Croce Rossa: in Yemen l’80% della popolazione allo stremo e impossibilitata a fuggire. Mancano acqua e cibo, e sono tornate colera e difterite. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 21 Febbraio 2018 12:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Comitato Internazionale della Croce Rossa www.icrc.org

Siamo abituati a pensare alla penisola arabica come sede dei potentati del petrolio, dei ricchi emirati oggi anche meta di un turismo del lusso che si muove in massa verso città all’avanguardia come Dubai e Abu Dabi. Ma all’estremo sud della penisola, a cavallo tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, c’è un paese dilaniato da tre anni di guerra civile: lo Yemen, diviso dall’eterno conflitto tra le due correnti dell’islamismo: con il governo sunnita, appoggiato dai potenti vicini dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, e i ribelli sciiti, spalleggiati dall’Iran. Le vittime di questa guerra sono gli yemeniti. All’80% di loro manca tutto: il carburante, le cure mediche, ma soprattutto il cibo e l’acqua. La situazione è talmente critica che la Croce Rossa, impegnata con i suoi volontari nel paese, ha diramato un allarme internazionale per un’epidemia di colera che imperversa da mesi.
Ne abbiamo parlato con Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana e della Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, intervistato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Presidente può inquadrare la situazione attuale dello Yemen, paese che non molti italiani sanno ben collocare politicamente e geograficamente? Quali sono le ragioni del conflitto e la situazione attuale?

Le ragioni del conflitto sono profonde, in parte politiche e in parte religiose. Nascono dal mancato riconoscimento di una parte dell’elezione del Presidente yemenita con il supporto di potenze estere di cui la più importante è l'Arabia Saudita. I sauditi da un lato e l’iran dall'altro, supportano le due fazioni che in questo momento stanno combattendo sul campo. Ciò ha portato a quella che noi operatori umanitari definiamo una vera e propria catastrofe, perché più dell'80% della popolazione ha bisogno di aiuto. Parliamo di un paese che vive un blocco navale ed aereo che praticamente ha ridotto a meno della metà l'accesso ai beni, rispetto a prima del conflitto. In particolare, adesso la nostra preoccupazione riguarda cibo e medicine. Questo è un aspetto drammatico, perché hanno disperato bisogno di tutto. A ciò si aggiunga un altro aspetto drammatico e terribile di questo conflitto: abbiamo visto qualcosa che si era già cominciato a sperimentare in Siria, ma in Yemen è diventata quasi la quotidianità, ovvero il prendere di mira le strutture sanitarie come obiettivo militare. Abbiamo visto più volte colpire ospedali, presidi sanitari e civili per fiaccare la popolazione. Questi veri e propri crimini di guerra noi li abbiamo denunciati in più occasioni. Questo è l'altro aspetto che rende estremamente difficile, per gli operatori umanitari, lavorare sul terreno.

Qual è la presenza della Croce Rossa Italiana e internazionale in questo teatro?
In questo momento la presenza internazionale è “a singhiozzo”. Noi, come croce Rossa Internazionale e i colleghi del comitato internazionale, in alcuni momenti siamo costretti a far uscire i nostri operatori per motivi di sicurezza, perché in alcuni picchi del conflitto i rischi sono veramente elevatissimi, e quindi anche questo rende tutto più difficile. La nostra preoccupazione, in questo momento, è da un lato la parte sanitaria: cercare per quanto possibile di supportare il personale sanitario locale; dall'altro, come facciamo anche in Siria, lavorare con ingegneri e tecnici sul sistema idrico per il suo ripristino. Perché va aggiunto che abbiamo la più grave epidemia di colera degli ultimi 100 anni: ci sono circa un milione di persone colpite dal colera, e abbiamo visto il ritorno della difterite. Pensando a questo, a quanto è importante l'igiene, la priorità è ovviamente l'acqua; non soltanto come strumento e risorsa di vita, ma anche come strumento per l'igiene e aiuto alla prevenzione della diffusione di queste malattie.

In Italia il dibattito sull'immigrazione è come sempre molto caldo. Pensa che i profughi e gli immigrati dallo Yemen, dalla penisola araba e dal corno d'africa che è di fronte, avrebbero diritto a un'accoglienza preferenziale, simile a quella che hanno avuto i siriani nel momento peggiore di quel conflitto?
Si. Però abbiamo un problema ancora più grave: gli yemeniti non riescono ad uscire. C'è questo blocco, di cui non si parla, ed è considerato un conflitto dimenticato, perché sono “cinturati” all'interno del loro del loro paese e ostaggi di questo conflitto violentissimo.  L'intensità, la violenza del conflitto è di una gravità estrema, quindi sicuramente avrebbero diritto alla protezione. Purtroppo però non arrivano [in Europa]. Se poi ci spostiamo al Corno d'Africa la risposta è: assolutamente si. La Somalia è un'altra delle crisi dimenticate. Soltanto poche settimane fa (14 ottobre, ndr.)  c'è stato [a Mogadiscio] un attentato che ha fatto 300 vittime, uno dei più gravi di sempre. È un paese ancora gravemente destabilizzato, in cui operano bande di criminali e i fondamentalisti, che rendono assolutamente precaria la vita quotidiana in una zona che, in più, è soggetta anche alle conseguenze del cambiamento climatico e che, anche nel 2017, è stata interessata da un’importante siccità. Quindi, sia sotto un profilo umano sia in termini di legali, assolutamente si: hanno diritto alla protezione.

Le chiedo di allargare lo sguardo all'intero pianeta. Quali sono altri teatri, dimenticati o meno, in cui la Croce Rossa è più attiva in questo periodo?
In questo momento siamo estremamente impegnati in Bangladesh per tutti i profughi che sono arrivati nei mesi scorsi dal Myanmar, in fuga dalla violenza e persecuzione: sono circa 600 mila le persone bloccate a Cox’s Bazar (città del Bangladesh prossima al confine con il Myanmar, ndr.) e adesso è vicina la stagione dei monsoni. La precarietà in cui vivono questi profughi è qualcosa che mi ha profondamente toccato sconvolto: ho avuto occasione di visitare numerosi scenari in cui operiamo, però l'estrema difficoltà operativa qui è qualcosa di estremamente pericoloso, non tanto per il conflitto ma proprio per il modo in cui vivono, purtroppo, queste persone. Anche qui c’è un ritorno della difterite, fortunatamente in misura minore rispetto allo Yemen, e abbiamo avuto alcuni casi di colera. Però, grazie alla forte collaborazione che c’è con il governo del Bangladesh, gli aiuti sanitari arrivano e cerchiamo di fare tutto il possibile; ma la preoccupazione per le conseguenze della stagione dei monsoni è ovviamente altissima. Altre aree [critiche] sono in Africa: l'area intorno al lago Ciad è ancora interessata da forti movimenti di popolazione, dovuti ai conflitti interni e all'attività di Boko Haram; il Sud Sudan, il Mali… sono tantissimi, ahimè, i conflitti dimenticati su cui continuiamo ad operare.

Foto: Comitato Internazionale della Croce Rossa www.icrc.org
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