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Decreto Foreste. Mamone Capria (LIPU): il bosco non è solo buon pellet per caldaie. In evidenza

Scritto da   Mercoledì, 28 Marzo 2018 12:01 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font
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Foto jwvein / Pixabay.com

Negli ultimi decenni il patrimonio forestale italiano è aumentato notevolmente: secondo alcune stime del 20%. Questa, che dal punto di vista naturalistico è certamente una buona notizia, è una conseguenza dell’abbandono progressivo delle campagne, dei pascoli e dei piccoli comuni. Il bosco infatti avanza di nuovo lungo pendii e pianure che prima erano presidiati dall’agricoltura e dalla pastorizia, soprattutto nelle aree montane. Il Governo ha varato recentemente un “Testo unico sulle foreste e sulle filiere forestali” che si propone di contrastare lo spopolamento di queste zone favorendo quella che viene definita “economia verde” e “gestione attiva delle foreste”, ovvero una nuova regolamentazione per i tagli dei boschi il cui legname, ad esempio, vada ad alimentare centrali a biomasse. Tutto ciò ha ovviamente allarmato diverse associazioni ambientaliste. Ne abbiamo parlato con Fulvio Mamone Capria, presidente della LIPU - Lega Italiana Protezione Uccelli, nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmesso da Radio Vaticana Italia.

 

Presidente viviamo in un periodo storico in cui l'Italia vede aumentare il proprio patrimonio boschivo, quindi non sembra tanto deleterio tagliarne un po’ in eccesso. È quello che il testo del Governo chiama “gestione attiva”. Questa pratica è tanto criticabile?

Non è criticabile la gestione del bosco, se viene fatta in una maniera intelligente. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere la superficie boschiva, per tanti motivi, ed anche, soprattutto, l'abbandono di terreni fertili. Siamo un po’ contrari a questo provvedimento di legge, per diversi motivi. Innanzitutto, nei cinque anni in cui il decreto legislativo è stato elaborato, la LIPU, come altre associazioni, è stata invitata ad uno o due convegni, ma a nessun momento di riflessione e di sollecitazione critica rispetto agli aspetti di cui  una legge sulle foreste non può non tener conto. Non possiamo pensare all'uso del bosco e delle foreste soltanto da un punto di vista produttivo. Si, il bosco è un elemento che per alcune comunità diventa molto prezioso, in quella che i tecnici che hanno elaborato questo decreto legislativo hanno definito una gestione attiva. È vero che ci vogliono manutenzione e controllo. Per alcune tipologie di bosco sono necessari anche dei tagli che vengono definiti “a rotazione”. Ma il bosco non è soltanto economia; non è soltanto attività di silvicoltura. Il bosco è un luogo dove le specie vegetali si intersecano a quelle animali e lo trasformano in un prezioso habitat. Quindi la critica più forte rispetto a questo decreto legislativo è culturale: non è pensabile che una legge dello Stato possa arricchirsi di termini che riguardano la gestione e il taglio, con una piccola premessa riguardo il rispetto delle direttive europee (sull’ambiente, ndr.), quando si capisce nel suo articolato che parliamo soltanto di necessità di taglio: di favorire con questi tagli un mercato del legname dedicato alla gestione di centrali a biomasse. Non siamo contrari [alle centrali a biomasse] ma non può essere soltanto quella la soluzione che vede al centro il patrimonio boschivo. Mancano tutti quegli elementi che valorizzano il bosco come servizio eco sistemico: con la sua offerta di più matrici che offrono qualità alla vita dell'uomo e degli altri animali.
Nel dettaglio, prendiamo ad esempio l'articolo 12, che si incrocia con l'articolo 3 di questo nuovo decreto legislativo: viene stabilito che, nel caso in cui dei boschi non siamo gestiti per un periodo superiore ai 10 anni, la Regione può intervenire e disporre dei tagli di tipo coatto. Questa è una forzatura quasi al limite dell'incostituzionalità che viene trasformata in una necessità di controllo e gestione del bosco, ma d'altra parte è una sottrazione inaccettabile del diritto alla proprietà privata. Non tutti i boschi possono essere qualificati allo stesso modo. La norma prevede un passo in avanti: la definizione di bosco, che oggi, essendo materia concorrente con le regioni, presenta una differenza tra la provincia di Trento e, ad esempio, la Regione Sicilia. Quindi la legge fa un passo avanti, ma mi dispiace che nel decreto non vengano valorizzati appieno tutti i temi che riguardano l'ecosistema, la biodiversità, il valore del suolo, la tutela del paesaggio. Su questo è mancato secondo me l'incrocio tra i tecnici che si occupano di silvicoltura con tutto il mondo di ricercatori e scienziati che oggi protestano. Sono più di 250, insieme alle associazioni ambientaliste: sono quei geologi, botanici, naturalisti, zoologi e persone esperte del tema “bosco” nel suo insieme, ai quali bisognava secondo me dare la possibilità di un maggiore ascolto.

Il governo ha approvato questo testo unico e lo ha rimandato alle camere per l'iter successivo. Che cosa succederà da qui in poi? Qual è la mobilitazione delle associazioni contrarie al decreto?

Ormai l'ultima firma spetta al Presidente della Repubblica Mattarella. Non so se farà delle sue valutazioni di opportunità, anche legate ad una serie di possibili articoli incostituzionali, ma è chiaro che mancano dei pezzi importanti. Laddove il decreto legislativo divenisse veramente legge della Repubblica, invito il prossimo governo ad invitare ai tavoli necessari per la creazione dei decreti attuativi, tutti quegli esperti che possono portare un contributo positivo per fare in modo che le foreste non siano viste soltanto come un'opportunità di taglio e di fare cassa, ma anche come un grande patrimonio dove vengono espresse le migliori energie di una biodiversità che, comunque, pone l’Italia realmente come leader di qualità in Europa.

Facciamo un po’ di chiarezza. “Bosco” è una parola che comprende molti tipi di di aree naturali: ci sono quelle selvatiche, quelle incontaminate, ma anche quelle rimboschite oppure coltivate. Come è costituito il patrimonio forestale italiano in questo momento?

È un patrimonio misto di 12 milioni di ettari di superficie boschiva. La fortuna è che, ovviamente, il decreto legislativo non va a toccare i boschi presenti nelle aree protette, questo è importantissimo; ma va a interferire poi sulla stragrande maggioranza del patrimonio boschivo, fatto di un insieme di qualità e tipi di bosco diversi, dalle alpi agli appennini. Sono ecosistemi utili alla mitigazione dei cambiamenti climatici e alla tutela idrogeologica, ed è chiaro che sono tutti elementi che andavano inseriti all'interno di questo provvedimento; così come l'importanza del bosco rispetto al tema della biodiversità floristica e faunistica. Non tutti i boschi sono uguali, e non tutti i boschi che si evolvono naturalmente, ad esempio verso degli stati ecologici più complessi, devono essere tagliati e trasformati in legname; perché in quel caso c'è la rinaturalizzazione di un bosco che rappresenta un grande valore ed un servizio eco-sistemico da valutare.  Un bosco abbandonato non per forza è un bosco non pregiato.

Ci sono anche delle associazioni favorevoli a questo testo, così come è uscito dal tavolo del Governo. Ad esempio Legambiente e Coldiretti che ovviamente sono interessati alla questione. Queste realtà sottolineano le opportunità economiche per le comunità, ad esempio montane, e fanno anche notare che i boschi “incolti”, come vengono definiti, sono anche a rischio incendio. Come si può rispondere a questa obiezione?

Innanzitutto è chiaro che Coldiretti ne fa un vero interesse economico, perché molte delle cooperative che lavorano in montagna, ovviamente, fanno parte di quel sistema di cordate, di associazioni agricole, di cooperative che sono delle vere e proprie aziende multifunzionali. Comunque questo è importante, perché il bosco deve avere una corretta manutenzione. Abbiamo visto, ad esempio l'estate scorsa, che quando non c'è un intervento corretto dell'uomo in alcune realtà gli incendi sono un vero pericolo; ma non possiamo nasconderci dietro la necessità di gestire il bosco per evitare gli incendi, con una massiva azione legislativa che parla di un intervento su qualsiasi superficie. Poi c'è un altro aspetto molto grave: le misure di compensazione, laddove sono previsti dei tagli forzati di bosco, secondo la norma possono essere fatte anche molto lontane dall'area di intervento; e non si specifica quali misure di compensazione potrebbero essere vietate. Quindi, ad esempio, la stessa strada  forestale che consente ai mezzi di arrivare in cima alla montagna e tagliare il bosco, potrebbe essere considerata una misura di compensazione. Questo ovviamente sarebbe un doppio schiaffo, rispetto ad una norma che ha delle carenze strutturali sull'elevata importanza ecologica dei boschi, e ha fatto irritare gran parte del mondo scientifico che si occupa di conservazione della natura. Bisogna veramente riunirsi attorno un tavolo e cercare di correre ai ripari, magari con i decreti attuativi, per evitare che il bosco diventi soltanto un buon pellet da bruciare nelle caldaie.

Foto jwvein / Pixabay.com
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