Venerdì, 17 Febbraio 2017 18:08

Biodiversità, patrimonio italiano da salvare.

L'Italia è uno dei paesi più ricchi di biodiversità: si stima che il paese ospiti 58 mila specie: 42 mila terrestri, 5.500 in laghi e fiumi; e 9 mila nei mari. Si tratta del più vasto patrimonio naturalistico d'Europa, infatti un terzo delle specie animali e addirittura la metà delle piante del nostro continente sono presenti entro i confini italiani. Perché la biodiversità è importante e va difesa? Quali problemi possono derivare dalla presenza di specie aliene o dalla scomparsa di specie tipiche? 
Per approfondire questi dubbi "A Conti Fatti", la rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana 105.0, ha interpellato Giuseppe Bogliani, docente di zoologia nel corso di laurea in scienze naturali all'Università degli Studi di Pavia.

 

Professor Bogliani, che cos'è la biodiversità, e perché è così importante?
La biodiversità è una peculiarità del nostro pianeta ed è qualcosa che descrive la varietà delle specie viventi, animali e vegetali che si trovano sul nostro pianeta. È in qualche modo un'espressione di complessità della vita in tutte le sue forme: varietà di organismi, del loro comportamento, molteplicità delle possibili interazioni, diversità di ecosistemi, diversità di specie, diversità genetica all'interno della specie. È qualcosa di veramente complesso, su cui si basa il funzionamento della biosfera.

L'Italia si fa un vanto del suo alto indice di biodiversità, per essere un paese europeo, industrializzato e relativamente piccolo. Eppure oggi si lancia una campagna contro le l'introduzione sul territorio di altre specie straniere; non sarebbe un arricchimento del patrimonio naturale? I pappagalli che girano per Roma da alcuni anni aggiungono valore al paesaggio della città?
Io credo che per alcuni cittadini questa affermazione sia vera: è bello vedere i pappagalli; forse, per molti uccelli che nidificano nelle cavità degli alberi, o che lo facevano in passato prima che arrivassero questi invasori, il punto di vista potrebbe essere diverso. Il problema c'è quando le specie che vengono introdotte dall'uomo, in modo accidentale o volontario, interferiscono con le specie locali: a volte interferiscono a tal punto da modificare anche i processi ecologici veri e propri. Dei pappagalli ci siamo occupati abbastanza poco, se non per gli aspetti pittoreschi o perché in certe parti di Roma il frastuono, in alcuni momenti della giornata, è addirittura pittoresco. Però questi animali arrivano a competere con altre specie, al punto che ci si sta chiedendo se non sia il caso di prendere una posizione. Posizione che, per altro, dovrebbe essere ben giustificata dal fatto che già nel '92, nella conferenza di Rio de Janeiro sulla biodiversità e i cambiamenti climatici, l'invasione delle specie aliene fu elencata al secondo posto fra le cause di perdita della biodiversità: al primo posto la distruzione, la modificazione e la frammentazione degli habitat naturali; al secondo posto le specie aliene. Quindi dobbiamo preoccuparcene.

Lei è impegnato in diversi progetti, monitoraggi, studi mirati su animali e piante tipicie tipiche o in pericolo del paese: cito lo stambecco alpino, la marmotta, gli uccelli dello stretto di Messina. Quali sono, a suo parere, le emergenze principali del territorio italiano, in difesa di quali specie sarebbe urgente intervenire?
In Italia, complessivamente, il numero di specie non è declinato molto negli ultimi tempi. Stiamo però perdendo alcune delle specie rare e molto specializzate: per esempio alcune delle specie legate ai climi più freschi delle Alpi o degli Appennini. Rischiamo di perderle nel giro di pochissimi decenni perché il cambiamento climatico globale sta spingendo verso l'alto i gradienti climatici; quindi alcune specie perdono, man mano, il loro habitat alle quote inferiori, e alle quote superiori non trovano più niente poiché le montagne hanno forma piramidale: più si sale, più è ristretta l'area a disposizione, e poi c'è un limite a tutto. Ci sono previsioni, basate su solide evidenze, che dicono che perderemo nel giro di pochi decenni alcune specie come la pernice bianca o il fringuello alpino, e questo sicuramente è un grosso problema. Perdiamo altre specie perché stiamo tutt'ora modificando gli habitat, ed è paradossale che, alcune delle specie che rischiamo di perdere, sono quelle che in passato erano state favorite dall'azione umana. Molte specie degli ambienti agrari aperti, degli ambienti agricoli tradizionali, vengono perse perché viene abbandonata l'agricoltura, nelle aree in cui è meno conveniente. Quindi il bosco torna a invadere le aree aperte, le praterie, i prati aridi e certe forme di coltivazione estensiva molto interessanti; infatti le specie di foresta stanno migliorando in Italia: stiamo perdendo quelle di ambienti aperti. Se poi aggiungiamo il fatto che in alcuni di questi ambienti aperti stanno entrando massicciamente le specie esotiche, il quadro non è positivo.

Una sua recente pubblicazione scientifica è intitolata, tradotto dall'inglese: "Effetti della frequenza di cura dell'erba degli argini delle risaie sulle colonie di coleotteri nel terreno". Dando per scontata la legittima curiosità scientifica, questo grado di interesse per la specificità di un ecosistema locale ha degli effetti pratici nella nostra vita quotidiana?
Non vorrei fare il presuntuoso ma anni fa qualcuno, molto più autorevole di me, aveva detto "a cosa serve Mozart?". Quella ricerca era finalizzata a capire che cosa comporta per la biodiversità introdurre, o utilizzare, tecniche di gestione di parti dell'ambiente agrario. Una parte del territorio intorno a Pavia, Novara, Vercelli fino quasi a Torino, è caratterizzata da una grande estensione di risaia, dove le vasche sono separate da arginelli che una volta erano inerbiti, e dove adesso si tende ad usare dei diserbanti disseccanti totali. Ci siamo chiesti che cosa succede in questa situazione; quali parti delle comunità animali stiamo danneggiando in qualche modo. Abbiamo visto che quegli argini sono frequentati da comunità varie, a seconda del tipo di gestione, e che tutto sommato a volte è sufficiente non esagerare troppo con le forme di contenimento dell'erba: falciarla una volta sola, evitare di diserbare, lasciare un po' di erba sugli argini per consentire la permanenza di comunità. In quel caso erano coleotteri carabidi, che sono dei piccoli predatori: piccole tigri che vivono in questi micro ambienti, in questo micro cosmo, e che sono anche molto importanti per contrastare alcuni antagonisti del riso. Mantenere delle comunità di piccoli predatori in ambienti agrari molto piatti, molto banali, consente di ridurre l'impatto degli antagonisti che altrimenti dovremo contrastare facendo ricorso a grandi trattamenti con insetticidi, molto dannosi per tutto l'ecosistema.

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Circa il 10% delle specie animali terrestri italiane sono "endemiche", cioè vivono esclusivamente in Italia. Sono oltre 4.000 specie che vivono in habitat specifici e di solito molto circoscritti e, di conseguenza molto fragili e spesso minacciati. Questa situazione è tipica, ad esempio, delle decine di isole, grandi e piccole, che popolano gli arcipelaghi del Mediterraneo. Per descrivere la ricchezza e la fragilità di queste perle naturalistiche, "A Conti Fatti", rubrica radiofonica di EconomiCristiana.it in onda la domenica su Radio Vaticana 105.0, ha intervistato Franca Zanichelli, direttore del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano.

Ci descriva il suo parco, le specie aliene presenti, e i progetti che state portando avanti in questo periodo.
Il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, rispetto ad altri parchi nazionali, è singolare perché costituito da sette isole: l'Elba è la principale, circa 200 km quadrati, poi ci sono le isole di Capraia e Giglio, circa 20 kmq, Montecristo, Pianosa e le piccolissime Gorgona e Giannutri. Sono sparse nel Tirreno e quindi le loro popolazioni (di animali e piante, ndr.) dal punto di vista biogeografico sono isolate. Ciò vuol dire grande valore dal punto di vista naturalistico, ma anche tanto pericolo in caso di avvento di specie aliene che, in questi ambienti isolati, sono molto più virulente che in altri posti.

A titolo di esempio possiamo portare il problema dei ratti. Voi avete avuto successo nell'eradicazione di questa specie da alcune isole.
Il ratto è una delle cause principali di perdita della biodiversità in tutto il mondo; per questo in tutti gli ambienti insulari si cerca di combatterlo. Noi abbiamo, fortunatamente, un'esperienza di grande successo, e questo ci fa piacere. Abbiamo iniziato questa lotta alle specie aliene circa dieci anni fa. La prima isola dove è stato eradicato il ratto è Giannutri, appena 2 kmq. Fortunatamente, con il progetto "Life Montecristo 2010", nel 2012 siamo riusciti a mettere a disposizione una somma ingente e la professionalità di molti collaboratori per eradicare il ratto da Montecristo, 10 kmq: un'isola molto più grande. Il successo è stato decretato proprio quest'anno, perché occorrono due anni per essere sicuri che tutto sia andato a buon fine. L'eradicazione non è la derattizzazione che normalmente si fa per esempio negli asili, nelle mense, nei ristoranti e nelle città, in cui si mettono dei dispositivi per reprimere la presenza del ratto: l'eradicazione è proprio toglierlo di mezzo. Per fare questo, l'operazione deve essere molto rapida e il successo è decretato quando proprio non ci sono più tracce di escrementi o di materiale consumato dal ratto. Il nostro progetto sta andando avanti: già è iniziato sull'isola di Pianosa, 10 kmq. Faccio questo riferimento alle dimensioni perché nel Mediterraneo siamo all'avanguardia, proprio perché le superfici insulari di maggiori dimensioni sono più complicate: Pianosa sarà più complicata di Montecristo.

Non sempre però le specie da contenere o eradicare sono così chiaramente dannose come il ratto. Anche nel vostro parco ci sono controversie su specie aliene più "emozionali" come cinghiali e mufloni.
I ratti normalmente non sono animali simpatici e quindi il successo è più facile anche dal punto di vista della condivisione con il pubblico: tutti sanno quante malattie possono portare. Quando ci troviamo di fronte a popolazioni di cinghiali e il muflone, che sull'isola d'Elba sono stati portati per interesse di tipo venatorio, il problema è molto più complicato. Intanto, in un'isola dove non ci sono i predatori non c'è nessun modo di controllare il numero, quindi gli animali vengono abbattuti dal mondo venatorio o comunque aumentano moltissimo. I danni riscontrabili in un ambiente insulare sono molto maggiori, proprio perché non è un territorio vasto, dove gli animali possano muoversi in ambiente più selvatico. In un'isola come l'Elba, dove c'è tanto turismo, dove ai margini della costa ci sono le aree di interesse per la recettività, ecco che questi animali fanno danni notevoli. Perciò per noi è importantissimo arrivare a un piano di controllo. Noi lo facciamo da quando il parco è stato istituito, e negli ultimi 10 anni abbiamo rimosso dall'Isola d'Elba circa 1200 cinghiali all'anno. Il fatto che questo numero di prelievi non decresca significa che incidiamo pochissimo sulla popolazione, anche perché la condizione di area protetta sull'isola d'Elba è un po' particolare: la superficie del parco è il 50% dell'isola, ma a macchia di leopardo; per cui ci sono luoghi, estranei al parco, dove la specie viene cacciata, e luoghi interni dove possiamo fare recupero e rimozione di questi animali soprattutto attraverso la cattura con le gabbie. Nel nostro caso copre l'80% del prelievo. Questa cosa funziona abbastanza bene per il cinghiale, meno bene per il muflone. Neanche il muflone è una specie autoctona nell'isola. Il problema è che sono animali che, come tutti i mammiferi, sono ovviamente molto più apprezzati dalla popolazione; per questo non è facile far comprendere quanto possano essere dannose queste specie, non solo per l'agricoltura, ma anche per la biodiversità. Teniamo preesenti le specie di orchidee sull'isola d'Elba: alcune stazioni di specie rarissime sono state completamente compromesse dalla modalità con cui il cinghiale si alimenta, che è quella di scavare, prendere i bulbi e mangiarli; quindi si è preso le radici di queste orchidee e le popolazioni ormai sono in netto declino.

Purtroppo anche turisti e visitatori possono essere, magari involontariamente, causa di perdita di biodiversità. Può dare qualche consiglio in merito?
Spesso le persone si innamorano di ricordi: magari raccolgono le conchiglie dalla spiaggia o portano pezzettini di piante. È un modo per portar via un ricordo della vacanza attraverso questi souvenir. Bisogna stare molto attenti, perché portare via animali morti, come le conchiglie, soprattutto come dai paesi esotici, vuol dire incrementare un commercio che oggi non può assolutamente essere tollerato, in questo contesto in cui la perdita di biodiversità oggettivamente è sempre molto alta. Spesso quelle che possono sembrare innocue traslocazioni di esemplari, possono invece dare origine a situazioni molto compromettenti. Ad esempio l'importazione di specie di piante esotiche dai vivai: si portano bellissime piante, ma con queste arrivano anche degli insetti. Con i gerani sono arrivate alcune farfalle; altri piccoli insetti non si vedono subito e poi si riproducono se non si agisce al più presto. Questo è proprio il simbolo del nuovo progetto che coinvolge un po' tutta Italia, con l'ISPRA capofila. L'acronimo è ASAP - As Soon As Possible: fare il più presto possibile quando ci si accorge che è entrato (nel paese, ndr.) qualcosa di nuovo, perché potrebbe essere troppo tardi. Spesso faccio l'esempio della zanzara tigre: nel '92 ero al corrente che era stata rinvenuta questa zanzara nel rovigiano; non si è fatto nulla e, oggi, quanto spendiamo per la zanzara tigre (per le disinfestazioni, ndr.)? Tutti ora ci accorgiamo del peso della zanzara tigre sulla nostra economia e sul nostro benessere. Con questo progetto, di cui il Parco tra i partner coinvolti, vorremmo stimolare la popolazione affinché aumenti la percezione del pericolo che le specie esotiche, che entrano clandestinamente o volutamente, possono incidere sul nostro benessere e sulla nostra economia. Per questo sosteniamo il progetto ASAP: per l'esperienza fatta in questi anni. Vorremmo veramente che questa cosa potesse essere condivisa e non solo considerata un problema per addetti ai lavori.

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A volte la natura, il caso, ma più spesso l'uomo, rompono l’equilibrio degli ecosistemi introducendovi delle specie estranee, delle "specie aliene".
 Recentemente l'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha lanciato l'allarme per il territorio italiano, su cui sono state censite ben 3.000 specie aliene, dai pappagalli sudamericani nei cieli di Roma ai gamberi della Louisiana che infestano laghi e fiumi. Per sensibilizzare istituzioni, politici, addetti ai lavori e soprattutto cittadini, è partita una campagna europea denominata Life - Asap, perché, come indica l'acronimo, occorre intervenire "il più presto possibile".

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