Clima: a Katowice un’altra Cop interlocutoria? L'intervista con Riccardo Valentini (IPCC) In evidenza

Scritto da   Martedì, 02 Ottobre 2018 19:02 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: pixabay.com

Contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi, possibilmente uno e mezzo, rispetto ai livelli preindustriali. È questo in estrema sintesi l’impegno che il mondo si è preso nel 2015 nella famosa COP21 di Parigi, per contrastare i cambiamenti climatici, vera e propria minaccia globale che se non affrontata rischia nel lungo periodo di mettere in pericolo la stessa sopravvivenza del genere umano.

 

Tre anni fa l’accordo universale sul clima fu  accolto con grande soddisfazione, sia per la convergenza di intenti della totalità dei paesi del mondo che per i contenuti dell’accordo stesso che appariva concreto e ambizioso.
Ad oggi, dopo altre due conferenze sui cambiamenti climatici, tuttavia, poco si è ancora fatto per rendere operativo quell’accordo e la decisione del presidente Trump di farne uscire gli Stati Uniti non ha agevolato il passaggio dalla teoria alla pratica.

Fra due mesi nella città polacca di Katowice, si terrà la 24ma conferenza delle parti che, si spera, dovrà dare un impulso decisivo all’operatività. Per capire come ci stiamo arrivando e cosa possiamo aspettarci Riccardo Valentini, docente presso l’università della Tuscia e membro dell’IPCC, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, interviene su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di economia cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

 

Innanzitutto vogliamo ricordare brevemente quanto è importante l'accordo di Parigi?
L'accordo di Parigi è estremamente importante per il nostro futuro e per quello del sistema climatico e del pianeta. Il target dei 2 gradi centigradi è l'unico sostenibile per il nostro futuro: un riscaldamento superiore porterebbe degli sconvolgimenti di grande importanza, tanto per fare qualche esempio, a 3 gradi potrebbero sparire i ghiacci della Groenlandia o l'intera foresta amazzonica.
I due gradi sono una una soglia assolutamente non superabile.

 

Poche settimane fa durante la conferenza sul cambiamento climatico di Bangkok diversi piccoli stati, in particolare Samoa, hanno accusato i paesi più importanti di non fare abbastanza per rispettare gli impegni presi con l’accordo sul clima frutto di Parigi COP 21.
Questo è un momento di negoziato. Gli accordi di Parigi entreranno in vigore nel 2020 e questi anni sono gli anni in cui si dovrebbero mettere a punto e concordare tutte le misure.
Ci sono quindi Cop tecniche per certi aspetti, ma certo non si può nascondere il fatto che comunque si deve accelerare, non c'è dubbio. L'accordo che potrà portare al 2020 ancora non è effettivamente chiaro, quindi sicuramente i piccoli paesi, più colpiti dal cambiamento climatico, hanno ragione a spingere, ma allo stesso tempo c’è ancora del lavoro da fare per per arrivare all'accordo globale.

 

Dopo il successo di Cop21 le successive conferenze di Marrakech e Bonn sono state interlocutorie per alcuni e un fallimento per altri. Tra pochi mesi a Katowice in Polonia aprirà Cop 24, cosa dobbiamo aspettarci? Quali gli obiettivi della conferenza? 
L'obiettivo è quello di disegnare definitivamente quello che sarà il quadro delle regole.
Dobbiamo tener conto che l’accordo di Parigi è un accordo molto democratico nel senso che ciascun paese ha fissato dei target per le proprie; questa da una parte è una cosa positiva perché tutti i paesi partecipano a questa grande battaglia globale quindi anche il più piccolo paese fa qualcosa per ridurre le emissioni, ma allo stesso tempo questa libertà diventa poi difficile da gestire e bisogna capire se mettendo insieme tutti gli sforzi riusciamo veramente a contenere entro i due gradi centigradi l’innalzamento della temperatura.
Questo dovrebbe emergere più chiaramente in questa Cop, ma penso che bisognerà aspettare ancora un altro anno per arrivare poi alla definizione completa.

 

In questa “battaglia” l'Italia che che ruolo ha? 
Sui negoziati del clima l’Italia è all'interno della strategia europea quindi, al di là dei governi, in qualche modo l'Italia segue la politica europea che è una delle politiche più più avanzate nella lotta ai cambiamenti climatici con degli obiettivi approvati per il 2030 che ci siamo dati anche indipendentemente dall’accordo di Parigi.

 

Tra i principali promotori di quello che è stato l'accordo di Parigi figurano gli Stati Uniti sotto la presidenza Obama. Trump non ha le stesse idee del suo predecessore e ritirato gli Stati Uniti dall'accordo.
A San Francisco si è da poco concluso il Global Climate Action Summit che il governatore della California ha organizzato con imprese e società civile e istituzioni locali di tutto il mondo, anche in risposta al negazionismo del presidente Trump sul climate change. Il risultato è costituito da diversi impegni sul fronte riduzione delle emissioni da parte di imprese e istituzioni.
Che segnale è e potrebbe incidere sulle future decisioni degli Stati Uniti su questo fronte?

Gli Stati Uniti sono un paese straordinario e per certi versi anche molto complicato nel suo funzionamento. Ci sono stati come la California con il governatore Jerry Brown che è uno dei più grandi supporter della lotta al cambiamento climatico, ci sono città come New York e molte altre città americane che hanno formato un’associazione sul contrasto all'inquinamento e all'emissione di gas serra.
È quindi un paese molto dinamico da questo punto di vista, anche se poi c'è una politica federale nazionale che è interpretata ovviamente da Trump che ha preso decisioni che vanno in un'altra direzione.
Credo tuttavia che un ripensamento sia possibile perché si comincia a capire che la green economy è un motore fondamentale anche per l'impresa americana. In America il numero dei green jobs, cioè dei lavori legati alla green economy, è cresciuto molto di più negli ultimi anni rispetto a altri settori dell'economia; prendiamo il caso delle miniere di carbone per cui la difesa a oltranza dei posti di lavoro non ha portato nessun risultato perché di fatto il carbone è stato sorpassato dal gas. 
Lo stesso Trump dovrà prima o poi fare i conti con un'economia che viaggia verso un'altra direzione.

 

Mentre parliamo è in corso in in Corea un meeting IPCC, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, che ha l’obiettivo di approvare uno speciale report sugli scenari di un innalzamento della temperatura globale a un grado e mezzo da consegnare poi ai decisori politici. Può anticiparci qualcosa di questo rapporto?
È difficile entrare nei numeri che sono parte del rapporto e che saranno presentati perché prima devono essere approvati dai governi in un processo molto lungo in cui la guida scientifica produce i rapporti che però devono essere accettati dalla politica.
Questo rapporto e questo scenario su un grado e mezzo sono importanti perché questo target è entrato nell'accordo di Parigi all'ultimo minuto perché molti paesi come le piccole isole sarebbero comunque scomparse a con un riscaldamento a due gradi centigradi per effetto dell'innalzamento dei mari.
Da qui nasce un rapporto per capire quali saranno le implicazioni di un riscaldamento globale che arrivi a un grado e mezzo.
I lavori che sono stati fatti dalla comunità scientifica mostrano segnali un po’ preoccupanti per cui anche un riscaldamento di un grado e mezzo dovrebbe farci prendere delle precauzioni. È come una malattia cronica per cui in qualche modo dobbiamo convivere con un riscaldamento che, pur di minore entità, comunque comporterà delle modifiche della nostra società, dispendi economici, investimenti per l’adattamento e per la protezione.
C’è quindi della preoccupazione, in particolare sembra che le regione mediterranea sia una delle regioni dove anche un grado e mezzo avrebbe degli impatti significativi.

 

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