Mario Tozzi: Dobbiamo allontanarci da zone sismiche e da coste minacciate dai cambiamenti del clima In evidenza

Scritto da   Martedì, 11 Dicembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(0 Voti)
Foto marcellomigliosi1956 / Pixabay.com

Abbiamo incontrato Mario Tozzi, geologo del CNR e divulgatore scientifico, in occasione di un incontro con il pubblico, ospiti del Comando dei Carabinieri per la Tutela Forestale di Roma, nell'ambito del ciclo "I martedì della Natura".

 

Il tema dell'intervento era “Un paese che si muove”; il professor Tozzi ha conversato col pubblico sui rischi sismici e idrogeologici del territorio italiano, ponendo l'accento sulle resistenze culturali a un'efficace politica di riduzione del rischio per le popolazioni. Nell'occasione lo scienziato ha anche parlato del suo nuovo programma televisivo, “Sapiens”, che andrà in onda il sabato sera in prima serata a partire dal 16 febbraio. Al termine del convegno abbiamo registrato questa intervista, trasmessa nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it in onda ogni martedì su Radio Vaticana Italia.


Professor Tozzi, vorrei cominciare con una domanda provocatoria: con la lungimiranza dell'“occhio geologico”, la storia della Terra, conviene ricostruire e riportare le persone ad abitare in centri storici che, storicamente e periodicamente, sono soggetti al rischio sismico? A parte le considerazioni sulle comunità di centri come Norcia e Amatrice, un Paese veramente lungimirante dovrebbe riportare le popolazioni in posti che, storicamente, si stanno comunque spopolando?
La risposta è no. Ma l'avevamo già capito. Da un punto di vista storico, in Italia molti paesi sono stati abbandonati per sempre a causa di frane e alluvioni. Magari hanno dovuto subire uno, due, tre eventi prima di farlo, ma è già accaduto. Per esempio a Pentadattilo, in Calabria (abbandonato progressivamente dopo un terremoto di fine '700, nda.); per esempio tanti altri cenni: paesi di frattura in Abruzzo, [abbandonati] per ragioni di sismicità. Insomma quando i nostri antenati si accorgevano che le costruzioni erano in un luogo pericoloso, pian piano si spostavano. Oggi è molto più complicato, perché pensiamo che la scienza risolva tutto e che basti un nuovo apparato tecnologico per vivere in un posto dove è impossibile. Invece dobbiamo ricordare a tutti che non è così, e che il problema è di natura culturale, non tecnologica: non si può proteggere ogni singola casa dal fiume se ci si mette a vivere nel letto del fiume. Nel letto del fiume non ci devi stare.

E sulle coste? Dobbiamo rinunciare a posti come Rapallo, Portofino e, in astratto, anche a Venezia?
Rapallo fece coniare a Italo Calvino il termine "rapallizzazione", per dire come la costa ligure fu distrutta e rovinata da quegli interventi edilizi; per quanto rimanga ancora bellissima. Portofino e Rapallo hanno subito una mareggiata veramente fuori dal normale, dovuta a condizioni particolari. Ma se il cambiamento climatico è in atto (come è vero) probabilmente sono fenomeni che si ripeteranno. Dunque dobbiamo vivere in quei posti mettendo attività provvisorie sul lungomare; cioè non dormirci, non viverci stabilimente, allontanarsi un poco e metterci attività di commercio e di ospitalità, quelle sì, sapendo che però possono andare sott'acqua. Non possiamo costruire un muro di venti metri davanti a tutta Rapallo: chi ci verrebbe più?

Lei fu uno dei primi a parlare di cambiamento climatico, e venne anche dileggiato in certi ambienti. Oggi purtroppo ha avuto ragione, come ormai tutti accettano. Sul dissesto idrogeologico era più facile avere ragione e farsi ascoltare, ma sul cambiamento climatico, che adesso appunto accettano tutti, stiamo veramente migliorando, o si va peggiorando?
C'è un miglioramento apparente di coscienza. Cioè: più persone ne parlano e, sembra, più diffusamente; ma in realtà poi, nella pratica comune, questo miglioramento non c'è. Se si pensa che il cambiamento climatico sia un problema, e che derivi soprattutto dalle nostre attività, si dovrebbero mettere in pratica degli usi e delle abitudini nuove: bruciare meno combustibili fossili e andare verso le fonti rinnovabili, per dirne una. Non lo si fa abbastanza. Dovremo farlo molto di più. È contraddittorio cercare nuovo petrolio in Italia, dando nuove concessioni, il famoso referendum sulle trivelle, se poi si vuole uscire dal petrolio. Tanto valeva non dare le concessioni: sarebbe stato un modo per cercare di uscirne prima. Ma questo vale per tutti i paesi del mondo, non solo per noi, ovviamente.

In questa fine di 2018 inizio di 2019 che clima politico c'è nei confronti dell'ambientalismo? Lei ha avuto una piccola polemica col ministro Salvini, rispondendo a una sua esternazione che lei non è un ambientalista da salotto.
Non ce l'avevo con lui: chi parla di ambientalisti da salotto magari ha le sue ragioni per dirlo. Ce ne saranno pure. Nel caso specifico, chi fa ecologia come me, da un punto di vista scientifico e di studio, lo fa sul campo. Io passo più giorni fuori di casa che non a casa, dunque conosco il territorio perché l'ho battuto per bene, e so quali sono i suoi problemi. Il vero problema è che forse gli ambientalisti non hanno detto i "no" giusti: non è però questione di quantità ma di qualità. Secondo me andavano detti più "no" mirati di quelli che sono stati detti. Ritengo che la mancanza di tutela, qualche volta, è derivata anche dal fatto che non c'è stata una giusta opposizione. Il problema non è di quanti "no" abbiano detto gli ambientalisti, ma del fatto che non li abbiano detti sempre giusti e nel momento giusto.

Sente più appoggio al mondo scientifico in questo momento, ad esempio con i finanziamenti alle ricerche, rispetto a qualche anno o decennio fa?
Sì, sugli studi del clima, per esempio, direi che si è avuto un buon miglioramento. Si investe anche nel campo del dissesto idrogeologico, devo dire la verità, e anche nella zonazione sismica. Dunque, in linea teorica, il futuro è un po' migliore.

A febbraio comincerà la sua nuova trasmissione: "Sapiens". Ha senso chiamare ancora l'homo, "sapiens"? E, più seriamente, di che cosa parlerà?
È proprio quello che ci domandiamo: i sapiens sono veramente sapiens? Cerchiamo di farlo derivare da varie esperienze, in Italia nel mondo, in cui mettiamo in luce le contraddizioni di un'evoluzione che è stata folgorante, ha portato dei risultati straordinari, ma che però ha un'altra faccia. L'altra faccia della medaglia che dobbiamo considerare e che oggi, più che altro, vediamo nella compromissione dell'ambiente: è questo che paghiamo oggi. È il motivo per cui non siamo tanto "sapiens".

Foto marcellomigliosi1956 / Pixabay.com
Letto 823 volte

Informazioni aggiuntive