Caciagli: a Cop 22 comunità internazionale unità, ma mancano stati che assumano leadership climatica

Scritto da   Domenica, 27 Novembre 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Lo scorso anno la ventunesima Conferenza delle Parti, la Cop 21, si è chiusa con un risultato politico molto importante. 195 paesi del mondo siglarono il primo accordo globale sul clima impegnandosi a mettere in campo tutte le azioni necessarie alla drastica riduzione delle emissioni di Co2 nell’atmosfera e contrastare il cambiamento climatico.
Pochi giorni dopo l’entrata in vigore ufficiale dell’accordo si è svolta a Marrakech dal 7 al 18 novembre la Cop22.
Veronica Caciagli, giornalista e presidente dell’Italian Climate Network, ha assistito alle negoziazioni e le ha commentate intervenendo su A Conti Fatti, trasmissione a cura di economiacristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Come sarà ricordata la Cop22 di Marrakech?
Dal punto di vista politico la comunità internazionale ha dimostrato di avere ancora quello spirito che ha portato all’accordo di Parigi.
Attualmente, eccezion fatta per le isole del Pacifico, che rischiando di scomparire vedono nella questione climatica una priorità politica, nessuno stato o gruppo negoziale è candidato alla leadership climatica. Nonostante questo la parola chiave dei negoziati è stata “irreversibile” e durante le due settimane della Cop ci sono stati diversi appuntamenti della società civile, delle associazioni, delle aziende e degli enti locali che hanno confermato e aumentato i propri impegni; la comunità internazionale si mostra quindi unita contro il cambiamento climatico.
Ci troviamo ancora all’inizio di un cammino che ci porterà alle emissioni zero nei prossimi decenni, ma il portale NAZCA, che riporta le azioni per il clima, ha già conteggiato impegni da parte di 2.500 città, 200 regioni e oltre 2.000 imprese.
Dal punto di vista tecnico si è arrivati a questa conferenza in fretta, in realtà per un motivo positivo. L’accordo di Parigi è infatti entrato in vigore in tempi record, c’è voluto meno di un anno mentre per il protocollo di Kyoto ne erano serviti otto per cui c’erano state molte conferenze preparatorie prima di arrivare all’azione. In questi pochi mesi c’è stato poco tempo per iniziare la discussione sull’implementazione dell’accordo di Parigi per cui nei negoziati si è inevitabilmente trovato l’accordo solo su alcuni punti: si è stabilito ad esempio il termine per la definizione di regole per dare operatività all’accordo, sostanzialmente si è stabilita una timeline per cui entro il 2018 si dovranno stabilire le regole per il primo dialogo facilitativo, sarà il primo appuntamento in cui si chiederà agli stati di innalzare il proprio impegno di riduzione delle emissioni.


L’ex presidente degli Stati Uniti Obama è stato tra i principali fautori del successo di Cop21.
Il suo successore Donald Trump in campagna elettorale non ha assunto posizioni particolarmente incoraggianti sul fronte ambientale tanto che alla vigilia di Cop22 si temeva la sua elezione. Ora che Trump siede alla Casa Bianca ci potrebbe essere un rallentamento sulla strada imboccata un anno fa a Parigi?
Dal punto di vista politico ci si chiedeva come avrebbe reagito la comunità internazionale rispetto all’eventuale elezione di Trump, visto il  ruolo chiave dell’amministrazione Obama sia per la sigla che per la rapida entrata in vigore dell’accordo di Parigi. Oggi nessuno stato è candidato al ruolo di leadership, ma allo stesso tempo va detto che una possibile futura posizione contraria del governo statunitense risulterebbe isolata, soprattutto se, come sembra, la comunità internazionale si rivelerà forte e unita.
Forse è per questo che Trump ha iniziato a mostrare un’apertura sia rispetto ai cambiamenti climatici che all’accordo di Parigi.
Tecnicamente sarà per lui molto difficile uscire dall’accordo durante il suo mandato, dal momento che un articolo dell’accordo stesso prevede l’impossibilità di uscita per tre anni, al termine dei quali è necessario il preavviso di un ulteriore anno; questi quattro anni ci porterebbero nel 2020, alla vigilia delle prossime elezioni.
 

A che punto siamo sul fondo di 100 miliardi di dollari a favore della transizione verso economie sostenibili da parte dei paesi più deboli?
Il Green Climate Fund al momento è aperto ai contributi degli stati e rispetto alla posizione degli Stati Uniti di cui parlavamo prima questa è una delle preoccupazioni principali, dal momento che potrebbero tagliare la loro parte di finanziamenti.
Non si è ancora arrivati all’obiettivo dei cento miliardi di dollari l’anno e sono in corso di definizione le regole per funzionamento del fondo perché oltre al chi deve finanziare il fondo l’altra questione è relativa al come attingere a questi fondi per i progetti.

Italia e Europa come si sono comportate durante i negoziati?
Mi concentrerei più sul come si sono comportate prima dei negoziati perché mentre altri stati hanno cercato subito di portare a termine la ratifica dell’accordo, l’Europa, anche per questioni di coordinamento interno, ha aspettato. In questo momento non sta svolgendo un ruolo da leader come in altri momenti storici, si sta limitando a fare la sua parte come uno studente che si accontenta del sei meno.

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