Crescono le foreste in Cina e in Europa. Anche in Italia, dove però manca la pianificazione. In evidenza

Scritto da   Martedì, 19 Marzo 2019 12:34 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Qualcuno ha detto: “Avremo bisogno sempre più di legno per sostituire la plastica, il cemento e il petrolio”. In effetti sembra che torneremo ad utilizzare il legno per scaldarci, per edificare case più ecologiche e per sostituire piccoli oggetti di plastica, come le posate usa e getta o gli spazzolini da denti. Questo vuol dire che boschi e foreste saranno ancor più sfruttate nel prossimo futuro? Non solo dovranno fare spazio a una popolazione umana che cresce e avrà bisogno di sempre più vaste superfici coltivate, ma gli alberi saranno sacrificati anche per il bisogno di materia prima rinnovabile? Così esposta sembra una grave contraddizione dello sviluppo sostenibile. Abbiamo chiesto lumi all'autore di questa affermazione, un esperto di fama internazionale: Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale all'Università Statale di Milano. L'intervista è stata trasmessa da Radio Vaticana Italia nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it.


Lei ha detto avremo bisogno sempre più di legno per sostituire plastica, cemento e petrolio che ovviamente non ci possiamo più permettere dal punto di vista ambientale. Vuol dire che le foreste saranno più in pericolo, avendo bisogno di più legno?
In realtà non è così, perché esistono delle tecniche per prelevare e utilizzare legno di cui abbiamo bisogno in modo sostenibile. La selvicoltura, la gestione forestale sostenibile, è proprio quella scienza che ci permette di utilizzare le foreste, cercando di mantenere e conservare al tempo stesso la copertura forestale, l'importante patrimonio arboreo che abbiamo, e avere anche questa fornitura costante nel tempo del legno, che è una materia sostenibile e rinnovabile per definizione.

Qual è lo stato del patrimonio forestale italiano. Sappiamo la copertura forestale ha avuto alti e bassi durante tutta la storia. Ad esempio i romani sfruttavano molto le foreste; poi nel medioevo sono aumentate di nuovo. In questo periodo si parla anche di zone di nuova forestazione, come i pascoli abbandonati.
Secondo gli ultimi dati la copertura forestale in Italia è di quasi 12 milioni di ettari; vale a dire oltre un terzo del territorio nazionale. Per la prima volta siamo in una situazione in cui le zone coperte da alberi hanno superato addirittura le zone agricole: una cosa che probabilmente non succedeva del medioevo. In effetti le foreste italiane si stanno espandendo come tutte le foreste europee, soprattutto nell'Europa meridionale, proprio per questo processo di ricolonizzazione spontanee nei prati e nei pascoli abbandonati; cioè in quei territori rurali che l'uomo non coltiva o dove ha diminuito la sua presenza.

Da questa sua risposta verrebbe da pensare che quindi non ci sia bisogno di far nulla, e la gestione forestale va bene così. Ma sappiamo che ci sono delle lacune in questa gestione.
Il problema è che, se da un lato i boschi e le foreste esistono da 500 milioni di anni e non hanno certo bisogno dell'uomo per stare bene, è l'uomo invece ad avere bisogno delle foreste, per tutti i servizi e i benefici che gli alberi danno alla società. Abbiamo parlato del legno, ma c'è anche la protezione dai rischi idrogeologici. C'è anche la funzione di habitat per flora e fauna. Ci sono anche zone dove possiamo andare a ricrearci, importanti per la loro bellezza paesaggistica o per il turismo. Tutte queste funzioni sono svolte al meglio da foreste che hanno una certa struttura e caratteristiche particolari: come la specie, la dimensione e il numero degli alberi. Perciò è necessario progettare la gestione di queste foreste. Alcune volte può essere utile indirizzare la dinamica e lo sviluppo di una foresta verso una particolare direzione, ovviamente senza mai andare contro quello che la natura farebbe, perché è impossibile o comunque costerebbe troppo e porterebbe anche degli squilibri ambientali. Però si può assecondare una certo tipo di sviluppo che ci permetta di mantenere foresta e di fare in modo che questa ci dia il servizio che di volta in volta riteniamo sia importante. Questa noi la chiamiamo pianificazione forestale, ed è forse la cosa che un po' manca in Italia.

Ogni tanto si sente parlare di alberi monumentali, ma a nessun italiano verrebbe in mente di nominare un albero tra i monumenti nazionali. È una mancanza della nostra cultura? Dove sono questi alberi monumentali?
C'è una legge recentissima, dell'anno scorso, che ha chiesto a tutti i comuni italiani di censire gli alberi monumentali e fare delle proposte da inserire in un catalogo nazionale. Catalogo che oggi esiste: è consultabile da tutti sul sito del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e invito tutti a scoprire dove sono gli alberi monumentali più vicini alla propria casa. Sicuramente ce n'è qualcuno molto vicino, perché sono oltre un migliaio gli alberi attualmente censiti, in tutte le regioni italiane. Alcuni forse sono più famosi, conosciuti anche fuori della nostra cerchia. Ad esempio il "castagno dei cento cavalli" in Sicilia, in provincia di Catania. Sono alberi importanti non solo per la dimensione e l'età ma anche, a volte, per la Storia. Poi ci sono anche boschi e foreste che, nel loro complesso, possono essere oggi inserite in questo catalogo di foreste monumentali. Per esempio c'è la "foresta dei violini" di Paneveggio, da cui si ricavano gli strumenti musicali; la "Foresta Umbra" del Parco Nazionale del Gargano: una foresta umida di faggio, relitto delle glaciazioni in un contesto mediterraneo, quindi dove non ci aspetteremmo di vedere una foresta umida e ombrosa. Insomma l'Italia è ricca di alberi e bisogna solo conoscerli e andarli a visitare.

A Roma è stato un autunno-inverno difficile per gli alberi: sembrano quasi dei nemici della città, delle "cose" estranee alla vita cittadina. Gli alberi hanno ancora una funzione nelle città moderne o dovremmo rinunciarci perché troppo costosi da mantenere?
No, hanno una funzione, e anzi sono funzioni che sarebbe ancor più costoso svolgere in altri modi. Pensiamo ad esempio alla protezione dal calore che offrono in queste estati calde e siccitose che, probabilmente, saranno sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici; oppure alla protezione dalle alluvioni che ci offrono, intercettando l'acqua piovana e rallentandone il deflusso, o impedendo che si accumuli in picchi di piena improvvisi e molto dannosi. Il problema è che, spesso, nelle città dimentichiamo che gli alberi sono organismi viventi: li consideriamo e trattiamo come se fossero degli oggetti immutabili, destinati a restare lì come noi li piantiamo. E ci arrabbiamo quando raggiungono un'età avanzata o quando, interagendo con l'ambiente, creano problemi. Basterebbe ricordare che gli alberi invece sono vivi e hanno delle condizioni in cui crescono al meglio. Bisogna cercare di farli crescere bene, proteggerli, eventualmente anche sostituirli quando si impongono ragioni di sicurezza pubblica, ma lavorare insieme a loro e con loro per avere città più resilienti e più salutari.

Allarghiamo lo sguardo al mondo intero. Quando si parla di disboscamento si pensa immediatamente all'Amazzonia oppure alle alle grandi monocolture del sud est asiatico che tolgono spazio alle giungle. Qual è invece la situazione in Europa, nel Nord America, in Africa, in Russia, in Cina? Come stanno le foreste del pianeta, così importanti per la mitigazione climatica?
Ci sono due grosse tendenze opposte in atto. La prima è quella del Nord America e dell'Europa dove le foreste stanno crescendo, espandendosi in modo relativamente spontaneo. Dall'altra parte invece ci sono tutti i paesi del sud del mondo, soprattutto i paesi tropicali: il Sud America, l'Africa e l'Asia orientale dove, per ragioni in parte diverse, la deforestazione purtroppo è ancora in corso. Distinguiamo: la "deforestazione" è quando si toglie la foresta per fare qualcos'altro, per esempio un pascolo per l'allevamento oppure una piantagione per l'olio di palma, per citare alcuni dei due fattori che oggi sono tra le principali cause di deforestazione. Quando invece gestiamo la foresta, anche prelevando del legno, ma ci assicuriamo che la foresta continui a esistere, parliamo di "gestione forestale". Una delle tendenze forse più interessanti in corso riguarda la Cina e l'India che, negli ultimi anni, si sono distinte per intensità di rimboschimenti. Soprattutto la politica verde della Cina è particolarmente avanzata. La Cina sta facendo davvero passi da gigante, per fortuna: perché la numerosità della sua popolazione la rende un paese determinante per l'andamento del clima e dell'ambiente mondiale. Ha avviato una politica di riforestazione soprattutto per combattere la desertificazione, quindi gli effetti del cambiamento climatico sul territorio. Oggi ha riforestato più di 35 milioni di ettari, tanto da risultare in una variazione visibile anche dal satellite.

Lei, oltre ad essere un esperto è anche un amante degli alberi e della vita all'aria aperta, come si capisce dai suoi scritti. In Italia c'è rispetto per la natura e per gli alberi? Li sentiamo come qualcosa di veramente nostro? Le cito l'esempio del crollo della cinquecentesca quercia del lupo di Villa Borghese a Roma: ha avuto notorità quando è morta, mentre prima pochi romani la conoscevano. In altri paesi, come gli Stati Uniti, gli alberi monumentali sono conosciuti anche dalle scolaresche. Ci manca qualcosa in questo senso?
Forse gli Stati Uniti storicamente hanno goduto di un rapporto differente tra l'uomo, l'ambiente e la natura. I grandi spazi, soprattutto nell'ovest, sono sempre rimasti e sono ancora oggi una componente fondamentale dell'immaginario della società americana. Questi grandi parchi che vediamo sempre nei film, che tutti noi conosciamo pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza e non essendoci mai stati di persona, sono davvero una parte fondamentale della cultura e della società americana, tanto da essere addirittura una parte fondamentale anche dell'economia. Perché, grazie al flusso di turismo e al biglietto d'ingresso, questi parchi diventano anche trainanti per lo sviluppo di certi territori. Da noi invece è un po' diverso. L'uomo ha occupato tutti gli spazi naturali disponibili in Europa ormai da migliaia di anni. Quindi veniamo da una cultura in cui la natura era qualcosa di radicalmente diverso da noi, da escludere quasi dalla società perché occupava spazio ed era potenzialmente pericolosa, o non interessante, dal punto di vista economico. Ora iniziamo a vedere uno spostamento culturale, ed io sono fiducioso che questo, in futuro, porterà anche a un diverso rapporto con gli alberi e le foreste.

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