Abiti usati, tra la solidarietà e l'illegalità

Scritto da   Mercoledì, 20 Maggio 2015 08:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Riciclare è dare nuova vita agli oggetti. Quando si tratta di abiti questa capacità è ancora più evidente e in questo ambito si guarda spesso al risvolto caritatevole o solidaristico. Dietro ai vestiti usati e alla loro raccolta nei "bidoni gialli", c'è molto di più e spesso anche del torbido. A rivelarlo è lo studio di Occhio del Riciclone Onlus e Humana People to People Italia, intitolato "Indumenti usati: come rispettare il mandato del cittadino?".

Nel nostro Paese, svela il rapporto, nel solo 2013 sono stati raccolti 110mila tonnellate di vestiti usati, alimentando un giro di affari che si stima sia di circa 200 milioni di euro in Italia. Quella della raccolta differenziata del tessile è una filiera composta di numerosi passaggi attraverso i quali si arriva al reutilizzo o al riciclo delle fibre tessili ricavate. In ognuno di questi momenti le incertezze ed inadeguatezze normative e la poca trasparenza di molti operatori, come l'assenza di controlli, concede la possibilità di diversi casi di illecito che trasformano un atto positivo, quello del cittadino che consegna i propri abiti usati, in una fonte che alimenta il profitto di gruppi costituiti di illegalità, tra cui la Camorra.

Sono vari gli illeciti commessi che riporta lo studio. C'è il contrabbando verso i paesi che hanno bandito o limitato l'importazione di abiti usati, la falsificazione o la omissione dei processi di selezione e igienizzazione dei rifiuti tessili, il commercio in nero, le frodi doganali, il riciclaccio del denaro sporco e il "transfer mispricing", che consiste nell'attribuzione di quote di prezzo artificialmente elevate ad anelli della catena ubicati in paradisi fiscali o in paesi dove la tassazione è significativamente più bassa.

Nonostante gli illeciti avvenuti, che devono spingere ad una maggiore vigilanza, bisogna guardare a questo settore in modo positivo. La filiera degli indumenti usati genera anche esternalità e impatti positi in per l'ambiente e in ambito sociale, economico ed occupazionale. In particolare le oltre 110.000 tonnellate raccolte nel 2013, si stima che abbiano permesso di evitare l'emissione in atmosfera di una quantità di CO2 equivalente compresa tra le 396.000 e le 451.000 tonnellate ed un risparmo di 462 miliardi di litri di acqua. Inoltre, il vantaggio sociale ed economico risulta evidente nel primo anello (quello della raccolta), dove è possibile l'impiego di lavoratori svantaggiati. Altrettanto importante anche l'effetto sull'anello terminale di vendita che si caratterizza per la presenza di micro-operatori ambulanti, i quali riescono in tal modo a garantire sussistenza alle loro famiglie.

Quello che emerge da questo studio è che il settore della raccolta differenziata dei rifiuti tessili, per questi buoni motivi, non può essere lasciata in balia del più forte o del più "organizzato. Occorre, perciò, che le pubbliche amministrazioni, gli operatori della raccolta differenziata e i legislatori si impegnino per costruire un quadro dove il cittadino sia informato di ciò che accade quando decidono di mettere i loro abiti usati nel "cassonetto giallo" sotto casa. Soltanto così potrà essere considerata una filiera veramente etica, solidale, trasparente ed ecologica.

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