Il 7 marzo, alla vigilia della Giornata internazionale della Donna, Earth Day Italia ha rilanciato la campagna #4women4earth che unisce la lotta contro la violenza sulle donne a quella contro la violenza sul pianeta.
Tra i testimonial più apprezzati di questa campagna Valentina Vezzali, la più grande schermitrice di sempre, sovrintendente della Polizia di Stato consigliere federale di Federscherma, ma soprattutto mamma e donna.
All’interno di “A Conti Fatti”, programma a cura di Economia Cristiana trasmesso da Radio Vaticana Italia, la sua testimonianza.

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É stato presentato lo scorso 27 febbraio alla presenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di quello della Camera dei Deputati Roberto Fico il rapporto ASviS “La Legge di Bilancio 2019 e lo Sviluppo Sostenibile”.
L’analisi, portata avanti dagli esperti dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ha letto la recente manovra finanziaria con la lente dell’Agenda 2030 e dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che le Nazioni Unite hanno fissato come mete da raggiungere per garantire alle future generazioni un pianeta più sano, un benessere diffuso e una società più equa e giusta. È stata inoltre l’occasione per descrivere il posizionamento attuale del nostro paese su questi Obiettivi.

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“Nelle strategie nazionali di sviluppo economico deve considerarsi prioritaria l’adozione di strumenti normativi efficaci atti a promuovere una sempre maggior diffusione di modelli di sviluppo sostenibili, della Green Economy e dell’economia circolare.” Così è scritto nel contratto di Governo (al punto 4 - Ambiente, Green economy e Rifiuti zero).

Il passaggio da economia lineare (basata su produzione, consumo e smaltimento di un bene) ad economia circolare (basata invece su produzione, consumo, riutilizzo, riparazione, raccolta, riciclo, re-immissione nel ciclo produttivo) è fondamentale nel momento in cui le risorse naturali diventano sempre più preziose, visti i nostri insostenibili ritmi di consumo; basti pensare che in poco più di un secolo la popolazione mondiale è quadruplicata, ma nello stesso intervallo di tempo si stima che il consumo di risorse naturali sia aumentato di ben 12 volte.

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Secondo gli ultimi dati l'Italia si piazza al primo posto tra i Paesi dell'Unione Europea per consumo di pesce pro capite con 28 chili l'anno a testa tra pesce fresco, in scatola e surgelato.
I consumi sono in crescita costante, non solo nel nostro paese, e le riserve ittiche faticano a stare al passo con le esigenze dei consumatori.
Secondo il WWF circa l’85% degli stock ittici del Mediterraneo risultano sovrasfruttati: stiamo mangiando più pesce di quanto i nostri mari e i nostri allevamenti ce ne consentirebbero. Ma il problema è globale: la sovrappesca e il sovrasfruttamento dei mari e degli oceani stanno mettendo rischio gli ecosistemi marini, oltre che la sicurezza di circa 800 milioni di persone che, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dipendono dalla pesca per il proprio sostentamento.
Ci sono tuttavia delle modalità di pesca che possono conciliare la domanda di pesce con le necessità degli ecosistemi, degli standard da rispettare per rendere questa attività sostenibile e far si che i mari e gli oceani siano in grado di rigenerarsi.

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Esaltare le caratteristiche di un materiale frutto del lavoro artigianale come la porcellana grazie alle nuove tecnologie per realizzare un frigorifero che non necessita di attacco alla corrente elettrica.
È grazie a questa intuizione che la startup Altaii Italia ha recentemente vinto il premio “Cambiamenti” che la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa assegna ogni anno alle migliori giovani imprese innovative.

Ne parla intervenendo su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Massimiliano Giuseppe Falcone, fondatore di Altaii Italia.

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Un’impresa che vuole operare nella società contemporanea ha bisogno di rapporti positivi con tutti con i propri portatori d’interesse, collaboratori, fornitori, comunità e istituzioni locali, e per questo deve agire nei loro confronti con la massima trasparenza e correttezza con una politica aziendale che tenga presente il concetto di sostenibilità e sappia conciliare gli obiettivi economici con quelli sociali e ambientali del territorio di riferimento.

Questa politica virtuosa viene definita responsabilità sociale d’impresa, o Csr, usando l’acronimo inglese, settore su cui negli ultimi anni molte aziende hanno investito, comprendendo il fatto che agire in maniera corretta non è “solo” un obbligo, ma una questione strategica.

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Si celebra oggi la Giornata Mondiale dell’Ambiente che le Nazioni Unite istituirono nel 1972 in occasione della Conferenza di Stoccolma per portare all’attenzione di governi e istituzioni la necessità di una tutela dell’ambiente e delle risorse naturali.
Da allora molti passi sono stati fatti, anche se le questioni ambientali non hanno sempre trovato il giusto spazio né nell’agenda dei media, né in quella politica, nazionale e internazionale. Tuttavia termini come ambiente e sostenibilità stanno trovando sempre maggiore spazio e considerazione presso l’opinione pubblica.  

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Un processo economico produttivo, sano e sostenibile passa inevitabilmente per la sua capacità di ottimizzare uso, riuso e riciclo delle risorse naturali.
Vetro, carta, legno, plastica se correttamente differenziati e riciclati possono diventare materie prime seconde, nuovi materiali, risorse preziose in grado di far risparmiare sui costi di produzione e di salvaguardare l’ambiente. Per far tutto questo il punto di partenza è costituito da un buon processo di raccolta. In questo senso una punta di eccellenza tutta italiana è costituita dal CONOU, Consorzio Nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli Oli minerali Usati il cui presidente Paolo Tomasi interviene su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

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Come ogni altro materiale da costruzione, il legno è presente sul pianeta non solo allo stato naturale, ma anche come prodotto già lavorato dall’uomo. Una soluzione per porre un freno allo sfruttamento eccessivo delle foreste è il riciclo del legname usato che, prima di diventare rifiuto e venire bruciato, può essere in buona parte riutilizzato. Abbiamo individuato una buona pratica in questo settore in un’azienda di Roma che fabbrica pallet per il trasporto merci: nel pieno spirito dell’economia circolare, da alcuni anni ha riconvertito parte della produzione realizzando mobili e arredi dal riciclo dei pallet usati.

Ne abbiamo parlato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmesso da Radio Vaticana Italia, con Domenico Lentini, responsabile comunicazione e marketing di Mobiliinpallet.it.

Lentini definiamo che cos'è un pallet. C'è una storia curiosa alle origini di questo oggetto.

Il pallet nasce circa 70 anni fa e, come tante invenzioni, per servire l'esercito. Infatti la parola “pallet” la troviamo per la prima volta in una packing list di materiali bellici durante lo sbarco in Normandia. Il pallet, banalmente, lo possiamo trovare nei supermercati e serve a movimentare la merce al loro interno in maniera più veloce, rapida e con meno sforzo. Il pallet è costituito da 11 tavole di legno, 9 blocchetti in legno pressato e 78 chiodi.

Di solito con quali tipi di legno è fatto?

Di solito in legno di abete. Qualcuno lo fa anche in legno di pino, però lo standard è quello d'abete.

La sua azienda produceva questi oggetti per trasportare merci. Poi però vi è venuta un'idea particolarmente interessante dal punto di vista dell'economia circolare: riutilizzarli. Ce ne può parlare?

Siamo nati circa 40 anni fa come azienda nel settore degli imballaggi in legno. Abbiamo iniziato a costruire questi pallet; successivamente, per ridurre l'impatto ambientale, abbiamo cominciato a ripararli. Da circa cinque anni, per ridurre ancora lo spreco di materiale di scarto, abbiamo inventato il marchio Mobiliinpallet.it: una linea di arredamento ecosostenibile fatta con i pallet.

Facciamo un passo indietro. Che fine facevano i pallet usati? Come e dopo quanti utilizzi venivano distrutti?

Dipende dal tipo di pallet: esaurisce il suo ciclo di vita dopo uno, due, al massimo cinque trasporti. Prima venivano comunque distrutti: andavano al macero oppure arsi.

Ovviamente con dispersione di CO2 in atmosfera. Voi invece li avete immaginati come materiale per il mobilio. Che cosa costruite? Che genere di mobili?

La linea è molto basilare perché il materiale che utilizziamo, il pallet, è molto squadrato. Non abbiamo cose molto elaborate con arrotondamenti o altro. Però riusciamo a fare delle sedie, dei divani per esterno, nei giardini, dei tavoli. Partendo sempre dallo standard del pallet EPAL (lo standard europeo, ndr.)  80 cm per 120 cm. Naturalmente, essendo un'azienda artigianale, riusciamo anche a lavorare fuori dallo standard; perché siamo produttori ufficiali del Consorzio Epal e quindi possiamo produrre con tutte le misure che ci può richiedere il cliente.

Questi mobili diciamo sono più o meno di qualità, rispetto a un normale mobile in legno?

Se li paragoniamo a quelli industriali, visto che è abete e che comunque il pallet nasce per sopportare dei carichi elevati, è un ottimo legno: resistente e robusto.

Come hanno reagito i lavoratori dell'azienda a questo cambio di produzione. Immagino che fossero essenzialmente degli operai assemblatori che adesso sono diventati quasi degli artigiani; è stato facile o comunque apprezzato?

Si. Prima il loro unico compito era di assemblare il pallet, partendo sempre da queste undici tavole, nove blocchetti e 78 chiodi, un lavoro abbastanza di routine. Questa è stata una ventata di gioia per l'azienda ed anche per i falegnami che, appunto, si trasformano da semplici assemblatori a veri e propri artigiani; perché adesso si confrontano con la costruzione di un mobile che per loro è qualcosa di molto più divertente e sfidante. Quando un falegname produce un mobile ci mette dentro la sua creatività, il suo tempo, le sue prove; perciò quando vede il mobile costruito è sempre una gioia, sia per chi lo ha fatto, sia per noi dell'azienda che riusciamo a vedere realizzata un’idea.

Qui infatti siamo nell'ambito di quello che viene chiamato “riciclo creativo”, molto diverso da quello industriale ad esempio della della carta o del vetro. Sarebbe possibile per una persona qualunque, che ovviamente non fosse un falegname, costruire un mobile partendo da materiali di riciclo come il pallet?

Si, e noi in questo lo aiutiamo. Abbiamo diversi canali di comunicazione cresciuti man mano con l'azienda. Avendo un solo punto vendita, la fabbrica, avevamo la necessità di entrare in contatto con i nostri clienti finali. Quindi siamo partiti dal sito web, poi gli abbiamo affiancato un blog in cui quasi tutti i mercoledì parliamo di sia di come è fatto il pallet: insegnamo alla gente come riconoscere un buon pallet e come riciclarlo da sé. Ci sono degli articoli che spiegano come farsi un tavolo o un divano. Da circa un paio d'anni abbiamo aperto il canale di Youtube dove, oltre a far vedere come lavoriamo e come assemblare i nostri mobili già fatti, abbiamo due tutorial. Un tutorial spiega passo passo come fare un divano partendo da tre pallet. Oltre al materiale diamo anche la conoscenza per costruire questo mobile, quindi effettivamente uno può costruirlo da solo.

Tiriamo le somme di questo bilancio ecologico del mobile in pallet: quanto inquinamento si evita riciclando un pallet?

E’ stato calcolato che durante il suo ciclo di vita un pallet assorbe 18,4 kg di CO2. Mi sono divertito a fare un calcolo: il nostro tutorial sul divano in pallet ha 368 mila visualizzazioni in Italia e  in tutto il mondo; se effettivamente queste visualizzazioni corrispondessero a 300.000 divani fatti dall'utente finale sarebbero riusati 900 mila pallet. Se moltiplichiamo 900.000 per 18,4 abbiamo che questi pallet avrebbero assorbito 16 milioni e 560 mila kg di CO2. Noi non credevamo che il nostro tutorial avrebbe avuto così tanto appeal,  però ci si rende conto che alle volte dai piccoli gesti possiamo veramente riuscire a cambiare il mondo.

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Cosa c’è dietro un cibo che mangiamo, un abito che indossiamo o un telefonino che acquistiamo?
Qualsiasi prodotto che compriamo, spesso unicamente sulla base della variabile prezzo, è l’ultimo anello di una catena fatta di lavoratori che hanno il diritto di esser pagati e trattati nel giusto modo, di risorse naturali che vanno prelevate dall’ambiente in modo sostenibile e più in generale di una catena di produzione che dovrebbe rispettare degli standard etici.

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