Cop 23, il bilancio di Stefano Caserini (Italian Climate Network) In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 22 Novembre 2017 12:05 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Cop 23, il bilancio di Stefano Caserini (Italian Climate  Network)

Sono rimasti pochi gli scettici a non credere nel cambiamento climatico e nella sua origine antropica, cioè causata dall’uomo. La scienza è ormai sostanzialmente concorde sull’argomento e anche le istituzioni, nazionali e internazionali, si stanno interrogando più seriamente sulle possibili soluzioni al problema. Per questo ogni anno si riunisce la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la cosiddetta Cop.
La più nota è certamente la Cop21 di Parigi che nel dicembre 2015 si è conclusa con l’approvazione dell’Accordo Globale sul Clima  che ha visto tutti i paesi firmatari impegnarsi per il contenimento del riscaldamento globale entro i due gradi, possibilmente uno e mezzo, rispetto all’epoca preindustriale.


A Bonn si è da poco chiusa CopP 23 chiamata a trasformare questo accordo in azioni concrete.
Su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, interviene Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei Cambiamenti Climatici al Politecnico di Milano e membro dell’Italian Climate Network

Che incontro è stato Cop23?
Nella Cop23 di Bonn si è fatto un altro passo in avanti per definire le regole del rilancio degli impegni di riduzione delle emissioni da parte di tutti gli stati. L'accordo di Parigi ha posto degli obiettivi molto ambiziosi, limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°, ma nello stesso tempo gli impegni volontari proposti dagli stati non sono sufficienti per raggiungere questo obiettivo e la Cop prevede che nei prossimi anni si dovranno fare dei rilanci. Questa Cop, come la prossima in Polonia, serviranno proprio per cercare di costruire il dialogo tra i diversi attori, tra i diversi stati, per permettere a tutti di fare un rilancio degli obiettivi di riduzione delle emissioni in un clima di fiducia e di equità.

Anche Marrakech lo scorso anno si era ribadita l’importanza di Parigi senza fare grandi passi in avanti. C’è il rischio che l’accordo di Parigi sul clima del 2015 sia considerato un punto di arrivo anziché di partenza?
In questo momento non vedo questo questo rischio. La conferenza di Bonn ha visto l’accordo di tutti i paesi, nonostante il clima fosse un po' rovinato dal fatto che gli Stati Uniti hanno preso una posizione diversa, nel costruire insieme il libro delle regole per lavorare insieme all'interno dell'accordo di Parigi e per fare quello che l'accordo di Parigi chiede.
In questo momento sono tutti a bordo, unico assente è gli Stati Uniti che fra l'altro adesso sono divisi a metà; a Bonn ci sono state due delegazioni, da una parte il governo che ha comunque partecipato al negoziato, dall'altra parte gli attori non statali, non governativi, come gli stati e le città che hanno fatto un padiglione per rilanciare il loro impegno. Il pericolo è che non ci sia abbastanza ambizione nei prossimi anni da parte di tutti gli stati, compresa l'Europa, nel rilanciare quelli che devono essere gli impegni di riduzione delle emissioni, l’estromissione del carbone dal mercato dei paesi occidentali e il togliere i sussidi ai combustibili fossili.

Diversi attori della società americana hanno ribadito la volontà di rispettare l’accordo di Parigi nonostante l’amministrazione Trump si sia tirata indietro qualche mese fa. L’uscita degli Stati uniti dall’accordo ne sta pregiudicando l’efficacia?
Non c’è solo la società civile, ci sono governi come la California e ci sono molte città. Il panorama politico negli Stati Uniti è spaccato, i sondaggi danno un 70% di persone che vogliono una politica sul cambiamento climatico, visti anche i danni che ci sono.
Tutti vedono questa posizione degli Stati Uniti come temporanea ed è per questo che, di fatto, è stata ignorata. Il lavoro dell'accordo di Parigi va avanti e ricordiamo oggi attori importanti sono anche la Cina, l'India, il Brasile, il Messico, non è più un mondo in cui contano soltanto gli Stati Uniti; la loro posizione in questo momento non sta facendo molti danni, certo può farne e se fossero a bordo in modo convinto sarebbe molto meglio, ma quello che succederà nei prossimi anni dipende anche molto da quello che faranno l'Europa, la Cina e l'India.

Che ruolo dovranno giocare l'Italia e l'Europa nei prossimi incontri?
L'Europa per tanti anni è stata la leader delle politiche internazionali sul cambiamento climatico, un attore molto attivo e in prima linea per cercare di far avanzare le politiche sul cambiamento climatico, ma diversi osservatori hanno notato come negli ultimi anni questo ruolo sia un po' sbiadito.
Anche l'Europa dovrebbe rilanciare i suoi impegni di riduzione delle emissioni che non sono ad oggi congruenti con quelli che sono gli obiettivi dell'accordo di Parigi e questo contesto vale anche per l'Italia che ha ratificato l'accordo di Parigi più di un anno fa, ma che di fatto, se guardiamo la strategia energetica nazionale, non è in linea con una traiettoria di decarbonizzazione spinta, come vuole l'accordo di Parigi.
Si sono fatti dei conti al 2030 come se dopo il 2030 non ci fosse una diminuzione ancora più drastica nel 2040/2050, ma per impegni così ambiziosi nei decenni successivi bisognerebbe partire da oggi. Di fatto la strategia energetica nazionale recentemente  approvata mostra come da una parte ci siano gli impegni e le parole altisonanti sulle future generazioni, ma poi concretamente non si abbia il coraggio di prendere la questione veramente in mano con degli atti concreti.


Uno dei temi centrali della Cop è stata l’agricoltura
Ormai è chiaro che i temi dell'agricoltura, della produzione del cibo, delle diete, sono anche tra quei fattori su cui bisogna agire se si vogliono ottenere obiettivi ambiziosi sul tema del contenimento delle temperature globali.
L'agricoltura può dare un contributo sia nello stoccare carbonio nei suoli, suoli che in passato e oggi hanno perso e stanno perdendo carbonio a causa di un'agricoltura intensiva, ma il grande tema è quello legato al fatto che le diete si stanno spostando verso un maggior utilizzo di carne bovina, con dietro un'impronta carbonica rilevante per via delle emissioni di metano; sono stato a Bonn e ho visto un paio di eventi che parlavano proprio di mettere in discussione un tipo di alimentazione che ha dietro una grande impronta carbonica.


Nell’ambito della Cop 23 è stato adottato anche il “Gender action plan”, piano d’azione per la parità di genere, con l’obiettivo di integrare il tema nei programmi per l’ambiente e il clima. Su questo l’Italian Climate Nerwork è stato molto attivo. Di cosa si tratta?
È stato un gruppo di lavoro del’UNFCC, la convenzione quadro sui cambiamenti climatici, da anni lavoro su questo tema e nella plenaria è intervenuta anche Chiara Soletti di Italian Climate Network a nome di tutte le ong per presentare la posizione che era stata elaborata.
Di fatto è un piano che comincia a mettere per iscritto il fatto che nelle politiche sul clima devono essere più coinvolte le donne, sia perché sono spesso attori che nella vita quotidiana hanno in carico attività come l'approvvigionamento della legna o del cibo e quindi sono subiscono l'impatto dei cambiamenti climatici; possono essere le attrici per un diverso sistema energetico, o avranno i benefici di un diverso sistema energetico. Pensiamo poi all'importanza dell’educazione per giungere a una pianificazione familiare, che comporti un minor tasso d'incremento della popolazione. Su questi temi e sulla presenza delle donne nel negoziato si lavora da anni un primo riconoscimento c’è stato in questo gender action plan.

Cop24 si terrà a Katowice in Polonia nel 2018. Quali saranno gli obiettivi?
A Bonn si è indicato uno schema concreto del lavoro che ci sarà da fare quest'anno. Ci sarà verso maggio una fase preparatoria di tipo più tecnico e poi nella Cop di Katowice ci sarà una sessione politica in cui andranno approvate le regole su come dovranno essere fatti i rilanci delle emissioni da parte dei singoli paesi.
Il dialogo di Talanoa, questa metodologia inclusiva e partecipativa tipica delle isole del Pacifico, dovrebbe servire per cercare di arrivare a delle regole accettare da tutti e nell'ambito di queste regole, in un clima di fiducia, tutti potranno rilanciare sapendo che anche gli altri lo faranno, evitando l’impasse che porta a non fare nulla pensando che gli altri non facciano niente come è successo nel 2009 con la Cop di Copenaghen.

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