La storia di Talibe: dal Senegal alla Città dei Ragazzi, attraverso deserto, prigioni, e due traversate del Mediterraneo. In evidenza

Scritto da   Lunedì, 18 Giugno 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
Vota questo articolo
(0 Voti)
Foto geralt / Pixabay.com

Gran parte dei migranti che sbarcano sulle coste italiane ha preso il mare dalla Libia: circa 10 mila persone nella prima metà di quest'anno, e quasi 63 mila nel 2017. Anche Talibe è arrivato dalla Libia all'inizio del 2017, ma il suo viaggio, partito dal natio Senegal, è stato molto più lungo. Oggi Talibe ha 18 anni, è in attesa di risposta alla richiesta di asilo, ed è ospitato alla Città dei Ragazzi di Roma, dove studia e frequenta corsi per apprendere un mestiere. Quando è partito però, era uno dei migliaia di "minori non accompagnati" che migrano in Europa affrontando mari e deserti, prigioni e trafficanti di uomini. Lo abbiamo incontrato alla Festa dei Popoli di Roma per farci raccontare la sua storia.


Il racconto inizia con le tappe del viaggio che hanno portato Talibe dal Senegal alle coste del Mediterraneo. 
Sono partito dalla mia città che si chiama Tamba. Da li sono arrivato in Mali, poi in Burkina e Niger. Dopo il Niger ho attraversato il deserto per andare in Libia.

Spesso si tace o si parla con superficialità dei motivi che spingono un ragazzo, un minorenne, a lasciare la propria casa, la famiglia e il proprio paese.
Sono partito perché avevo un problema con dei vicini di casa: i miei genitori avevano litigato con loro. Il litigio è stato un problema: ero preoccupato, non potevo più stare tranquillo; ho rischiato la vita e sono riuscito a scappare.

Nei dibattiti politici e sociali sulle migrazioni dall'Africa si parla altrettanto poco dei pericoli legati al viaggio, “prima” della traversata del Mediterraneo
Nel deserto ho visto tante cose che mi hanno fatto paura. Ho visto incidenti con persone che cadono nel deserto e muoiono ed ho temuto mi accadesse la stessa cosa. A volte quando, si blocca la macchina, fanno scendere tutti per spingerla; quando la macchina riparte tutti saltano dentro, ed è salendo così che tante persone cadono e muoiono, quindi io avevo paura.
Per attraversare il deserto ci vuole tempo: se la macchina ha problemi ci vogliono quattro, cinque giorni o una settimana. Attraversato il deserto, arrivati vicino alla Libia, ho visto una macchina che aveva fatto un incidente. C'erano alcuni feriti e altri morti. Siamo passati oltre e abbiamo continuato. Arrivati in Libia siamo restati una settimana in un posto pericoloso: non si poteva uscire, restavamo sempre dentro senza andare da nessuna parte. Eravamo li ad aspettare di andare avanti quando è arrivata la "polizia" e ci ha portato in prigione. Servivano soldi per andare avanti ma nessuno ne aveva. Ci hanno detto che rimasti la finché non avessimo trovato del denaro, col rischio di morirci, perciò abbiamo cercato una soluzione per scappare. Abbiamo spaccato la porta della prigione e siamo tutti scappati. Nella fuga ci hanno sparato; alcuni sono stati colpiti ai piedi e sono rimasti là. Per fortuna noi siamo riusciti a scappare; abbiamo visto un taxi, e l'abbiamo chiamato. Abbiamo raccontato quello che ci era successo. L'autista ci ha portato in un altro posto dove siamo rimasti un po'; ma anche quello era pericoloso, perché in Libia si può morire ogni giorno.

Dopo aver superato le insidie del viaggio nel deserto e della permanenza in Libia i migranti devono trovare un trasporto verso l'Europa, una traversata via mare che non è mai facile né priva di insidie.
Abbiamo trovato un posto dove vivevano dei senegalesi. Uno di loro ci ha aiutato ad arrivare in riva al mare dove siamo rimasti per tre mesi. Dopo tre mesi siamo partiti per venire in Italia; ma dopo che siamo partiti, in mare, ci ha fermato ancora la "polizia" e ci hanno mandato indietro, in prigione. Dopo un mese di prigione siamo scappati di nuovo perché non avevamo altra scelta. Nella fuga abbiamo rischiato di morire. Ci vuole fortuna per riuscire a scappare. Io sono stato fortunato: nessuno mi ha sparato né picchiato, quindi ho continuato e sono arrivato in un posto dove ho trovato ancora un taxi. Gli ho raccontato quanto successo e lui mi ha portato dove c'erano altri africani, dicendomi che erano miei amici in attesa di trovare lavoro, e che può darsi avessero un posto dove stare. Loro mi hanno detto di un amico senegalese, e con lui sono andato di nuovo sulla costa. Poi siamo riusciti a partire per l'Italia.

La storia di Talibe prosegue in Italia, dove riesce infine a sbarcare nel gennaio del 2017. Molti migranti si perdono nelle pieghe oscure di questo paese, cadendo nelle mani di organizzazioni o persone poco raccomandabili. Lui però ha trovato dei canali virtuosi che lo hanno portato a Roma, alla Città dei Ragazzi.
Sono sbarcato a Reggio Calabria. Dopo tre mesi mi hanno trasferito a Roma, a Castelnuovo di Porto, e poi alla Città dei Ragazzi. Qui ho fatto dei corsi: prima ho fatto un corso di falegnameria, e poi uno per fare la pizza. Con la scuola ho già la terza media.

Studio e formazione sono le chiavi per l'integrazione dei migranti, soprattutto dei più giovani che, come tutti i giovani del mondo, hanno sogni e aspirazioni personali.
Mi piacerebbe trovare un buon lavoro per guadagnare qualcosa e fare qualcosa in futuro. La cosa che mi piace di più è stare accanto ai bambini piccoli; perché i bambini non hanno i problemi come le persone grandi. Nel loro cuore non ci sono problemi, né tanti pensieri; quando hanno un problema finisce subito e continuano a scherzare. Mi trovo bene qui in Italia, da tutte le parti. La Città dei Ragazzi è un posto dove si studia, si fa formazione su tante cose e si va scuola. E' come una casa-famiglia.

Abbiamo chiesto a Talibe, arrivato ancora minorenne in italia, se è riuscito a ristabilire il contatto con la sua famiglia.
A volte sento la mia famiglia, ma non sempre: mia madre, mio padre e mia sorella. Mia sorella è già sposata e ha avuto due figli, quindi adesso sono zio.

Foto geralt / Pixabay.com
Letto 1049 volte

Informazioni aggiuntive