Costa: immigrazione è componente strutturale delle città del futuro In evidenza

Scritto da   Domenica, 28 Maggio 2017 16:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Costa: immigrazione è componente strutturale delle città del futuro

Il tema del multiculturalismo, della costruzione di un’identità comune nel rispetto delle differenze è uno dei capisaldi su cui si fonda l’ideale che ha portato nel secolo scorso alla costruzione dell’Unione Europea, ideale che oggi viene ciclicamente messo in discussione da venti euroscettici sempre più frequenti.
In occasione della 26ma edizione della Festa dei Popoli, Silvia Costa, membro della commissione cultura del Parlamento Europeo, interviene su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura di economiacristiana.it, trasmessa da radio Vaticana Italia.

 

 

“Costruire ponti non muri.” Dal forum di oggi emerge quasi una inevitabilità del dialogo
E’ stata bellissima questa iniziativa portata avanti da donne immigrate all’interno della 26ma Festa dei Popoli; le donne possono essere un ponte per il dialogo perché sanno prendersi cura della relazione con gli altri.
Il dialogo deve partire da un’identità, in questo caso si parla di una identità cristiana, che però non si chiude in se stessa, che non diventa una torre, ma si apre ed è funzionale alla comprensione dell'altro; questo significa improntare la relazione sulla reciprocità e il rispetto, ma anche avere degli strumenti per potersi incontrare.
La chiesa diocesana di Roma, Migrantes, gli scalabriniani sono tutti luoghi dell'incontro, questa manifestazione lo dimostra, ma di questi luoghi sono ce ne sono troppo pochi, anche per il dialogo interno alle stesse comunità.
Dobbiamo costruire le condizioni del dialogo e della rappresentanza e in questo senso siamo tornati un po’ indietro, non penso solo al tavolo delle donne immigrate che avevo costituito a Palazzo Chigi da presidente della commissione per le pari parità, ma anche ai forum che c'erano nelle città, ai consiglieri aggiunti nati dalla rappresentanza delle varie comunità.
Qui ci sono da costruire i luoghi e le regole di un dialogo e poi affinare gli strumenti e mettere in condizione le nuove generazioni di non sentirsi degli stranieri, ma delle persone che possono avere le stesse opportunità che hanno i loro coetanei.
Tutto questo significa accettare la dimensione dell'immigrazione come un elemento strutturale delle nostre città con cui confrontarci.

 

Affrontiamo in questo momento un’emergenza migratoria. Questa emergenza sta incidendo sulla definizione di un percorso di integrazione lineare?
Le politiche migratorie europee sono abbastanza recenti, solo dopo gli accordi di Tampere e il programma di Stoccolma si è impostato quello che è il terzo pilastro dell’UE, cioè sicurezza, libertà, migrazione e cittadinanza che ha posto le basi per quello che poi è entrato nel trattato di Lisbona dal 2010 e che oggi è la base legale su cui si basano le politiche migratorie in Europa.
Penso al tema del mettere a fattor comune quelli che sono i diritti umani fondamentali e i diritti all'integrazione, come le politiche sull'asilo, le politiche per i rifugiati, per i permessi di soggiorno, per i ricongiungimenti familiari, la libera circolazione delle persone e così via. Mentre stava nascendo questa politica migratoria comune è subentrata l'emergenza umanitaria dovuta ai fatti che ben conosciamo e questo certamente ha portato paura, complice una rappresentazione dei media inaccettabile che racconta i migranti come pseudo terroristi o persone che portano soltanto problemi.
C'è bisogno di lavorare su tutti i fronti, la Chiesa può rafforzare i luoghi del confronto tra queste comunità, ma anche le istituzioni e il comune devono fare di più, servono sportelli per i giovani, politiche di sostegno alle famiglie e politiche di educazione alla lingua. Tutte queste cose vanno inserite in un programma vero cittadino come fanno altre città, ma su questo non vedo il comune molto impegnato su questo.
Bisogna far capire, e in Europa stiamo cercando di farlo, che le città con questa grande ricchezza di persone che vengono da altri paesi sono città più internazionali, meno provinciali, più aperte; è qui che si forma la cittadinanza del mondo, anche per i nostri ragazzi.

 

La stessa Europa è però in questo momento alle prese con delle tendenze che al suo interno spingono all’isolazionismo piuttosto che al dialogo.
In questo momento l'Europa è attraversata da vari fantasmi.
Secondo una ricerca l'immigrazione percepita in Italia è del 25% (della popolazione) mentre in realtà gli immigrati sono l'8%; i media fanno la loro parte e alimentano forze politiche e quei movimenti, penso ai movimenti nazionalisti, che pensano di essere sovrani nel piccolo, chiudendo muri, sospendendo Schengen.
Abbiamo denunciato l'Ungheria che si rifiutava di accogliere, come altri paesi dell'est, le sue quote di rifugiati e abbiamo chiesto che fossero aperte procedure di infrazione e ora qualcosa sta accedendo, ma nel frattempo quanti muri sono nati in Europa?
Penso anche all'illusione di chi dice che l'Europa non deve impicciarsi di nulla, ma poi chiede all'Europa stessa di fare politiche migratorie, c'è una contraddizione anche nelle stesse forze populiste.
Oggi si veicola un’immagine della persona immigrata come qualcuno che toglie qualcosa e non come qualcuno che da, ma dobbiamo pensare che oggi i migranti sono quelli che rendono sostenibile il sistema di welfare italiano, anche quello familiare, pensiamo a quanti nuovi imprenditori ci sono fra i migranti.
Credo ci sia bisogno di riconoscere questa ricchezza, ci deve essere più curiosità perché conoscendo si capisce che queste persone sono una grande opportunità per uscire da un piccolo mondo.

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