Climate change: investire nella riconversione energetica piuttosto che subirne gli effetti conviene anche economicamente In evidenza

Scritto da   Martedì, 30 Ottobre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Climate change: investire nella riconversione energetica piuttosto che subirne gli effetti conviene anche economicamente

Recentemente l'IPCC, il panel delle Nazioni Unite punto di riferimento scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha rilasciato un interessante rapporto ipotizzando lo scenario di in un mondo in cui la temperatura media globale sia cresciuta di un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. Questo è l’obiettivo più ambizioso ipotizzato negli accordi di Parigi 2015 il cui obiettivo minimo, e comunemente accettato dai paesi firmatari, prevede una soglia massima pari a +2°.

Su “A Conti Fatti” interviene sul tema uno dei vicepresidenti dell'IPCC, il professor Carlo Carraro, docente di Economia Ambientale ed Econometria presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.

 

 

Carraro, cosa vorrebbe dire un mondo a +1,5 anziché a +2°?
Innanzitutto è importante sottolineare che un grado lo abbiamo già acquisito. La temperatura media globale è già aumentata di un grado rispetto a livelli preindustriali; la media nasconde ovviamente variazioni molto diverse, addirittura + 4°, 4.5° nelle latitudini verso il Polo Nord e variazioni più basse verso Sud, ma è importante capire che quello che ci rimane davanti è soltanto mezzo grado, nel caso appunto che l'obiettivo sia di un grado e mezzo, oppure un grado se l'obiettivo fosse 2 gradi.
L'obiettivo di questo rapporto era far capire come l’incremento di un alto grado, arrivando quindi all'obiettivo 2 gradi che è quello comunemente accettato dai leader del mondo con l'accordo di Parigi, contiene dei rischi e che se volessimo ridurre questi rischi sarebbe preferibile contenere l’aumento in un altro mezzo grado, arrivando quindi a uno e mezzo.
Quali sono questi rischi? In primis lo scioglimento dei ghiacci che sta avvenendo in modo molto più rapido di quello che immaginavamo; siamo già arrivati a perdere nel mese di settembre la metà della superficie e i tre quarti del volume del Polo Nord ed è evidente che continuando in questa direzione non rimarrebbe quasi nulla con effetti molto gravi in termini di impatto sia sull'acidità degli oceani che sul livello del mare, ancor più grave sarà lo scioglimento della Groenlandia in questo senso, che in termini di eventi estremi.Con un innalzamento della temperatura a 2 gradi arriveremmo a uno scioglimento totale mentre con un grado e mezzo potremmo ridurlo.
Ci sono anche altri problemi: con i due gradi spariscono le barriere coralline mentre con un grado e mezzo le possiamo conservare, altri problemi sono la frequenza di eventi estremi e la disponibilità di risorse idriche.
Tutto il rapporto ragiona sul fatto che i cambiamenti climatici sono già avvenuti: un grado ha già prodotto impatti molto molto rilevanti e l’aumento di un altro grado ancora sarebbe molto pericoloso, meglio provare a fermarsi a un grado e mezzo.


Tutto questo ha anche un costo. Quanto ci sta costando e quanto ci costerà il cambiamento climatico?
Questo è un punto importante.
Ci sono delle conseguenze negative nel perseguire l'obiettivo due gradi rispetto al grado e mezzo, con due gradi avremo degli impatti molto e quindi dei costi molto più importanti. Dall'altro lato si cono dei costi per contenere l'aumento di temperatura entro il grado e mezzo, costi che hanno a che fare soprattutto con la transizione energetica e quindi con il passaggio alle fonti rinnovabili, con l'edificazione e con l’efficienza energetica largamente conseguibile.
Dobbiamo confrontare il beneficio di contenere la temperatura entro un grado e mezzo invece che entro due gradi con il costo di questa operazione e purtroppo su questo il rapporto è molto lacunoso.
Quello che sappiamo, perché stava nel rapporto precedente, è che raggiungere l'obiettivo due gradi è possibile con un investimento medio pari a circa lo 0,06% del Pil ogni anno per un cumulato di circa 2,5 / 3 punti del Pil su un arco di tempo molto lungo di circa 50 anni: è un costo tutto sommato sopportabile, sono sicuramente miliardi di euro di investimenti, ma a livello globale sono una frazione degli investimenti che in campo energetico vengono fatti ogni anno
Sappiamo quindi che per raggiungere l'obiettivo due gradi questi sono i costi e sappiamo che i benefici sono largamente superiori perché i danni evitati rispetto ad un innalzamento della temperatura di tre o quattro gradi sono enormi.
Questo rapporto non è invece convincente nel passaggio dall’ipotesi due gradi a uno e mezzo: è chiarissimo nell'evidenziare quali sarebbero i danni ulteriori se noi invece che arrivare a un grado e mezzo arriveremo a due gradi, ma non chiarisce quali sono i costi di questa ulteriore stretta e di questo ambizioso obiettivo che i governi potrebbero porsi.


Per contenere il riscaldamento globale a due gradi serve dunque un investimento nel corso del tempo pari a circa 3 punti di Pil. Quali sarebbero invece i costi se non si raggiungesse neanche questo obiettivo?
Uno studio molto accurato fatto recentemente dall’università di Berkeley ci dice che già oggi lo 0,25% del Pil mondiale viene perso per impatti dovuti ai cambiamenti climatici.
Prima ho parlato di uno 0,06% del Pil annuo, siamo già al di sotto di quelli che sono oggi gli impatti; sappiamo inoltre, lo dice bene il rapporto appena prodotto, che gli impatti tra venti o trent'anni saranno ancora più elevati per cui è evidente che ci conviene andare sulla strada del contenimento delle temperature e della transizione energetica.


Per i suoi studi che mettono in relazione economia e cambiamenti climatici recentemente il professor Nordhaus è stato premiato con il Nobel per l'economia. Una delle sue teorie precede l’applicazione di una carbon tax, una tassa sulle emissioni di CO2: potrebbe essere la soluzione ed è applicabile su scala globale?

Non credo sia applicabile su scala globale perché i paesi hanno caratteristiche molto diverse, in Europa per esempio la strada intrapresa è quella del sistema di permessi di emissione e ormai si va in quella in quella direzione.
Una tassa sui permessi di emissione potrebbe andar bene negli Stati Uniti e molto meno bene in Europa o in Cina, ma interpreterei questa teoria in modo più generale perché serve un sistema che dia un prezzo alle emissioni di gas effetto serra: chi emette gas effetto serra crea un danno e questo danno lo deve compensare. Credo che la cosa importante sia questa a prescindere che poi si faccia con una tassa, con un sistema di permessi di emissione o con altri sistemi.
Quello che è cruciale è che meccanismi di questo tipo, eventualmente trovando poi un sistema per interconnetterli, siano definiti a livello globale anche una questione di equità, altrimenti chi non li mette avrà un vantaggio competitivo rispetto agli altri.
Bisognerebbe lavorare perché i governi adottino schemi di questo tipo che l'accordo di Parigi non prevede; sarebbe importante un’evoluzione dell’accordo stesso in questa direzione.


Qual’è la differenza fra carbon tax e permessi di emissione?
La tassa è un prezzo fisso: per ogni tonnellata di emissioni che viene emessa si paga una certa cifra.
Il mercato dei permessi invece non definisce un prezzo, ma un limite massimo alle emissioni, poi chi sta sotto questo limite massimo può vendere il diritto che aveva a raggiungere il limite a chi invece sta sopra. È un sistema più flessibile: chi non riesce a stare entro il limite può comprare permessi di emissione da quelli che invece stanno sotto quel limite; è un modo un po’ più efficiente rispetto a quello della tassa.

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