Nucleare, SOGIN: il futuro Deposito Nazionale sarà il più avanzato d’Europa e un’opportunità per il territorio che lo ospiterà In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 29 Novembre 2017 19:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Nella foto: La seconda barriera del Deposito Nazionale, il modulo - Fonte: www.depositonazionale.it

Con il referendum del 1987 gli italiani votarono l’abrogazione di alcune norme necessarie alla costruzione di centrali nucleari, mettendo di fatto la parola fine allo sfruttamento dell’energia nucleare nel paese. A quella data però operavano, ed esistono tuttora, quattro centrali e una serie di depositi nucleari che, negli anni hanno accumulato scorie radioattive. Scorie che continuano ad essere prodotte da processi industriali, attività di ricerca e di medicina nucleare. Una direttiva europea del 2011 impone agli stati membri la costruzione di un deposito unico, da posizionare sul proprio territorio, che raccolga e metta in sicurezza tutti questi rifiuti, altamente pericolosi per l’ambiente e la salute. Lo stato italiano ha creato una S.P.A. pubblica, SOGIN, per gestire la dismissione delle centrali italiane, e per localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale. Ne abbiamo parlato in “A Conti Fatti”, rubrica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, con Fabio Chiaravalli, direttore della funzione Deposito Nazionale e Parco Tecnologico di Sogin.

Direttore quali sono i compiti istituzionali di Sogin e attualmente in quali attività siete impegnati?
Sogin è la struttura dello Stato a cui è stato demandato il compito di gestire gli esiti del nucleare in Italia. Il nucleare in Italia dopo il referendum del 1986, come è noto, si è fermato. L'Italia non ha più prodotto energia elettrica da fonte nucleare, però ha continuato a produrre rifiuti radioattivi. “Rifiuti radioattivi” dal punto di vista produttivo, che erano stati prodotti durante l'esercizio delle centrali, e rifiuti radioattivi che vengono tuttora prodotti nell'ambito del mantenimento in sicurezza di queste centrali, e anche dalle attività di decommissioning. Sogin ha il compito di gestire gli impianti in sicurezza, di smantellarli, di gestire i rifiuti radioattivi già presenti e quelli che saranno prodotti, e quindi di ricoverarli in una struttura unica nazionale, che è appunto il Deposito Nazionale. In questa struttura, oltre ai rifiuti cosiddetti energetici che sono quelli di cui abbiamo parlato fino ad ora, andranno ad essere ricoverati anche tutti gli altri rifiuti radioattivi che l'Italia, come tutte le nazioni industrializzate, ha continuato e continua a produrre: ossia quelli derivanti dalle attività medicali, dalla ricerca e dell'industria.

Possiamo fare degli esempi di questi rifiuti radioattivi? Esattamente in quali tipi di lavorazioni industriali vengono prodotti, in quali procedure mediche? E soprattutto: è noto che ci sono già dei depositi sul suolo nazionale, perché c'è bisogno di un deposito unico nazionale?
I rifiuti radioattivi prodotti da attività non energetiche sono svariati. Facciamo alcuni esempi: ci sono i rifiuti radioattivi che derivano dalle attività medicali diagnostiche. Quando andiamo a fare alcuni tipi di analisi, vengono utilizzate sorgenti radioattive che sono esse stesse “rifiuto”, quando terminano di essere utilizzate, e contaminano comunque i macchinari che le utilizzano, che diventano quindi rifiuti radioattivi; questo nel medicale succede sia per la diagnostica sia per la terapia. Per quanto riguarda l'industria, un esempio per tutti: i traguardi per i controlli micrometrici delle superfici metalliche sono fatti con strumenti che utilizzano sorgenti radioattive. Per quanto riguarda la ricerca, è dedicata sia al mondo industriale sia anche, essa stessa, al mondo medicale; e quindi uno dei comparti della ricerca utilizza sorgenti radioattive. 
La necessità del deposito dipende da un fatto fondamentale che declina però in due elementi. Il primo elemento è che, internazionalmente, la gestione dei rifiuti radioattivi è riconosciuta essere unitaria. Cioè: in tutti i paesi europei esistono impianti centralizzati per questa gestione, o sono in progettazione, o sono in costruzione, oppure sono localizzati; però ogni paese europeo si è dotato o si sta dotando di questi impianti, perché la gestione centralizzata di rifiuti radioattivi chiaramente offre delle garanzie di sicurezza e di razionalità che sono del tutto oggettive. C'è però un altro fatto importantissimo. Oggi in Italia abbiamo tanti depositi, la stragrande maggioranza dei quali è gestita ovviamente in sicurezza. Sono depositi di rifiuti radioattivi che sono sui nostri ex siti produttivi (le centrali dismesse gestite da Sogin, ndr.), ma anche gestiti da altre organizzazioni che operano a livello privato, naturalmente con licenze d'esercizio ben precise. Tutti questi depositi che ci sono in Italia sono temporanei. “Temporanei” non significa che sono provvisori: sono, ripeto, depositi con delle caratteristiche tecnologiche che garantiscono la sicurezza; ma sono temporanei. Nessuno di questi depositi può essere definitivo, sia dal punto di vista costruttivo sia dal punto di vista del sito dove sono ubicati. L'Unione Europea, e comunque il contesto internazionale, prevede invece che ogni stato si doti di un sito dove porre i rifiuti radioattivi definitivamente; cioè un luogo dove i rifiuti radioattivi vengono messi in sicurezza e li lasciati per sempre, e mai più spostati.

Non è ancora noto “dove” sarà il Deposito Nazionale, però è abbastanza stabilito “come” sarà. Può illustrare le dimensioni, i costi costruttivi e il tipo di costruzione che si andrà a realizzare?
Del Deposito Nazionale si sa tutto. L'unica cosa che non si sa è dove sarà ubicato in Italia. Però si sa sicuramente come sarà fatto, quali dovranno essere le caratteristiche del sito che lo dovrà ospitare, si sa perfettamente come questo deposito funzionerà e per quanti anni vedrà le sue fasi di esercizio. Non perché siamo dei veggenti: si sa perché ci sono altri paesi che i depositi li hanno già fatti, li hanno già costruiti, li hanno già esauriti e ne stanno costruendo di nuovi; altri paesi che, come dicevo prima, li stanno costruendo adesso. Quindi noi italiani, che ancora una volta siamo il fanalino di coda, siamo quelli che, il nostro deposito, non solo non l’abbiamo ancora fatto ma non l'abbiamo ancora localizzato. Però siamo anche molto fortunati, perché possiamo fare tesoro (un tesoro molto importante) di tutte le esperienze che gli altri paesi hanno già fatto e hanno già portato a termine. Quindi il nostro deposito è l’ultimo arrivato; ma da buon ultimo sarà il deposito tecnologicamente più avanzato d'Europa. Non si sa ancora dove sarà perché la procedura di localizzazione del Deposito Nazionale italiano, che è regolata da un disposto legislativo ben preciso, il Decreto Legislativo 31 del 2010, è a un punto in cui la localizzazione ancora non è prevista. [Una carta di aree potenzialmente idonee] è  stata realizzata sulla base di criteri di localizzazione dove sono descritte, in dettaglio, le caratteristiche che deve avere il sito per poter ospitare un deposito. Abbiamo capito che è centralizzato, e ha delle caratteristiche tecnologiche e sitologiche ben precise, sulla base di questi criteri redatti dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ndr.). In italia, Sogin è gestore del nucleare, l'Ispra è l'organismo di controllo. Questo è un sistema che c'è in tutti i paesi: in tutti i paesi d'Europa, con modalità leggermente diverse, il sistema prevede che ci sia un gestore, un esercente del nucleare, e un organismo di controllo, ovviamente terzo, che controlla e verifica che le operazioni vengano fatte a regola d'arte e secondo specifiche tecniche ben precise. Quindi, sulla base dell'applicazione di questi criteri, è stata redatta una carta delle aree potenzialmente idonee ad ospitare un deposito. Questa carta non è stata ancora pubblicata. Sarà pubblicata al termine delle procedure di valutazione ambientale strategica del programma nazionale che l'Italia deve all'Unione Europea; programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi di cui, naturalmente, il deposito è il fulcro. Quando questa procedura sarà terminata, la carta sarà pubblicata e poi inizierà un iter di consultazione pubblica, attraverso il quale si arriverà all'individuazione del sito, e quindi alla progettazione definitiva e alla realizzazione.
Nel Deposito Nazionale saranno smaltiti definitivamente 75 mila metri cubi circa di rifiuti radioattivi a “molto bassa” e “bassa” attività. Questi rifiuti vedranno li, nel Deposito Nazionale il loro destino finale. Poi ci sarà un'altra zona del deposito dove saranno stoccati in sicurezza, ma temporaneamente, 15 mila metri cubi circa di rifiuti radioattivi ad alta attività. Questo perché i rifiuti radioattivi ad alta attività vedranno il loro destino finale in un deposito geologico, come in tutti gli altri paesi d'Europa. Un deposito geologico centralizzato europeo che, considerati anche i quantitativi di rifiuti radioattivi ad alta attività italiani, con tutta probabilità, sarà individuato di concerto con altri stati europei più o meno nelle stesse condizioni. Queste cifre, 75 mila metri cubi e 15 mila metri cubi, sono in gran parte rifiuti radioattivi che già esistono oggi, e comprendono anche le stime dei rifiuti radioattivi che saranno prodotti nei prossimi anni e durante l'esercizio del deposito. Tutta l'operazione è computata con un investimento di circa un miliardo e mezzo di euro.

Nelle comunicazioni dei ministeri che se ne occupano viene citato questo “Parco Tecnologico” che dovrà completare il Deposito Nucleare. Pare che porterà anche un indotto nella zona dove verrà costruito. Che genere di indotto? e che cosa si svilupperà in questo parco tecnologico?
Addirittura, a volere essere didascalici, la legge, il decreto 31/2010 cui facevo cenno prima, addirittura parla di parco tecnologico nell'ambito del quale c'è anche il deposito. Quindi la legge da molta importanza a questo parco tecnologico. Il parco tecnologico è un insieme di attività di ricerca, parecchia della quale si prevede finanziata da strumenti di finanziamento ben precisi, ma che comunque potrà contenere una gamma vastissima di esperienze di ricerca applicata. Applicata a che cosa? Alla gestione dei rifiuti radioattivi; perché, comunque sia, la gestione dei rifiuti radioattivi è qualcosa che accompagnerà sempre ogni stato industrializzato moderno per i motivi che dicevo prima, anche se non produce più energia elettrica da fonte nucleare. E [si farà] anche della ricerca dedicata al decommissioning, cioè allo smantellamento delle vecchie centrali nucleari. Qui occorre aprire una brevissima parentesi: bisogna considerare che è già iniziata ora, però nei prossimi decenni l'Europa vedrà la quasi totalità delle “vecchie” centrali nucleari arrivare a fine vita. Il nucleare dei prossimi decenni, in Europa, sarà il nucleare dello smantellamento delle vecchie centrali, e quindi una struttura di ricerca dove si studieranno metodologie e tecnologie per lo smantellamento delle centrali nucleari è sicuramente un qualche cosa di innovativo. Tutto questo produrrà un indotto notevole, sotto ogni punto di vista: dal punto di vista tecnologico e di professionalità di alta tecnologia, ma anche di professionalità meno scientifiche e più operative. Ma il Deposito Nazionale stesso darà luogo all'utilizzo di parecchie professionalità, con un indotto notevole sia nella costruzione, che è prevista tra i 4 e i 5 anni e vedrà coinvolte maestranze di ogni tipo, e poi anche durante l'esercizio. Esercizio operativo che si computa attorno ai 40-45 anni. Dopo di ché, quando il deposito sarà esaurito, quando avrà completato il suo riempimento, inizierà il cosiddetto esercizio istituzionale, che è un periodo di tempo secolare. Parliamo di 300 anni, perché questo è il tempo “standard” entro il quale la radioattività, contenuta nei rifiuti messi definitivamente nel deposito, andrà a scendere. Un'altra piccola parentesi necessaria: occorre ricordare che la radioattività, a differenza dell'inquinamento chimico comune, è qualcosa che tende naturalmente a calare fino a raggiungere livelli paragonabili con il fondo naturale della radioattività che ci circonda. I radionuclidi, i rifiuti radioattivi contenuti nel deposito, sono tutti rifiuti che, al più tardi dopo 300 anni, avranno raggiunto questi livelli di radioattività, e quindi quel sito potrà essere rilasciato, privo di vincoli di natura radiologica. In questi 300 anni, ovviamente, non ci saranno più attività operative, ma ci saranno attività di controllo e di monitoraggio ambientale, perché il Deposito Nazionale italiano, così come tutti gli altri depositi che ci sono in Europa, sarà monitorato, sarà controllato in continuazione durante tutto il suo periodo d'esercizio. Quello che dico sempre è che la zona dove andrà ad essere ubicato il deposito nazionale, sarà la zona più controllata e con una qualità ambientale più alta di tutta Italia, perché ci saranno dei controlli enormi. E fino a qui ho parlato esclusivamente di attività che daranno luogo all'utilizzo di manodopera diretta, sul deposito e sulla gestione del deposito. Poi c'è tutto l'indotto ulteriore che deriva dalla presenza del deposito, al di là degli investimenti e degli emolumenti che andranno alle amministrazioni pubbliche che vedranno costruito il deposito sui loro territori, in tutto o in parte. Ci saranno degli emolumenti intesi come una sorta di affitto, perché quella zona, stiamo parlando di circa 150 ettari, sarà occupata per sempre e non potrà essere utilizzata per fare altre cose. Ci saranno appunto delle erogazioni, un vero e proprio affitto; e poi ci saranno tutti gli investimenti sul territorio: anche le strutture di vario tipo che saranno necessarie per il funzionamento del deposito, ovviamente, faranno riferimento al territorio. Per fare un esempio basta affacciarsi al di fuori dell'Italia: se si va in Francia e in Spagna, dove questi depositi già ci sono da anni, le zone all'interno delle quali sono stati individuati i depositi sono zone agricole decisamente fiorenti: l'effetto deposito ha provocato delle migliorie e degli avanzamenti notevolissimi, anche dal punto di vista della gestione del territorio.

Nella foto: La seconda barriera del Deposito Nazionale, il modulo - Fonte: www.depositonazionale.it
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