Giovannini: Italia indietro rispetto all'Agenda 2030. Sviluppo sostenibile in Costituzione sarebbe garanzia di giustizia tra generazioni In evidenza

Scritto da   Martedì, 16 Ottobre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Giovannini: Italia indietro rispetto all'Agenda 2030. Sviluppo sostenibile in Costituzione sarebbe garanzia di giustizia tra generazioni

3 anni fa, il 25 settembre 2015 l’Assemblea delle Nazioni Unite deliberava l’adozione dell’Agenda 2030, un programma di sviluppo globale articolato in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.Questi 17 obiettivi coprono la gamma delle attività umane nella loro relazione con il pianeta da una parte e con i propri simili dall’altra per uno sviluppo che possa definirsi equo e sostenibile da tutti i punti di vista: economico, ambientale, sociale.

Sottoscrivendo l’Agenda 2030 anche l’Italia si è impegnata a raggiungerli, combattendo fame e povertà, garantendo uguaglianza e diritti, tutelando l’ambiente e promuovendo uno sviluppo economico sano.
L’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile- ha come obiettivo proprio il raggiungimento dell’agenda 2030 e si spende nel nostro paese, assieme a tutti i suoi associati, per stimolare un cambiamento in questo senso anche del mondo economico e politico.
Recentemente l’Alleanza ha presentato il suo terzo rapporto per analizzare il rapporto tra l’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, come spiega intervenendo su “A Conti Fatti” il professor Enrico Giovannini, portavoce ASviS, già presidente Istat e Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.

 

17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile da raggiungere entro il 2030. L'Italia sta facendo il suo?
Purtroppo no, anche laddove ci sono dei miglioramenti siamo molto lontani dagli obiettivi sottoscritti da tutto il mondo a settembre del 2015 e sui quali ci siamo impegnati. Tra l'altro oltre ai 17 obiettivi ci sono 169 target che sono la disaggregazione di questi obiettivi e di questi 22 andrebbero raggiunti entro il 2020.
Siamo indietro sui temi sociali, la crisi ha colpito molto duramente, su disuguaglianza e povertà, ma anche su diversi temi ambientali e anche dove registriamo un miglioramento, per esempio sull'educazione, siamo oggi dove l'Europa era dieci anni fa. La situazione è tutt'altro che rosea.

Tra i provvedimenti che voi da tempo chiedete alla politica l’inserimento del principio dello sviluppo sostenibile in Costituzione e la trasformazione del Cipe - Comitato interministeriale per la programmazione economica - in Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile. Una questione non solo simbolica.
Francia, Belgio, Svizzera, Norvegia hanno recentemente introdotto nella loro costituzione il concetto di sviluppo sostenibile e quindi di giustizia tra le generazioni: pensiamo a quante leggi approvate negli ultimi 70 anni sarebbero forse state bocciate semplicemente perché andavano a danno delle future generazioni.
Il concetto di sviluppo sostenibile si basa proprio sulla correttezza di comportamenti tra generazioni e l'inserimento in Costituzione sarebbe un segnale molto forte.
Abbiamo inoltre chiesto al Governo di cambiare nome al Cipe perché già ne facciamo pochi di investimenti in Italia se poi li facciamo anche sbagliati è chiaro che non andremo da nessuna parte e l'orientamento dei fondi pubblici allo sviluppo sostenibile è condizione necessaria sia per la transizione ecologica del nostro sistema produttivo che per generare produttività e quindi più lavoro e più reddito.
Infine chiederemo al Presidente del Consiglio di dare attuazione alla direttiva che il suo predecessore Paolo Gentiloni aveva firmato a marzo per portare a Palazzo Chigi, cioè alla Presidenza del Consiglio, il coordinamento di tutte queste politiche sulla povertà, contro le disuguaglianze anche di genere, sull'ambiente e così via perché serve una regia unica per far si che tutti i provvedimenti che vengono presi vengano prima valutati per capire se vanno nella direzione giusta.

Il rapporto evidenzia in particolare un aumento della povertà e delle disuguaglianze nel paese. La manovra di cui si sta discutendo in questi giorni, con il reddito di cittadinanza e il superamento o abolizione della legge Fornero va nella giusta direzione in questo senso?
Certamente su povertà e inclusione bisogna fare di più. L’istituzione del reddito di inclusione fatto dal precedente Governo era un passo avanti importante, ma ancora insufficiente e vedremo se il reddito di cittadinanza, che pure in realtà non è un vero reddito cittadinanza perché condizionato all'esistenza di una condizione di povertà, andrà in una direzione che possa rendere universale ed efficace questo aiuto monetario.
Dobbiamo però ricordare che la povertà non è solo assenza di reddito, servono servizi non solo di avviamento al lavoro, ma anche di educazione, dobbiamo ricordarci che dei di 5 milioni di poveri assoluti che ci sono in Italia 1,3 milioni sono minori che hanno bisogno di un sostegno in più.
La questione pensionistica sembra invece andare nella direzione opposta: la povertà venticinque anni fa colpiva soprattutto gli anziani, adesso invece colpisce soprattutto i giovani e quindi aumentare le spese a favore delle classi più avanti negli anni non è necessariamente la cosa giusta.
Da ministro avevo avviato il cosiddetto APE, l'anticipo pensionistico poi realizzato dal governo successivo, purtroppo con tre anni di ritardo, che in caso di pensione anticipata evitava di caricare tutti costi sulla finanza pubblica coinvolgendo anche le imprese che, interessate a uno svecchiamento dell'occupazione, avrebbero dovuto contribuire in qualche modo.

L’Agenda 2030 parla un linguaggio fatto di condivisione, partnership, cooperazione, solidarietà. Eppure a livello globale sono tanti i venti che in questo momento sembrano soffiare in una direzione opposta, verso l’isolazionismo.
Forse tra qualche anno scopriremo che l'Agenda 2030 è stato il punto più alto di un'impostazione multilaterale e di cooperazione internazionale. Io spero naturalmente di no, ma non c'è dubbio che ci sono dei venti che invece spirano verso una chiusura e verso l'isolazionismo di cui parla lei.
Questo non fa bene al mondo e non fa bene a nessun paese perché i problemi che abbiamo davanti, dal cambiamento climatico, alla transizione energetica, alle migrazioni hanno bisogno di cooperazione internazionale e pensare che invece la soluzione sia il cosiddetto bilateralismo cioè accordi tra due stati non è la scelta giusta perché tra due stati tipicamente il più forte prevarica il più debole.

Per quanto riguarda invece gli Obiettivi che riguardano l’ambiente la sensazione è che dove ci sia un interesse economico molto concreto, penso ad energia e economia circolare, qualche passo in avanti si stia facendo, mentre dove invece la questione riguarda prevalentemente conservazione e preservazione siamo ancora molto lontani.
Purtroppo è così. La buona notizia è che le grandi imprese stanno finalmente cambiando paradigma perché hanno scoperto che grazie alla tecnologia invece di recuperare competitività tagliando il costo del lavoro, che rappresenta il 20-30% dei costi, è possibile ridurre dal 70 all’80% per cento dei costi impattando di meno sull'ambiente.
Questo tuttavia ancora fatica a realizzarsi in un paese come l'Italia, ricco di medie e piccole imprese, ma con poche grandi imprese. Nei giorni scorsi è stato pubblicato il primo rapporto che analizza le cosiddette rendicontazioni non finanziarie che da quest'anno sono obbligatorie per le grandissime imprese che devono mostrare l'impatto dell'impresa sulla società non solo in termini economici, ma anche sociali e ambientali.
Siamo ancora lontani da un vero approccio integrato, spesso il tutto si riduce ad un'appendice magari per fare bella figura, ma non dobbiamo dimenticare che tante imprese stanno invece seriamente andando in questa direzione e che la finanza sostenibile si sta muovendo rapidamente, anche se è ancora minoritaria.
È per questo che abbiamo chiesto al Governo delle scelte forti, magari estendendo l’obbligatorietà della rendicontazione non finanziaria anche alle medie imprese, ma soprattutto dando una direzione di marcia all'intero sistema economico così da attirare anche investimenti privati su un nuovo modo di fare economia che in realtà è l'unico che può garantire la sostenibilità dello sviluppo.

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