Tevere: “serio” rischio alluvione per 250 mila romani e per i monumenti. La piena del 1870 causerebbe danni per 28 miliardi. In evidenza

Scritto da   Martedì, 20 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Il 14 novembre si sono tenuti a Roma gli Stati Generali del Tevere, con il contributo della Protezione Civile, dell'Ispra e dell'Autorità di Bacino. È anche stato presentato il primo “Rapporto sullo stato del Tevere”.

Questo fiume, terzo in Italia per lunghezza ma secondo per ampiezza del bacino, corre per oltre 400 km attraverso quattro regioni, sette province e territori abitati da circa 6 milioni e mezzo di persone. Del suo stato di salute e delle opere necessarie alla prevenzione delle alluvioni, abbiamo parlato con Erasmo D'Angelis, Segretario Generale dell'Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale, intervistato per il programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di Economiacristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.


Segretario D'Angelis, agli Stati Generali del Tevere l'ho sentita dire che Roma corre un rischio serio per le alluvioni e, quantificando, anche che 250 mila romani sono a rischio. Il senso comune però è che abbiamo i muraglioni a proteggerci. È questa la verità?

In parte sì. È una parte della verità. Quelle alte arginature, che appunto chiamiamo muraglioni, sono state realizzate dopo la terribile alluvione del 1870 su progetto dell'ingegnere Raffaele Canevari. Canevari vinse un bando di gara fatto allora dal giovane Governo del Regno su pressione, anzi su forte pressione, del generale Giuseppe Garibaldi che organizzò anche una protesta popolare. Su pressione di Garibaldi nominarono una commissione per lo studio di un progetto per salvare Roma dalle alluvioni. Per duemila anni, dai tempi dei latini, degli etruschi, dei romani, fino alla Roma governata dai papi, la città non era mai riuscita a mettersi al riparo dalle alluvioni. In quella terribile vicenda del dicembre del 1870 morirono oltre tremila romani, con devastazioni impressionanti. Si era a pochi mesi dalla breccia di Porta Pia (20 settembre, nda.) e il nuovo Governo aveva di fronte un dramma nella nuova capitale dell'Italia unitaria. Si fece questo bando, lo vinse il progetto Canevari e costruirono questi alti muraglioni che ancora oggi difendono il centro storico della città; non tutta la città quindi, ma gran parte del centro storico. Se da un lato i muraglioni hanno avuto un effetto positivo, perché hanno ridotto la portata delle piene successive, dall'altro lato hanno completamente cancellato la cultura fluviale della città: non si ha nemmeno più la percezione di un grande fiume, come l'hanno le grandi capitali europee. Questo ha prodotto un effetto psicologico nel rapporto dei romani con la città. Però i muraglioni tutelano gran parte di Roma.
Il punto, il nostro incubo, la cosa che non ci fa dormire la notte e sulla quale sono impegnati i nostri tecnici e gli ingegneri idraulici, è l'analisi del rischio concreto. Abbiamo avuto un'alluvione drammatica nel 1937, il 28 dicembre, che mandò sott'acqua ancora una volta la città e allagò le campagne. Allora, intorno a Roma, c'erano tante campagne; oggi abbiamo milioni di persone che vivono in tanti quartieri. È stata in gran parte urbanizzata tutta l'area che si allagò nel '37; e siamo abbastanza preoccupati, perché le difese dei muraglioni e di alcuni bacini idroelettrici, a partire da Corbara, che sono stati realizzati negli anni, non potrebbero reggere ad un evento di quella tipologia, e nemmeno alla tipologia del 1870. Quindi è un rischio molto serio.

Quali sono i quartieri, le zone dentro e fuori Roma più soggette al rischio? I muraglioni in effetti non coprono tutto il corso del Tevere.

La parte che rischia di più, i principali problemi, sono nelle zone a monte del centro urbano, all'inizio dell'area metropolitana romana: Settebagni, Labaro, Prima Porta. Poi c'è la strozzatura di Ponte Milvio, da dove l'acqua potrebbe dilagare verso il Flaminio, il Foro Italico, la Farnesina. Abbiamo poi una parte dell'Aniene (il secondo fiume di Roma, nda.) che potrebbe mettere a rischio alcune zone della Tiburtina, in particolare fra Rebibbia e San Basilio; poi c'è anche parte di Montesacro. A valle, verso la foce (del Tevere, nda.) abbiamo un vero disastro, dal punto di vista urbanistico: tutta la zona dopo l'EUR, verso Torrino, Acilia, Infernetto, Casal Palocco, Ostia e Fiumicino, dove addirittura la grande foce del Tevere è praticamente tutta urbanizzata. Lì abbiamo qualcosa come 120 ettari di golene, le aree più sensibili a ridosso del fiume, che sono diventate in maniera anche abusiva due grandi città: appunto Ostia e Fiumicino, con centinaia di migliaia di persone. Gran parte è abusivismo edilizio, condonato dai tre condoni (del 1985, 1994 e 2003, nda.). Quindi lì abbiamo una situazione davvero molto rischiosa e molto pericolosa. Questa è la parte del rischio, molto preoccupante.
Ovviamente c'è il grande tema della prevenzione, che deve vedere impegnata tutta la filiera istituzionale, ma anche i cittadini e le associazioni. Perché oggi abbiamo il degrado spaventoso delle antiche vie d'acqua che, dalla parte dell'Aniene e del Tevere, in caso di pioggia o di piccoli allagamenti, grazie al deflusso riuscivano a trasferire le acque nel fiume e poi nel mare. Oggi queste vie, tributarie dei due fiumi Aniene e Tevere: fossati, canali, canalizzazioni ed elementi di ruscellazione, sono praticamente scomparse. Sono quasi 700 chilometri: quindi parliamo di un reticolo idraulico che era importantissimo; ed è sparito. Perché? Perché negli ultimi trent'anni abbiamo smesso di fare manutenzione, ordinaria e straordinaria; e tanti cittadini romani (anche questo va detto) hanno utilizzato questi canali e fossati come discariche di rifiuti. Hanno buttato di tutto: dai resti di lavorazioni dell'edilizia a frigoriferi, lavatrici, carcasse di automobili. È davvero impressionante ciò che è accaduto a Roma negli ultimi trent'anni. In più, la crescita di vegetazione spontanea ha completamente “tombato” queste vie d'acqua. Questo è un rischio ulteriore che vediamo poi riflesso anche nei semplici acquazzoni: allagano alcune aree della città perché abbiamo un problema di efficienza di una parte della rete fognaria e di pulizia delle caditoie, che sono altri elementi in aggiunta.
Ci si può difendere? Direi di sì. Abbiamo pianificato delle opere nell'area metropolitana [utili] in caso di una piena come quella del 1870 o del 1937. Ma ricordiamo anche il 2008, con i rottami contro Ponte Sant'Angelo; il 2012; il 2014. Abbiamo [avuto] degli anni in cui Roma, in parte, ha visto degli allagamenti e delle situazioni di rischio [a causa di] portate [che misuravano] la metà delle grandi alluvioni. Dunque abbiamo un complesso di opere da realizzare: 114 interventi, da Monterotondo alla foce di Fiumicino, che quotano intorno agli 800 milioni di euro. In gran parte devono essere progettate. L'intervento più importante è un invaso sul fiume Paglia, al confine tra Lazio e Umbria nella zona di Acquapendente. Quel solo invaso permette di contenere, a monte della città di Roma, qualcosa come 50 milioni di metri cubi di acqua di piena che altrimenti verrebbe scaricata dentro la città. In più, tante opere come: le casse di espansione (aree di laminazione dove il fiume può rilasciare le acque senza fare troppi danni); la risistemazione di arginature, le risagomature; altri interventi di vario tipo; una buona allerta in caso di rischio, che significa eliminare dalle rive del Tevere quella varia umanità che vive in baraccopoli in situazioni di degrado anche impressionante, e dare l'allerta sulla foce del Tevere e spostare quanta più gente possibile nel minor tempo possibile. Ecco, con una buona allerta e queste opere, che in cinque o sei anni possono essere realizzate con una spesa intorno agli 800 milioni...

Sembrano tanti. Però voi avete anche realizzato una stima di possibili danni, che è spaventosa.

Appunto. Oggi va finalmente di moda l'analisi costi-benefici. Noi l'abbiamo fatta su un'ipotetica alluvione del Tevere con il modello delle alluvioni del 1870 e 1937, ed è venuta fuori una cifra impressionante, per riparare i danni, intorno ai 28 miliardi di euro. Cioè una cifra che potrebbe mandare in bancarotta non solo il Campidoglio ma anche lo Stato; senza contare le vittime. Quindi, analisi costi-benefici: da un lato abbiamo 28 miliardi, dall'altro 800 milioni. Non c'è discussione quindi su che cosa scegliere, e sul fatto che la prevenzione sia l'arma migliore per poterci difendere; purtroppo anche in un contesto di mutazioni climatiche che ci pongono di fronte a degli effetti che prima non conoscevamo, almeno in queste dimensioni e con questa accelerazione.

Certo, sarebbe un'assicurazione sul futuro. Sul vostro nuovo sito è visibile la simulazione di una piena del Tevere, abbastanza impressionante.

Si, appunto. Sul nuovo sito dell'Autorità di Distretto dell'Italia Centrale, che ha accorpato anche l'autorità del Tevere, ci sono cose interessanti per chi è interessato ai temi delle alluvioni, delle piene, delle frane, della tutela del territorio. Insomma capire anche un po' il nostro lavoro, quali sono gli interventi di messa in sicurezza, che cosa si può fare, e magari anche lavorare con noi. In questi giorni, ad esempio, è partita una call perché ci servono circa 24 professionisti. Profili vari: ingegneri, biologi, chimici, insomma una serie di professionalità che servono per aiutarci nel nostro lavoro. Per chi vuole capire che cosa sta rischiando c'è anche un collegamento molto interessante al portale dell'Istat: cercando il proprio comune si trovano tutte le informazioni sui rischi locali. Ogni comune, per legge, deve avere un piano di emergenza e farlo conoscere ai cittadini. Solo un terzo dei comuni lo fa “per bene”; altri lo fanno per dovere burocratico e lo lasciano lì; un terzo non lo fa. Quindi è importante, anche da parte dei cittadini, la partecipazione alla coscienza del rischio, alla conoscenza dei fenomeni. Perciò, chi vuole, può davvero rendersi conto di tante cose.

Per concludere, di prevenzione e assicurazioni sul futuro si parla ogni volta che c'è un alluvione, da sempre. Il pericolo, come ha spiegato, è ben presente: ho visto nelle simulazioni il Pantheon e Piazza Navona allagati. Lei insomma è “nel ramo” da da parecchio tempo, è stato anche vicino a precedenti governi su questo tema; è fiducioso che questa volta si farà qualcosa di concreto?

Penso di sì, perché vediamo i danni veri. Abbiamo passato una settimana drammatica. Il capo della Protezione Civile l'ha definita apocalittica: abbiamo avuto 45 morti; danni per 4 miliardi; città ancora stravolte; boschi che non ci sono più. Quindi il rischio è vero. Poi c'è anche un altro rischio, abbastanza rimosso: quello sismico. Si dice che per mettere in sicurezza tutta l'edilizia italiana, pubblica e privata, servirebbero 100 miliardi di euro. Di fronte a questa cifra tutti ci siamo sempre fermati, perché non è alla portata dell'Italia, non li abbiamo, è impossibile immaginare interventi di questa portata. Però, negli ultimi nove anni, abbiamo avuto tre grandi terremoti: L'Aquila, l'Emilia Romagna e l'Italia centrale. Tutti insieme, solo questi tre grandi terremoti degli ultimi nove anni, ci costano 53 miliardi. 53 miliardi! Quindi l'alibi finanziario non c'è più. Il problema vero è che il nostro paese è molto fatalista, legato alle emergenze e non alla prevenzione. [Abbiamo bisogno] di un salto culturale. Cioè dobbiamo fare ciò che hanno già fatto altri paesi: penso alla California, al Giappone, alla Nuova Zelanda, all'Iran, alla Turchia. Paesi che stanno mobilitando risorse sulla prevenzione, soprattutto sismica in questo caso. Noi però abbiamo una rappresentanza, quasi uno showroom, di grandi rischi naturali; a noi purtroppo non manca nulla: abbiamo anche i vulcani. Questo paese che si chiama Italia, il più bello del mondo, ha bisogno di fare un salto culturale nell'era della prevenzione che è anche un grande volano di lavoro, di innovazione e di ricerca.

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