Conflitti dimenticati: quelle guerre tra poveri che non interessano l’Occidente In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 21 Febbraio 2018 12:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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immagine: TRASMO/Pixabay

Un luogo comune abbastanza diffuso afferma che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sia iniziato un periodo di pace che ancora perdura, a distanza di oltre 70 anni. Se è vero che non ci sono state altre guerre totali, è altrettanto vero che focolai di guerre e conflitti più o meno violenti e devastanti non hanno mai smesso di tormentare l’umanità.
Alcuni sono stati seguiti da vicino, grazie ai mezzi di informazione: come la guerra del Vietnam, i conflitti arabo – israeliani o la guerra civile Jugoslava; altri restano in secondo piano, addirittura sconosciuti all’opinione pubblica. Secondo il sito www.conflittidimenticati.it, curato dalla Caritas Italiana, ben 26 paesi nel mondo sono teatri di conflitti o guerre generalizzate. Il più vicino a noi è il Kosovo, il più lontano l’Indonesia, ma il continente più martoriato è certamente l’Africa.

Su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, interviene sul tema Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana.


Che cos'è un conflitto dimenticato?
In generale si distingue la parola conflitto da parole come guerra.
I conflitti costituiscono una situazione normale del vivere quotidiano, anche interpersonale, e hanno, oserei dire, anche un quid di positivo perché spesso una sana conflittualità gestita, in modo non violento, può anche stimolare e arricchire.
Il problema sono i conflitti armati, i conflitti organizzati dove la violenza diventa strutturale. Questi conflitti, a seconda della scala di intensità, bassa, media o alta, giungiamo a chiamarli guerre, ma spesso queste guerre in giro per il mondo sono dimenticate dall’opinione pubblica internazionale in generale e poi in particolare quella italiana.
Facendo dei sondaggi demoscopici si constata come ci sia una sostanziale ignoranza su quanti e quali siano i conflitti nel mondo e quale la loro intensità; inoltre si tende a banalizzare o a semplificarne le dinamiche.
Negli ultimi anni abbiamo sviluppato una serie di studi su questi conflitti dimenticati, analizzando sia la parte geopolitica, le dinamiche di guerra, il coinvolgimento dei civili e il fatto che queste guerre sono sempre più correlate con una serie di altri fenomeni, che il modo in cui si parla, o non si parla, di queste guerre da parte dei media italiani e il livello di conoscenza dell'opinione pubblica in generale.

Perché ci si dimentica di un conflitto?
La variabile più significativa e correlata con l'informazione non è tanto la guerra, il suo livello di intensità, il numero dei morti o di danni procurati, ma il fatto che un paese sia più o meno ricco. C'è più attenzione nel momento in cui quel paese è più significativo dal punto di vista del PIL; ci sono delle correlazioni anche con altre dinamiche, come l’essere paesi ex colonia di un altro paese, o paesi dove vi è una grossa presenza di espatriati di una comunità nostrana, ma mediamente ciò che più spiega la ripresa mediatica di una guerra o di una qualsiasi dinamica in un altro paese nei paesi occidentali è il denaro.

Quanti sono i conflitti? Ci sono delle caratteristiche che li accomunano?
Considerando le guerre a bassa, media e alta intensità si è superato il numero di 450 conflitti, le guerre vere e proprie, i conflitti armati maggiori, hanno superato il numero di 20 e che coinvolgono tutti i continenti compresa l'Europa, pensiamo in particolare all'Ucraina. Sono tipicamente guerre intrastatali per il controllo del potere o del territorio e questo è di fatto l'obiettivo finale. Tutte le dinamiche correlate, quelle che spesso vengono definite delle maschere come per esempio la maschera etno-religiosa o la maschera tribale, sono delle connotazioni che vengono date per leggere o a dare rilievo ad alcuni aspetti del conflitto, ma di fatto sono spesso strumentalizzazioni del conflitto stesso per raccogliere consenso e truppe che siano disponibili a sacrificarsi ai warlords, ai signori della guerra che vogliono sostanzialmente accedere al potere.
Più del 90% di tutte le guerre dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi sono guerre intrastatali, guerre che si sono verificate nei paesi in via di sviluppo caratterizzate da un gruppo che tende ad opporsi al governo centrale e tende quindi ad occupare il suo posto oppure a controllare una porzione del territorio.
Questa è la dinamica fondamentale, poi ovviamente per combattere la guerra occorre accaparrarsi risorse, gestire le armi e in qualche modo anche la popolazione stessa; spesso per dinamiche di guerra che ormai non rispondono più ad alcun codice, ma che sono sono sempre più brutali e letali, vengono strumentalizzati gli stessi civili; la Siria in qualche modo ne è l'emblema, ma sostanzialmente in ogni angolo del mondo osserviamo dinamiche simili.

Il Santo Padre ha invitato i fedeli per il prossimo 23 febbraio ad una speciale giornata di preghiera e digiuno per la pace che sarà offerta in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan. Cosa sta succedendo in questi paesi?
Sono due guerre che durano ormai da molti anni, in particolare quella del Congo, che rischiano di subire un repentino peggioramento a fronte di un quadro già pessimo, soprattutto per la popolazione in termini di morti, feriti, sfollati e rifugiati nei paesi limitrofi, in particolare c'è un flusso costante dal Sud Sudan verso l'Uganda e gli altri paesi confinanti.
Queste sono guerre, in particolare quella in Sud Sudan, che in qualche modo vedono la strumentalizzazione dei civili per i propri fini; c’è una riduzione alla fame dei civili per usarne la migrazione per condizionare le sorti del conflitto stesso.
È per questo che il Santo Padre ci invita a considerare queste guerre in particolare, ma purtroppo molte altre hanno dinamiche simili, penso ai Rohingya che dal Myanmar fuggono in Bangladesh rispetto ai quali il Papa ha sollevato la voce in modo molto chiaro, oppure alla stessa Siria o all'Ucraina dove il numero degli sfollati sfiora il milione.
Gli ultimi studi che abbiamo condotto riguardano proprio questa correlazione fra cibo e guerra perchè spesso si vogliano distruggere i magazzini e le derrate alimentari per ridurre alla fame le popolazioni che in qualche modo secondo i combattenti possono corrispondere al nemico. Sono dinamiche così terribili, così letali, così disumane che in qualche modo, partendo dalla preghiera, occorre fare qualsiasi cosa per essere vicini a queste popolazioni.

Cosa può fare e cosa sta facendo la comunità internazionale per sostenere dei percorsi di pacificazione in queste aree?
Qui forse conviene richiamare la "Pacem in terris" dove Giovanni XXIII indicava quattro vie, quattro pilastri per la pace dai quali la comunità internazionale probabilmente dovrebbe trarre maggior spunto.
In primo luogo la verità che vuol dire riconoscere che la pace è si un dono di Dio, quindi l’importanza della preghiera, ma anche l’importanza della verità dei fatti, il conoscere bene il perché le guerre si combattono cosa c’è dietro e quindi smontare ciò che fa da combustibile a queste guerre.
Il secondo pilastro è la giustizia; non c'è pace senza giustizia, spesso non ci sono guerre, intese come conflitti armati maggiori, ma tante situazioni di violenza che preludono a una guerra perché in una nazione non c'è giustizia e una giusta gestione della cosa pubblica.
Il terzo è la libertà: in molti contesti la democrazia è una parola rara, la partecipazione è negata e una gestione della cosa pubblica centralizzata, dittatoriale, e questo è preludio di tensioni molto forti perché quando c'è una lesione costante e strutturale dei diritti umani la gente non può neanche far sentire la propria voce.
La quarta via è la carità: il quarto binario per la pace è la solidarietà dentro le nazioni e tra le nazioni e anche qui è quanto mai necessario un appello forte e chiaro a tutta la comunità internazionale, ma anche a ciascuno di noi che può contribuire con la partecipazione dal basso.

immagine: TRASMO/Pixabay
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