Val di Fiemme: caduti 800 mila metri cubi di legname, l’equivalente prodotto in circa 15 anni di attività silvicola In evidenza

Scritto da   Martedì, 20 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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L’ondata di maltempo che nelle scorse settimane ha attraversato l’Italia ha colpito il paese in maniera molto violenta da Nord a Sud, provocando diverse vittime oltre a danni veramente ingenti. Da Liguria, Sicilia, Veneto, Friuli e da tante altre regioni immagini impressionanti che portano a non solo a chiedersi se il nostro territorio sia stato correttamente gestito, ma anche se sia in grado di fronteggiare eventi come quello che ha appena colpito il Paese e che, a causa dei cambiamenti climatici, potrebbe non costituire un evento da definirsi eccezionale.

 

In alta Italia intere foreste sono letteralmente crollate sotto i colpi di un vento che mai prima d’ora aveva colpito con tanta forza come racconta intervenendo su “A Conto Fatti”, trasmissione a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Giovanni Zanon, presidente della comunità territoriale della Val di Fiemme.

 

La Val di Fiemme, e in generale la catena delle Dolomiti, è stata tra i luoghi più colpiti dall’ondata di maltempo di questi giorni. Quali sono i numeri di questa devastazione?
Le stime non sono ancora certe, i distretti forestali e di conseguenza i custodi forestali dei vari comuni e dei vari enti proprietari dei boschi della Valle di Fiemme, dove è bene ricordare non ci sono proprietà private, ma sono quasi tutte  proprietà collettive, stanno facendo i conti. Parliamo tuttavia di circa 750.000 / 800.000 metri cubi di legname schiantato.


A questo poi si sommano i danni agli agglomerati urbani.
A differenza della Val di Sole, dove un paese è stato inondato, in Val di Fiemme danni enormi alle abitazioni non ce ne sono stati: abbiamo avuto dei danni ai locali più bassi delle abitazioni in determinate situazioni e alcuni tetti scoperchiati, ma per fortuna i danni alle abitazioni non sono più di tanti.
Ci sono dei grossissimi danni a tante strade forestali e ad alcuni ponti sull’Avisio, il torrente principale che attraverso la nostra valle, ma fondamentalmente i danni per la maggior parte sono proprio al patrimonio boschivo.

Aveva mai assistito ad una cosa del genere?
Io ho avuto l'occasione di vedere da bambino l'alluvione del ’66, un evento simile e più grave per certi versi perché aveva piovuto molto di più e c’erano stati molti più danni alla viabilità e alle abitazioni. Quella tragedia, forse perchè la vedevo con gli occhi di un bambino, non mi aveva spaventato mentre quella dell'altro giorno sì; questo vento anomalo caldo ha fatto molto paura perché era una cosa talmente innaturale. È stato abbastanza spaventoso.


In Veneto il governatore Zaia ha rassicurato circa la funzionalità degli impianti sciistici in tempo per l'apertura della stagione a inizio dicembre. Da voi qual è la situazione?
Qui già due giorni dopo l’evento abbiamo iniziato a controllare i danni che potevano esserci alla viabilità che porta alle località sciistiche e nei pressi degli impianti e credo di poter dire che, dopo una settimana, sono quasi tutti a posto.
Ci sono stati alcuni alcuni impianti che hanno subito dei danni per il crollo degli alberi o sulle piste o sull'impianto stesso, alcune strade erano interrotte ma sono state subito liberate, almeno provvisoriamente, per cui le carreggiate sono libere proprio per poter iniziare fra meno di un mese la stagione invernale.
Ci sono state alcune frane di materiale a Pampeago, ma la pulizia fatta dei nostri vigili del fuoco volontari da tutti gli operatori e da tutto il sistema di protezione civile che abbiamo in Trentino che, lo dico anche con un po’ di orgoglio, ha funzionato bene per l'ennesima volta, sta riportando tutto alla normalità in tempi brevissimi. Certo ci sono stati alcuni alberghi nel fondovalle che sono stati toccati da alcuni fenomeni di invasione d'acqua nei locali sottostanti, ma altre altre situazioni gravi non ce ne sono state.
Il settore principale è però quello del legno che, se non sarà gestito in maniera coesa da tutti gli attori che ci saranno in campo, non sono in Val di Fiemme o in Trentino, ma tutto l'arco alpino interessato, porterà così delle disarmonie nella gestione del mercato a cui bisogna stare veramente attenti.


La caduta di intere foreste ha fatto molta impressione sull'opinione pubblica. La gestione forestale è una vostra eccellenza, ma ci si chiede una vegetazione come quella composta dagli dagli abeti rossi, che per buona parte sono caduti, sia adatta ad un clima che sta cambiando in questo modo.
Nel comune di Tesero, dove sono vice sindaco, abbiamo fatto una riunione pubblica perché ci sembrava bello e opportuno avere un momento di rendicontazione di quello che era successo e, in un paese di duemila abitanti, abbiamo riempito una sala con 400/500 persone che avevano soprattutto bisogno di stringersi assieme, per capire e per confrontarsi; ho visto tanti occhi rossi, io stesso quegli gli alberi li ho visti crescere da bambino, ci sono cresciuto assieme, avrei giurato che sarebbero rimasti per sempre e ora non ci sono più. È un cambiamento importante.
La provincia di Trento e la magnifica comunità di Fiemme sono sempre state molto attente nella gestione delle foreste e, per quanto riguarda gli alberi presenti, già da anni ha messo assieme un sistema di gestione e coltivazione delle  foreste che non prevede solo la presenza dell'abete rosso, che è una pianta abbastanza debole con un apparato radicale superficiale.
Il larice invece ha una radice unica, a fittone, che va molto in profondità e  già da anni si sta cominciando ad avere una una diversità di impianti proprio per rafforzare il terreno e questo serve non solo per calamità come quella delle settimane scorse, ma anche per gli attacchi parassitari.Se avete occasione di vedere le fotografie di quanto è successo vedrete che ci sono parecchi larici che sono rimasti in piedi e su quelli bisogna ragionare anche per il futuro, così come sulle latifoglie perché il cambiamento climatico prevedrà anche qua da noi la presenza di alberi che magari 50 anni fa non c'erano; da bambino non me ne ricordo, ma adesso qualcuna si comincia a vedere. Qualcosa sta cambiando.


I tempi per la gestione di tutti gli alberi caduti potrebbero essere lunghi. Esiste un rischio di tenuta del sistema montano, potrebbero verificarsi delle frane o dei cedimenti?
Il fatto che sia accaduto a Novembre ci dà un po’ di tranquillità nel senso che, per eventuali attacchi parassitari, sarebbe stato molto più pericoloso se fosse successo in primavera.
Se parliamo di pericolo valanghe, se il legname viene lasciato lì dove giace in questo momento probabilmente fenomeni valanghivi non se ne verificheranno perché il legname abbattuto e le ceppaie ancora attaccate al terreno stanno già facendo un'opera di difesa. Il problema sarà quando si inizierà a raccogliere il legname e contestualmente bisognerà prevedere ove necessario delle opere paravalanghe, ma da questo punto di vista abbiamo una provincia autonoma che sa fare questo lavoro.
Nei giorni scorsi sono state fatte più riunioni per capire se sarà possibile avere una regia comune per smaltire questa massa enorme di legname per non saturare il mercato e soprattutto per non svendere un prodotto che è di qualità elevata, perché qui non si parla solo della Valle di Fiemme e del Trentino perché arriviamo in Veneto sull'altopiano di Asiago piuttosto che in Alto Adige sulla foresta del Carezza.
Sarà quindi opportuno studiare un sistema sia di prelievo della massa legnosa che di stoccaggio nei vari piazzali, bisognerà bagnare spesso il legname perché non si rovini e soprattutto bisognerà cercare mercati diversi per smaltire questi milioni di metri cubi di legname che da noi venivano prodotti nell'arco di dieci, quindici anni.

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