Intervista a Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil

Scritto da   Domenica, 12 Aprile 2015 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, è intervenuto su A Conti Fatti, trasmissione a cura di Economiacristiana.it, trasmessa dalle frequenze di Radio Vaticana Italia.

 

Nei mesi di dicembre 2014 e gennaio 2015 l’occupazione sembrava in timida ripresa, i dati relativi a febbraio segnano invece un passo indietro. Gli ottimisti leggono comunque dei segnali che fanno pensare ad un’uscita dalla crisi, lei è tra questi?
Io mi auguro che riusciamo ad uscire dalla crisi, perché bisogna farlo assolutamente. Vorremmo però dare dei consigli affinché questo avvenga; perché l'occupazione non cresce solo per decreto. Possiamo fare tutta la decontribuzione possibile e inimmaginabile, tutta la detassazione del mercato del lavoro, ma se non ci sono investimenti pubblici e privati l'economia non riprende; e se non ci sarà una ripresa del potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati, l'80% delle aziende che lavorano per il mercato interno non saprà a chi vendere e chiuderà lo stesso. Quindi, all'ottimismo bisogna associare le azioni utili. Quelle che sono state fatte sono sicuramente inutili.

Il 1 maggio aprirà l’EXPO di Milano sui temi dell’alimentazione. Il nostro Paese è da sempre sinonimo di eccellenza alimentare e il successo delle nostre esportazioni in questo settore lo testimonia. Qualche settimana fa lei ha espresso la preoccupazione sul rischio di concentrarsi troppo sui prodotti, dimenticando le condizioni di lavoro con cui questi prodotti vengono ottenuti.
Nel Mezzogiorno abbiamo ancora lavoro nero, lavoro precario. Non abbiamo la tracciabilità certa di molti prodotti, anche di qualità. Occorre una doppia azione: alla presentazione dell'Expo si è parlato dei prodotti e di filiera agro alimentare, e va bene, ma bisogna parlare anche del mondo del lavoro che quei prodotti riesce a realizzare: un milione e mezzo di lavoratori che quest'anno devono anche rinnovare il contratto. Quindi occorrono più risorse, ma anche fare azioni per la legalità in tutto il territorio, a partire dalle zone più colpite dal malaffare, dal caporalato, e dal lavoro nero. Se agiremo in tutte e due le direzioni l'Expo sarà un grande successo.

Anche in una congiuntura nazionale e internazionale molto complicata, l’occupazione legata alla green economy è in crescita. Secondo l’ultimo rapporto Symbola nel 2013, gli occupati nel settore green delle imprese sono 3 milioni, il 13,3% del totale del totale; di questi il 23,5% è sotto i 35 anni. Sono i green jobs il futuro del nostro Paese?
Non dobbiamo sempre pensare a qualche soluzione monotematica, ma agire su tutta la scacchiera. Abbiamo molti giovani laureati e ricercatori: si pensi che un ricercatore costa alla collettività e alla famiglia 800 mila euro e poi, spesso, lo regaliamo alle nazioni concorrenti, in Europa e nel mondo, Potrebbero invece agire nel campo della green economy, perché abbiamo molta inventiva, capacità di ricerca, intelligenza, gusto e Made in Italy. Dobbiamo quindi utilizzare tutta la scacchiera: ogni volta che si pensa di puntare su una produzione monotematica si sbaglia.

Per accompagnare la transizione molte realtà produttive dovranno convertire le proprie attività in chiave green. Non sempre però questo avviene senza traumi: a volte sembra che le nuove istanze relative alla tutela dell’ambiente si scontrino con quelle dei lavoratori.
Tutelare l'ambiente rendendolo compatibile con il lavoro: deve essere fatto. Questa è la scommessa su cui dobbiamo puntare. Se l'Ilva non dovesse essere più in fase di produzione chi farebbe il risanamento ambientale? Chi spenderebbe miliardi per risanare quell'ambiente? Bisogna quindi coniugare i controlli, le regole ambientali sempre più stringenti, con la necessità di fare recupero ambientale e mantenere i posti di lavoro. Questa è la nostra necessità, non si sfugge. Ogni volta che si fanno scontrare ambiente e attività di lavoro, il rischio è che non si risana l'ambiente e non si ha il lavoro.

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