Piantini: referendum catalano e boom dell’Afd non minano forti radici europee In evidenza

Scritto da   Domenica, 01 Ottobre 2017 16:03 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Piantini: referendum catalano e boom dell’Afd non minano forti radici europee

Nel 1957 i trattati di Roma istituivano la CEE – Comunità Economica Europea – il primo nucleo di quella che sarebbe poi diventata l’odierna Unione Europea. A sessanta anni di distanza sono stati fatti molti passi in avanti e qualche sacrificio lungo la strada di un’Europa unita sia economicamente che politicamente.
“A Conti Fatti”, rubrica a cura di economiacristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, fa il punto sullo stato di salute dell’Unione chiamata a confrontarsi con nuove sfide politiche, economiche e sociali e con alcune tendenze euroscettiche che affiorano in diversi dei paesi membri.


Interviene Marco Piantini, Consigliere per gli Affari Europei della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Come previsto Angela Merkel ha vinto le elezioni tedesche, pur con meno voti rispetto alla tornata precedente, ma per la prima volta dalla guerra un partito di destra entra nel parlamento tedesco. Quali motivi storico sociali hanno portato a questo e quali le prospettive per la Germania e per l’Unione Europea?
Bisogna distinguere due cose: da una parte sono certamente comprensibili le preoccupazioni per l’avanzata di un partito con motivazioni essenzialmente nazionaliste ed euroscettiche, ma dall'altra si può mettere in evidenza il fatto che in Germania la stragrande maggioranza, quasi il 90%, delle persone, ha votato per partiti che sostanzialmente hanno una visione positiva dell'Europa, seppure in alcuni casi molto critica. È un risultato a due facce che non va drammatizzato, anzi io sono tra quanti nutrono una profonda fiducia nella stabilità del sistema politico tedesco e il fatto che Angela Merkel sarà confermata cancelliere è un fattore di stabilità e di continuità che non va sottovalutato.

 

Come va letta la questione del referendum per l’indipendenza della Catalogna? Solo una questione interna alla Spagna o un potenziale pericolo all’unità dell’Europa?
Non c'è dubbio che sia una questione interna relativa a un paese membro, ma è impossibile nascondere dei riflessi complessivi per l'Unione perché è chiaro che qualsiasi fattore o intenzione di uno stato membro ha delle ripercussioni sulle dinamiche politiche complessive.
C’è da augurarsi che ci sia una evoluzione positiva e che si evitino tensioni politico-istituzionali nel paese, nel rispetto delle prerogative costituzionali della Spagna e delle sue dinamiche interne. Mi sembra che non manchino voci di buon senso e questo è un dato da tenere assolutamente presente.
In generale direi che se è vero che l'Unione Europea nel suo complesso ha visto e vede tutt’ora l’emergere di forze sostanzialmente negative nei confronti dell'integrazione, ciò nonostante la tenuta complessiva del sistema politico europeo è forte, profonda perché ormai è profonda l'integrazione della politica europea, l'interdipendenza dell'economia e soprattutto c’è una comunanza di valori e di diritti.

La politica europea in questi ultimi mesi è stata in Italia nell’occhio del ciclone soprattutto per quanto riguarda le politiche migratorie su cui l’Italia si è sentita un pò abbandonata a se stessa. Sono arrivati tanti apprezzamenti, ma forse ancora pochi fatti.
È vero, i fatti non sono sufficienti, deve continuare un forte impegno da parte di tutti per costruire finalmente quella politica europea per la migrazione, che è fatta di tanti aspetti e che è indispensabile perché parliamo di una questione centrale per l'identità della nostra società.
L'Italia ha fatto molto, ma molto hanno fatto anche altri paesi perché non dobbiamo dimenticare che tanti profughi sono stati accolti anche in paesi come la Svezia o la Germania. Complessivamente quello che stenta ancora a decollare è una politica a livello europeo fatta di tanti interventi, ma non dobbiamo arretrare di fronte alla complessità di questa politica. Non ci sono risposte facili al tema della migrazione, ci vogliono grandi investimenti, ma bisogna sforzarsi di far passare il messaggio che con il tempo e con l'impegno il nostro continente può e deve vincere anche questa sfida. Possiamo per questo dire che se l'Italia ha mostrato di essere capace di fare grandi sacrifici, oltre che elaborare proposte per una politica europea, questo non può essere soltanto un motivo di orgoglio, ma un incentivo a fare di più.

Sono passati 25 anni dai trattati di Maastricht e 15 dall’unione monetaria. In che cosa si è realizzato e in cosa ha fallito il sogno di unione europea?
Sicuramente la costruzione dell'Unione Europea è sempre in qualche modo incompiuta ed è bene avere questo senso dell'incompiutezza per provare a costruire continuamente uno spazio più solido, uno spazio di diritti, uno spazio di politiche comuni.
Il completamento del sistema di governo dell'euro è una grande priorità, anche in questi giorni si torna a parlare del tema di un bilancio autonomo della zona dell'euro, si torna a parlare di altre questioni come la proposta italiana di un’assicurazione europea contro la disoccupazione temporanea, ma complessivamente quello che bisogna tener presente è che ancora non ci sono sufficienti strumenti per prevenire e contrastare possibili crisi economiche e questo è sicuramente qualcosa di incompiuto e dobbiamo lavorare con grande urgenza per superare questo limite obiettivo della costruzione europea.

Nelle crisi internazionali come quella tra Stati Uniti e Corea del Nord o tra Stati Uniti e Iran che ruolo può giocare o sta giocando l’Unione?
Una novità importante che noi spesso trascuriamo è il fatto che ormai da qualche anno l'Unione finalmente si è dotata di un servizio di azioni esterne comune, cioè di un embrione di diplomazia comune agli stati membri.
Naturalmente mancano ancora strumenti e competenze di questo tipo, non è ancora sufficientemente forte il grado di elaborazione comune, di analisi e di interventi da parte dell'Unione Europea, ma bisogna continuare a fare uno sforzo per costruire una politica comune di sicurezza e una politica estera comune.
Nonostante questi limiti si è visto che in alcuni scenari l'Europa può fare molto, non soltanto intervenendo con le forze di alcuni grandi paesi, ma anche come, penso ad esempio alla questione dell'Iran, facilitatore, a volte silenzioso.
Non sempre chi fa più rumore ha poi un impatto diretto, non mi spaventa un'Europa silenziosa, mi spaventerebbe un'Europa ferma.

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