misurare l'acqua necessaria all'agricoltura In evidenza

Scritto da   Martedì, 25 Settembre 2018 19:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: tookapic / pixabay.com

L'agricoltura ha bisogno d'acqua. Ma in mondo in cui la popolazione è in continuo aumento, le riserve dei ghiacciai sono in diminuzione, e la temperatura media cresce oltre i limiti di guardia, gli agricoltori del prossimo futuro non potranno permettersi di sprecarne neanche una goccia. 
Secondo una stima credibile il 70% di acqua dolce nel mondo è oggi destinata all'irrigazione. Come detto si tratta solo di una stima, per di più a livello globale, la cui precisione probabilmente risente della difficoltà di ricevere dati certi da molte regioni del mondo.

Un team di ricerca del CNR, grazie a uno studio supportato e finanziato dall'Agenzia Spaziale Europea, ha utilizzato alcuni satelliti per "misurare" l'irrigazione. La fase sperimentale ha osservato dallo spazio sette regioni agricole nei diversi continenti, tra cui una parte della Pianura Padana. Sull'importanza di questi dati per il futuro dell'agricoltura e dell'equilibrio delle risorse naturali, abbiamo chiesto lumi a Luca Brocca, dell'Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, autore dell'articolo scientifico che illustra il metodo. L'intervista è andata in onda in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

L'anno scorso è passato alla storia come un anno molto secco. Ricordiamo l'emergenza idrica; il livello del Lago di Bracciano che si è abbassato; la chiusura delle fontanelle di Roma, ecc. Lei all'epoca dichiarò che avremmo avuto bisogno di un anno più piovoso per ripristinare le riserve d'acqua. Il 2018 è stato questo anno piovoso? Da profani sembrerebbe che lo sia stato più del precedente. Come è andata?

Questa domanda è sicuramente interessante, perché è vero che il 2018 è stato un anno più piovoso della media, soprattutto nel periodo primaverile. Esiste un istituto del CNR, l'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima, che fa i monitoraggi della situazione di pioggia e temperatura in Italia da ormai più di cento anni. Sul sito dell'istituto si verifica chiaramente che, soprattutto nel sud d'Italia, la pioggia è stata superiore alla media annua nel periodo di riferimento. Uno dei problemi nell'uscire da un'emergenza idrica è il fatto che ci vuole tempo affinché sia ripristinata l'acqua persa. Un esempio lampante è il fatto che la Toscana è uscita dall'emergenza idrica (del 2017, nda.) ad aprile o maggio di quest'anno. Quindi per uscire dall'emergenza idrica la Toscana ha avuto bisogno di un inverno e soprattutto di una primavera di forti precipitazioni, ma ci sono voluti più di sette otto mesi.

Quindi è semplicistico dire che un'emergenza idrica epocale si risolva con un anno piovoso.

Esattamente, è semplicistico. Ad esempio, nelle zone più agricole della Pianura Padana si parlava all'inizio dell'estate (2018, nda.) di situazioni d'emergenza. Non è sicuramente un'emergenza come quella dell'anno scorso, in cui appunto l'Italia ha raggiunto valori di siccità particolarmente significativi soprattutto se ci riferiamo alla siccità agricola, ma comunque uscire da un'emergenza idrica necessita del tempo. Le riserve idriche si devono ricaricare e questo non si fa in in pochi giorni. Non è una pioggerella, e neanche la pioggia di un mese, che risolve il problema.

Allargando lo sguardo al nostro continente, l'anno scorso lei parlò anche di una bipolarizzazione dell'Europa: semplificando diciamo che il nord e l'est Europa diventano più umidi e piovosi, mentre il sud e l'ovest (Italia, Francia, Portogallo e Spagna) più secchi. Questa è la tendenza che voi prevedete. Qual è il futuro?

Questa domanda, fatta quest'anno, è forse una delle più critiche che si possono fare. Che cosa è successo in Europa quest'anno? La Gran Bretagna, l'Olanda e il nord Europa in generale hanno avuto una delle condizioni siccitose più gravi degli ultimi [decenni]. Si pensi alla Svezia, dove hanno avuto picchi di 30 gradi di temperatura e incendi. Anche in Olanda mi sembra sia stato l'anno più siccitoso degli ultimi cento. Quindi se guardiamo le zone più secche e più umide dell'Europa, la situazione che avevamo nel 2017 si è pressoché invertita nel 2018, tranne per il fatto che la Spagna in realtà è rimasta più secca del solito. Quindi in due anni abbiamo avuto condizioni di siccità in tutta Europa. L'anno scorso tutti confermavamo questa bipolarizzazione; ma se guardiamo a questo 2018, invertiamo ciò che dicevamo un anno fa? La verità è che il clima non si guarda considerando un singolo anno, ma per lo meno un decennio, se non un trentennio. Tutte le simulazioni dei modelli climatici sull'Europa ci dicono che il Mediterraneo, nonostante le posizioni siano incerte, tende a una desertificazione, a diventare sempre più secco; mentre il nord Europa tende ad essere più umido. L'anno scorso questa tendenza è stata completamente confermata; quest'anno in realtà no. Le osservazioni non sempre vanno incontro ai nostri modelli, ma la tendenza climatica sembra comunque risultare quella vista l'anno scorso: che, appunto, le aree del Mediterraneo tenderanno ad una maggiore scarsità d'acqua.

Veniamo al cuore del suo lavoro partendo dalla premessa. Perché è importante capire con precisione la quota d'acqua prelevata dalla natura, dal territorio, poi destinata all'irrigazione? Perché focalizzarsi su questo ambito?

Lo si può riassumere in due principali motivazioni. La prima è che l'acqua prelevata da un posto la mettiamo in un altro posto. Non è una riserva infinita, quindi dobbiamo sapere quanta acqua spostiamo da un posto a un altro per ottimizzare e gestire la risorsa idrica. La seconda [motivazione] sostanziale (ed è stata la ragione per cui abbiamo fatto questo lavoro) è che in realtà non sappiamo quanta acqua preleviamo per l'irrigazione; non solo in Italia ma nel mondo, in generale. Non esistono strutture di controllo diffuse, se non in zone sperimentali o in particolari aree del pianeta, e quindi non sappiamo se in una regione come la Pianura Padana, quest'anno, l'irrigazione sia stata di 100, 200 o 300 millimetri di media reale. Non avendo questa informazione non possiamo fare il bilancio e non possiamo minimamente gestire l'acqua. Quindi abbiamo necessità di conoscere questa informazione.

Per avere questa informazione la proposta del suo team è utilizzare i satelliti per “guardare” alcune zone agricole del pianeta. Qual è il meccanismo che sfruttano questi satelliti? Quali zone sono state scelte, e perché?

La scelta delle zone è stata più che altro strutturale: fare subito uno studio su scala globale è abbastanza complicato, perché ci sono una serie di fattori che entrano in gioco. Abbiamo scelto come aree pilota alcune delle zone più irrigate del mondo: la California, il Nebraska, la valle del Mississippi, una parte della Pianura Padana, una del Marocco e un'altra in Australia. Queste zone sono state scelte ad hoc, non perché siano le uniche per effettuare lo studio: attualmente stiamo estendendo il lavoro ad altre zone in Pakistan e in India. Il concetto sostanziale è che attualmente, e ormai da diversi anni, esistono dei sensori satellitari che misurano la quantità d'acqua nel suolo. Cioè, fondamentalmente misurano quanta acqua contiene il primo strato di suolo. Questa quantità è la stessa che l'anno scorso utilizzavamo per sapere, dallo spazio, se c'era la siccità oppure no: quelle macchie rosse (sulle mappe satellitari, nda.) erano appunto il suolo più secco. Questa stessa quantità d'acqua che è nel suolo la possiamo utilizzare per stimare l'irrigazione. Il caso semplice è questo: se oggi irrighiamo, ovviamente l'umidità, la quantità d'acqua nel suolo aumena oggi rispetto a ieri; questo aumento, che può essere misurato dallo spazio, ci dà la misura dell'irrigazione.

Stiamo parlando di satelliti che misureranno “alla goccia” la quantità d'acqua. Però ci sono anche delle stime generali. È nota la percentuale del 70% di acqua dolce che viene intercettata dall'attività umana: prelevata dalla natura. Può spiegare questo dato? Come si inserisce nel discorso generale dell'agricoltura e della tutela ambientale?

Il punto è che questo 70% dalle acque dolci che viene prelevato per l'irrigazione è una stima a livello globale. Ci sono alcune zone in cui questa percentuale è molto più bassa; in altre, come ad esempio le zone agricole nel nord dell'India è molto più alta. Questa quantità è una stima basata su indagini statistiche solo di alcune zone, o magari anche vecchie di dieci o più anni, che poi sono state estrapolate per avere delle stime a livello mondiale. Ad esempio la stima degli Stati Uniti che noi abbiamo utilizzato nell'articolo è del 2010. Se si considera quanto è cambiato il territorio negli ultimi dieci anni, si capisce che l'incertezza di queste stime è molto elevata.
Qual è il problema di questo 70%? Non è un problema legato al fatto che sia una quantità o una percentuale elevata; perché fondamentalmente possiamo prelevare anche più acqua per l'irrigazione, o per qual si voglia uso. Il problema è da dove preleviamo quest'acqua e dove l'andiamo a immettere. Un esempio classico è nel sud d'Italia: l'acqua che viene estratta per l'irrigazione dal Tavoliere delle Puglie ha fatto sì che il livello della falda sia sceso e, nelle zone costiere, ci sia il problema dell'intrusione salina. Un altro esempio classico è l'India, una delle zone più irrigate: l'acqua che viene prelevata, soprattutto dalle riserve sotterranee, è talmente elevata che provoca una subsidenza, quindi il terreno scende. Quest'acqua poi non è rinnovabile, perché la capacità delle acque sotterranee di ricaricarsi nel tempo è inferiore a quella che abbiamo noi di estrarle. Quindi arriveremo a un giorno in cui non avremo più la possibilità di estrarre queste acque; perché l'acqua che destiniamo all'irrigazione viene utilizzata dalle piante, che la prendono e la immettono per evapotraspirazione direttamente nell'atmosfera. Questo ciclo idrologico che l'intervento dell'uomo va a spezzare deve essere conosciuto, per capire quanta acqua effettivamente potremo utilizzare nel presente e anche nel futuro.

 

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