Le città ospitano circa la metà della popolazione mondiale e secondo le stime nel 2050 a vivere negli ambienti urbani saranno due terzi degli abitanti di questo pianeta.
Per questo lo sviluppo sostenibile passa necessariamente dalle nostre città e dal miglioramento della qualità della vita urbana come ricordato nell’Agenda 2030, nella Carta di Bologna, nel nuovo Patto dei sindaci.“Dove vanno le città, va il pianeta”, dice l’architetto William McDonough per farci capire che se saranno progettate in modo da essere più sostenibili nel prelievo delle risorse naturali, le aree urbane potranno migliorare sia il pianeta sia la vita delle persone.

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La scorsa settimana, dal 6 al 9 novembre, si è tenuta a Rimini la 22ma edizione di Ecomondo, manifestazione fieristica di riferimento in Italia e in Europa per il settore green economy e dell’economia circolare, economia basata sul risparmio e sul riuso delle risorse naturali in un processo in cui la parola “rifiuto” perde il suo senso tradizionale.
Punto focale dell’economia circolare è infatti il recupero dei materiali usati e degli scarti, per avviarli ad un processo di riciclo capace di generare nuova materia prima, pronta per essere nuovamente immessa nel ciclo produttivo.

Per fare un esempio l’olio vegetale esausto, l’olio di frittura che molti cittadini gettano negli scarichi di casa con grave danno per l’ambiente, correttamente raccolto e avviato al riciclo potrebbe costituire una preziosa risorsa.
In Italia ad occuparsi della raccolta e trattamento di oli e grassi vegetali ed animali esausti e il consorzio CONOE, il cui presidente, Tommaso Campanile, interviene all’interno di “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmesso da Radio Vaticana Italia.

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Un terzo dei suoli del pianeta è degradato a causa dell’inquinamento con ripercussioni importanti sull’equilibrio degli ambienti naturali, sulla sicurezza alimentare e sulla salute umana. È una questione su cui è molto attiva la FAO che a inizio Maggio ha radunato in un simposio internazionale sul tema i massimi esperti del settore.
“A Conti Fatti” rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia ha invitato a parlarne Ronald Vargas, responsabile Suolo e Acqua della FAO e segretario della Global Soil Partnership.

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Gli Oceani sono degli straordinari regolatori del clima, assorbono infatti circa il 30% della CO2 prodotta dall’uomo, proteggendoci in questo modo dagli effetti del riscaldamento globale. Il mare inoltre garantisce il sostentamento di 3 miliardi di persone che dipendono dalla biodiversità marina e costiera.
 Tutto questo oggi, in particolare in alcune aree del pianeta, è a rischio a causa di fenomeni come inquinamento o pesca eccessiva.
 Sul tema “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha interpellato Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, storica associazione impegnata  per la tutela di questo prezioso ecosistema.

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Domeniche a piedi, divieti di circolazione, fasce verdi, targhe alterne.
 Sono tutti provvedimenti che da eccezionali stanno diventando ordinari, in particolar modo in alcuni periodi dell’anno. 
Del resto l’aria delle nostre città, soprattutto nei centri più grandi, sta diventando irrespirabile al punto che l’Italia è tra quei paesi europei a rischio infrazione a causa proprio della qualità dell’aria.
Il livello delle polveri sottili sfora spesso e volentieri i limiti previsti dalla norma, come conferma anche l’ultimo Rapporto sulla Qualità dell'Ambiente Urbano rilasciato dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
Interviene su “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Franco Desiato, responsabile dell’Area monitoraggio qualità dell’aria e climatologia operativa di ISPRA.

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Quand’è stata l’ultima volta che avete ammirato la via Lattea senza il disturbo di un diffuso chiarore all’orizzonte? Questa è un’esperienza che ormai può capitare solo in paesi lontani, oppure in mare aperto o su qualche montagna isolata. L’Italia infatti risulta, tra i paesi del G20, quello più colpito dall’inquinamento luminoso: effetto collaterale del cosiddetto sviluppo. Illuminazione domestica, eventi serali e notturni, giochi di luce vari, ma soprattutto un’illuminazione pubblica mal concepita, indirizzano gran parte della luce artificiale verso il cielo notturno, tanto che sulle foto satellitari lo stivale risalta, di notte, come poche altre aree del globo. Le conseguenze di tutto ciò non sono solo culturali: l’aver perso quasi il ricordo del cielo stellato; ma anche pratiche e ambientali.
Ne abbiamo parlato in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, intervistando Alberto Cora, astronomo e ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, responsabile della didattica e della divulgazione per l’Osservatorio Astrofisico di Torino.

 

Professor Cora come si misura l'inquinamento luminoso? È chiaro che debba esserci della luce in città, ma quando si supera il limite, e come lo stabilite?

Innanzitutto parliamo di come si misura, il che ci dà un’idea della rappresentazione di questo problema. L'inquinamento luminoso viene misurato dallo spazio, tramite immagini di satelliti che vedono tutta la superficie della Terra, più o meno buia di notte e più illuminata in prossimità della città, abbinandole e integrandole con osservazioni fatte al suolo. Queste osservazioni si effettuano con degli “Sky Quality Meter” che misurano la luminosità del cielo, inteso come quella parte di buio che dovrebbe esserci tra le varie stelle. Questo ci dà un'idea di quanta luce emettiamo nello spazio.

Quali sono le fonti, le cause preminenti di questo inquinamento luminoso nella città?

È proprio l'illuminazione pubblica. Avete presente quelle immagini che Samantha Cristoforetti mostrava dallo spazio? Sono spettacolari, perché si vede ad esempio tutta la penisola italiana con i bordi illuminati e le città. Però è spreco: uno spreco causato dall'illuminazione pubblica. Pochi si domandano il motivo per cui la Space Station dovrebbe essere illuminata dalle città e dalla terra: è luce male orientata; luce diffusa male; e luce forse anche troppo intensa.

A parte le fonti pubbliche come i lampioni, i monumenti, ecc.  c'è un una “colpa” di noi privati per l’illuminazione che va verso l'alto?

Certamente una componente è legata anche ai nostri giardini e a tutto il resto, ma la colpa è soprattutto del fatto che noi vogliamo avere gli ambienti molto illuminati, e questo ci dà una sensazione di falsa sicurezza e porta effettivamente a dello spreco. Ci sono state delle cittadine francesi, ad esempio Saumur (cittadina sulla Loira, ndr), che hanno semplicemente preso l'iniziativa di spegnere le luci, l'illuminazione pubblica, dopo l'una di notte. Ovviamente questo ha creato un po’ di difficoltà agli amministratori, perché il problema era la sicurezza notturna: non c’è stato nessun aumento di criminalità e il comune di Saumur è riuscito a fare un risparmio di 85 mila euro l'anno. Secondo me la nostra colpa è volere ambienti troppo luminosi. Se l'illuminazione pubblica fosse realizzata in maniera corretta, si potrebbe risparmiare circa un terzo dei bilanci delle nostre amministrazioni. Per l'Italia significa risparmiare qualcosa come 500 milioni di euro, quasi mezzo miliardo.

Lei è anche un divulgatore, e ovviamente fa moral suasion su questo tema. Che risposta vede nel pubblico? Le persone comuni sono sensibili a questo problema?

No. Secondo me il fatto, anche divertente, è che non c'è percezione del problema, C'è un episodio buffo, anche se drammatico, che si è verificato a Los Angeles nel 1994. Drammatico perché successivo a un terremoto del settimo grado. La città di Los Angeles fu interessata da un black out e la gente riuscì finalmente a vedere il cielo. E che cosa fecero? Telefonarono al 911. Non è il numero di telefono del locale osservatorio astronomico ma quello della polizia: erano allarmati dalla presenza di un qualcosa di lattescente nella volta celeste. Quel qualcosa di lattescente altro non era che la Via Lattea. Significa che tutta quella gente aveva perso completamente l'abitudine ad osservare il cielo; in quell’occasione era riuscita a vedere la Via Lattea, che è uno spettacolo eccezionale, e ne venne allarmata. Questo dà l'idea di come la gente non percepisca qual sia il problema. È un problema anche culturale: la mancanza di un rapporto con il cielo che è un rapporto millenario. Secondo me la gente non si rende conto del problema.

Quali sono, per la scienza, le conseguenze nel perdere il cielo stellato notturno?

C'è una spiacevole conseguenza culturale: il fatto di non poter osservare il cielo, anche per la gente comune, è un'esperienza che ci manca. Tenete conto che da una città come Torino (io abito vicino, a Chieri) in una nottata serena normalmente si riescono ad osservare e contare nel cielo qualche decina di stelle. Quando ci troviamo in montagna, in quelle serate eccezionali in cui vediamo la volta stellata, ci stupiamo; ma in realtà, se andassimo a contarle, conteremmo nell'ordine del centinaio di stelle. Però nel cielo notturno privo di inquinamento luminoso, in assenza di luna, si possono contare almeno tremila stelle in una notte; è come trovarsi sotto una coperta di stelle e noi, questo spettacolo, ce lo siamo persi: significa una perdita culturale per ognuno di noi. Per quanto riguarda noi professionisti, certamente abbiamo opportunità che altri non hanno: andiamo normalmente ad osservare all'estero. Non è un caso che il Telescopio Nazionale Galileo, il telescopio italiano per eccellenza, sia situato alle Canarie e non sia più sul suolo italiano.

Ci sono anche conseguenze fisiologiche per l'uomo. Quali sono le conseguenze per la salute umana?

Sono ancora soggette a studi. Si vedono abbastanza bene le evidenze per quanto riguarda la fauna. Ad esempio i chirotteri, i pipistrelli, sono molto influenzati da queste fonti di luce artificiale, nel modo in cui cercano il cibo. Tutti gli insetti sono attirati dalle luci artificiali e questo altera notevolmente l'ecosistema. Quando si altera l’ecosistema, probabilmente ci sono anche conseguenze per noi. Per l'uomo, però, ci sono effettivamente pochi studi, sebbene ci siano delle situazioni un po’ preoccupanti: ci sono città come Singapore che sono talmente illuminate di notte che praticamente l’occhio umano non ha più necessità di quell’accomodazione per la visione notturna. Che cosa questo comporterà negli anni futuri non è ancora chiaro; però, certamente, in questa maniera stiamo alterando le condizioni normali di vita.

Come si può rimediare a questa situazione? Come dovrebbero cambiare, tecnicamente, le luci della nostra città?

Visto che questo inquinamento luminoso è dovuto allo spreco, dobbiamo imparare a non sprecare. In questo ci potrebbe essere d'aiuto la nuova tecnologia del led, che è molto più efficiente di una lampadina comune: circa 50 volte più efficiente delle sorgenti fluorescenti. Sostituire l'illuminazione pubblica con quella a led ci permette per esempio di ridurre effettivamente lo spreco, anche in termini di soldi. Il problema del led è il fatto che, essendo più efficiente, i comuni sono spesso tentati ad illuminare di più, e quindi a generare nuovo inquinamento luminoso. Questo, possibilmente, dev’essere evitato, perché se si vogliono realizzare dei risparmi importanti per il nostro portafoglio è meglio fare l'illuminazione un po’ più calibrata su quelli che sono i criteri ambientali minimi. Quindi: illuminare bene e meno, in modo tale da risparmiare di più. A questo proposito posso aggiungere che inizia ad esserci anche una sensibilità nel nostro governo: infatti la Legge di Bilancio 2018 invita i comuni a rivedere l'illuminazione pubblica e adottare dei sistemi d'illuminazione più efficienti.

A questo proposito il Consiglio Regionale del Piemonte ha varato un regolamento qualche giorno fa.

Io ne sono molto felice, perché questo provvedimento giunge al momento buono: proprio nel momento in cui i comuni sono interessati a queste nuove tecnologie per ridurre i costi della bolletta. L'invito principale è ad orientare bene in luce, in modo che l'illuminazione verso l'alto sia praticamente zero; calibrare queste sorgenti luminose prendendo come riferimento dei parametri di illuminazione minima, in modo da non abbagliare il guidatore e allo stesso tempo non sprecare il vantaggio che ci offre la luce led. Altre cose importanti, e quasi banali: ad esempio ridurre gli orari di accensione delle insegne luminose. Magari evitare che ci siano queste luci inutili dopo la mezzanotte.  

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Domenico Iannacone è un giornalista di Rai Tre che conosce bene la “terra dei fuochi”. Le sue inchieste filmate, trasmesse nel programma “I dieci comandamenti” nel 2013 e ancora lo scorso novembre, hanno contribuito ad accendere e a mantenere puntati i riflettori su questa ferita aperta nella società italiana. Se i dati ufficiali e le statistiche pubblicate di recente sembrano ridimensionare il problema della sicurezza alimentare dell’agricoltura campana, ci pare doveroso andare oltre i numeri e cercare di comprendere la realtà sociale di quelle terre, parlandone con chi ha intervistato, sul posto, chi è costretto a vivere accanto a roghi e discariche.

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L'Accordo di Parigi dello scorso anno e la COP22 appena conclusa a Marrakesh, hanno fissato obiettivi e azioni concrete che tutti gli stati firmatari dovranno perseguire per contrastare il cambiamento climatico in atto. Il nostro paese e l'Unione Eurpea stanno attuando le politiche adatte a rispettare quanto hanno sottoscritto l'anno scorso?

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"In realtà non sta succedendo ancora niente". Agostino Re Rebaudengo, presidente di AssoRinnovabili, critica gli obiettivi e le risorse delle politiche italiane ed europee per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

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L'ultimo annuario ambientale pubblicato dall'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, fotografa una situazione preoccupante di fiumi, laghi e acque sotterranee del nostro paese. In percentuali superiori al 50% le acque italiane risultano inquinate in modo più meno grave. Le cause principali sono le attività agricole e gli scarichi urbani, in seconda battuta incidono anche i processi industriali. In occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua 2016 abbiamo interpellato Serena Bernabei, ricercatrice dell'ISPRA, per fare un quadro della situazione delle risorse idriche nazionali.

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