Secondo gli ultimi dati l'Italia si piazza al primo posto tra i Paesi dell'Unione Europea per consumo di pesce pro capite con 28 chili l'anno a testa tra pesce fresco, in scatola e surgelato.
I consumi sono in crescita costante, non solo nel nostro paese, e le riserve ittiche faticano a stare al passo con le esigenze dei consumatori.
Secondo il WWF circa l’85% degli stock ittici del Mediterraneo risultano sovrasfruttati: stiamo mangiando più pesce di quanto i nostri mari e i nostri allevamenti ce ne consentirebbero. Ma il problema è globale: la sovrappesca e il sovrasfruttamento dei mari e degli oceani stanno mettendo rischio gli ecosistemi marini, oltre che la sicurezza di circa 800 milioni di persone che, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dipendono dalla pesca per il proprio sostentamento.
Ci sono tuttavia delle modalità di pesca che possono conciliare la domanda di pesce con le necessità degli ecosistemi, degli standard da rispettare per rendere questa attività sostenibile e far si che i mari e gli oceani siano in grado di rigenerarsi.

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Gli Oceani sono degli straordinari regolatori del clima, assorbono infatti circa il 30% della CO2 prodotta dall’uomo, proteggendoci in questo modo dagli effetti del riscaldamento globale. Il mare inoltre garantisce il sostentamento di 3 miliardi di persone che dipendono dalla biodiversità marina e costiera.
 Tutto questo oggi, in particolare in alcune aree del pianeta, è a rischio a causa di fenomeni come inquinamento o pesca eccessiva.
 Sul tema “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, ha interpellato Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, storica associazione impegnata  per la tutela di questo prezioso ecosistema.

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