Bonetti (Bicocca): su decreto Salvini dubbi e vizi gravi. L'immigrazione non è un'emergenza. In evidenza

Scritto da   Martedì, 23 Ottobre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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“Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio [...] di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.”

Queste frasi fanno parte della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell'ONU, sottoscritta da ogni paese civile del mondo. Eppure molti di questi diritti: la libertà di migrare; il divieto a detenere o espellere persone libere; il diritto a chiedere asilo in altri paesi; sono sempre più spesso messi in dubbio o apertamente negati da esponenti politici e governanti, come reazione alle ondate migratorie dai paesi poveri a quelli ricchi. Quanto è lecito trattenere i migranti nei centri di accoglienza? chiudere i porti alle navi che li soccorrono? negare loro i documenti per circolare liberamente o spedirli verso un paese europeo piuttosto che un altro?
Ne abbiamo parliamo con Paolo Bonetti, professore di Diritto costituzionale all'Università degli Studi di Milano-Bicocca, direttore del master: “Diritto degli stranieri e politiche migratorie”, intervistato nella rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it “A conti fatti”, trasmessa da Radio Vaticana Italia.


Professor Bonetti, nell'introduzione a questa intervista abbiamo citato le parole dell'ONU sul diritto alla libertà di movimento, a migrare, a chiedere asilo a non essere limitati nelle libertà: qualcosa che noi diamo per scontato. Ma in questo momento storico, e in questo contesto di migrazioni problematiche dall'Asia e dall'Africa verso l'Europa, tutti questi diritti sono rispettati in pieno?

È difficile rispettarli in pieno quando, come dice il Papa, siamo di fronte alla “terza guerra mondiale a pezzetti”. Questo è un problema grosso: abbiamo una situazione di grandi conflitti in tante aree del mondo che quasi circondano l'Europa e il Mediterraneo. Quindi questo è un grande interrogativo: come rispettare i diritti fondamentali in una situazione di conflitti generalizzati? Tuttavia, gli stati più attrezzati sono senz'altro quelli dell'Unione Europea. Il problema è sempre lo stesso: rispettare i diritti per poche persone è un conto, rispettarli per milioni è un altro. Non perché siano diritti diversi, ma perché c'è il problema dei mezzi economici, dei tempi, dei luoghi in cui farli rispettare. Questo è un tema che ci dimentichiamo: perché arrivare in un aeroporto è un conto, sbarcare nella notte semi affogando è un altro. Ovviamente tutto è completamente differente: arrivare in diecimila, tutti insieme, è un conto; arrivare sparpagliati è un altro. Poi, naturalmente, ci sono paesi, come quelli del sud del Mediterraneo, che vivono la pressione migratoria più forte. Tuttavia quei diritti fondamentali vanno garantiti e sono scritti nelle costituzioni di tutti gli stati, in primo luogo quello italiano, che ha una delle più ampie nozioni del diritto d'asilo.

Lei è direttore di un master della Bicocca: “Diritto degli stranieri e politiche migratorie”. Questo master si rivolge ad operatori del settore, quindi avvocati, ma anche assistenti sociali e amministratori locali (come per esempio i sindaci, che in questo momento sono anche alla ribalta della cronaca) per dare loro gli strumenti giuridici e normativi per operare in questo settore, con i migranti. Quanto sono preparati, al momento, questi operatori?

I sindaci di certo non frequenteranno di certo: parliamo dei funzionari amministrativi, e già saremmo a buon punto...

... i funzionari che devono sopportare i sindaci, certo.

La questione è strutturale, del paese: non abbiamo capito fino in fondo che l'immigrazione è un fenomeno normale nella storia dell'umanità. Un fenomeno che ci sarà sempre; un fenomeno che c'è sempre stato. Siccome non l'abbiamo capito, non ci attrezziamo in modo normale. Attrezzarsi in modo normale vuol dire avere leggi normali, strumenti normali per regolare gli ingressi e i soggiorni, procedure e flussi regolati di ingresso per lavoro, oltre che per altri motivi. Ma vuol dire anche avere persone preparate. Invece, se uno ascolta la comunicazione di massa e ciò che le persone pensano, sembra sempre che l'immigrazione sia una situazione emergenziale. Invece è un fenomeno ordinario. La vera emergenza siamo noi: noi che non ci prepariamo; noi che pensiamo che sia una cosa strana, e invece è sempre accaduto. Pensi agli italiani, che sono il secondo paese al mondo per emigrazione. Dall'Italia sono partite 27 milioni di persone in 100 anni, una cifra gigantesca. E noi siamo quasi scioccati, psicologicamente: non riusciamo a capire che dobbiamo prepararci, quando diventiamo un paese di immigrazione. Allora bisogna conoscere la storia, la sociologia, l'antropologia, i sistemi e le politiche migratorie degli altri stati per non ripetere gli errori degli altri, ma anche conoscere le norme. Questo richiede grande aggiornamento, grande interdisciplinarietà; e non è per tutti. Questo vuol dire che anche i migranti devono essere protagonisti: ricevere informazioni esatte, e questo non accade sempre. “Esatte” vuol dire anche aggiornate: quando entra in vigore un decreto legge bisogna essere in grado di conoscerlo, farlo capire; e questo non è facile.

A proposito di decreti legge, la novità di questa settimane è stata l'approvazione in Consiglio dei Ministri del cosiddetto “decreto sicurezza” che porta il nome di Salvini, il vice premier. Le chiedo un commento su tutto questo corpo nuovo, e le sottopongo questo dubbio che viene a chi lo affronta e soprattutto a chi l'ha commentato: la commistione fra due argomenti come immigrazione e sicurezza che non dovrebbero essere trattati in teoria nella stessa legge; e ancor di più, quella immigrazione (questo movimento che lei ha descritto epocale e incontrollabile) e cittadinanza.

Questo decreto legge del 4 ottobre, entrato in vigore il 5 ottobre, è sicuramente eterogeneo dal punto di vista costituzionale; questo è un problema. È dubbio anche che ci siano i requisiti straordinari di necessità e urgenza. Le commissioni parlamentari al Senato alla Camera esamineranno se convertirlo o no in legge, e con quali emendamenti. I profili di costituzionalità sono numerosissimi. I dubbi e i vizi, a mio parere, sono veramente gravi. Viene intaccato il diritto d'asilo, costituzionalmente garantito. Viene intaccato il rispetto di tanti obblighi internazionali, come quelli derivanti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, in particolare il diritto alla vita privata e alla vita familiare, ma anche altri. Anche il sistema di accoglienza viene intaccato, e non dimentichiamo che si tratta delle persone più deboli, più fragili: gli asilanti. Non sono stranieri qualunque: sono quelli che hanno subito persecuzioni, guerre, viaggi assurdi; esattamente come è accaduto per cento anni anche agli italiani: in fuga dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla miseria. Questa tematica del dimenticarsi il proprio passato va ripresa, assolutamente. Questo fa capire quanto è “normale” la condizione umana.
Sulla cittadinanza, il tema del decreto legge è limitato alla sua revoca in caso di gravi reati commessi e con condanna definitiva: reati contro lo Stato, e quindi sostanzialmente di terrorismo. La revoca della cittadinanza entrerebbe per la prima volta nell'ordinamento italiano e sarebbe viziata di incostituzionalità. Primo, perché i reati previsti sono reati politici e questo, “ per motivi politici”, è uno di quei casi in cui la Costituzione vieta di privare della cittadinanza: lo vieta l'articolo 22. In secondo luogo si creerebbero cittadini di serie A e di serie B: cittadini di serie A, a cui mai la cittadinanza sarebbe revocata, e cittadini di serie b che, a seconda dei loro comportamenti, avrebbero la cittadinanza revocata. Ma attenzione! Qui non si tratta di togliere le pene: dovrebbero subirle comunque; ma si aggiungerebbe una pena in più, che è la revoca della cittadinanza. Si creerebbero addirittura casi di apolidia (la condizione di una persona che si trova senza alcuna cittadinanza legale, nda.); quindi il problema non sarebbe solo la discriminazione tra le persone, violando il principio d'eguaglianza, ma anche la violazione delle convenzioni internazionali sul divieto di creare nuove situazioni di apolidia. Togliere la cittadinanza ad una persona potrebbe, vagamente, avere senso purché non si crei una nuova apolidia, cioè purché la persona abbia la cittadinanza di un altro stato, ma qui non c'è alcuna garanzia.
Il decreto legge ha moltissimi vizi di costituzionalità nelle parti che riguardano i centri di permanenza e il trattenimento dei migranti che si potrebbe svolgere in locali diversi dai centri di permanenza, non ben precisati, quando la Costituzione prevede che debbano essere tassativamente precisati. Tante norme riducono il sistema di accoglienza per i richiedenti asilo, e questo non crea sicurezza ma insicurezza. Perché se una persona non riesce a vivere bene il periodo di attesa dalla domanda di asilo, è chiaro che potrà solo sviluppare rancore; potrà, se non trova lavoro, essere anche invogliata a rivolgersi a mercati paralleli dello sfruttamento lavorativo e anche alla criminalità, fatta spesso anche da italiani.
Quindi ci troviamo di fronte ad un testo che vorrebbe creare sicurezza ma rischia di creare più insicurezza. Questo è il vero problema. La migrazione non è un tema che, di per sé, attiene alla sicurezza, ma può creare insicurezza se non è gestito in modo lungimirante. A mio parere questo testo è gestito in modo non lungimirante: guarda all'immediatezza ma non guarda lontano. Si creano “permessini” molto piccoli che precarizzano la condizione giuridica di tanti stranieri. Precarizzare la condizione giuridica di una persona non è bene, né per lui né per chi lo circonda e per la sicurezza: non saprà se avrà un lavoro, una casa; dovrà rinnovare un permesso ogni anno invece che ogni due anni, non potrà convertire il suo permesso. Questo creerà tensione e il mercato del lavoro ne risentirà. Insomma questo creerà tante tensioni in più, invece che risolverle. Quindi attenzione: un decreto che vuole assicurare sicurezza, finirebbe a garantire maggiore insicurezza; e questo è un grande problema.

Mi sembra di capire che lei prevede che questo decreto venga fermato o rimandato indietro dall'esame della Corte Costituzionale.

Comunque è e sarà in vigore. Se e quando i giudici, su richiesta di una delle parti di un giudizio, oppure delle Regioni (ma lo vedo improbabile) rinvieranno alla Corte Costituzionale il giudizio su singole norme, la Corte potrà dichiararne l'illegittimità costituzionale. Tutto questo è un po' in là nel tempo. Magari accadrà, come è accaduto per altri decreti sulla sicurezza che la Corte ha smantellato punto per punto. Io temo che qui accadrà lo stesso, per molte norme. Tuttavia, nel frattempo ci sono i diritti delle persone che vengono calpestati: la libertà personale, il diritto d'asilo, il diritto alla difesa. Molti di questi nuovi commi entrano proprio a limitare questi diritti fondamentali, e questo ci richiama alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, che è un attuazione della Dichiarazione Universale (dei Diritti dell'Uomo, nda.) letta all'inizio.
Noi non possiamo dimenticare che si tratta anzitutto di persone, e che chiunque migra non lo fa volentieri. La migrazione non è, di per sé, un fenomeno positivo: è un fenomeno neutro. A volte si può essere costretti a migrare perché non ci sono alternative. Immaginare invece che, cambiando una legge, la migrazione cessi è una grande ingenuità. La storia e la sociologia ci dimostrano che i flussi migratori cambiano solo percorso, non cessano per niente. Perché se non cessa la situazione che spinge alla migrazione, non cessa neppure la situazione che spinge le persone ad arrivare comunque sul territorio europeo. Questo è un grosso problema; l'altro è quello demografico: è chiaro che l'Italia sta per attraversare l'inverno demografico. Questo significa che dovrà arrivare a immaginare, come si era già fatto, regolari ingressi per lavoro, molto più massicci di oggi; oggi sono del tutto irrilevanti. Allora è chiaro che resterebbe come residuale l'ingresso chiedendo asilo. Ma se non ci sono flussi regolari per lavoro... L'ISTAT dice che, per mantenere l'equilibrio demografico, all'Italia occorrerebbero 350 mila nuove persone ogni anno, e non ci siamo.

Qualcuno a caldo ha detto che la combinazione tra il decreto Salvini e la chiusura dei porti alle imbarcazioni delle ONG rischia di cancellare il diritto di asilo, tutto intero, in Italia. Lei è d'accordo?

Sì e no. Perché poi uno arriva non solo via mare ma via terra, negli aeroporti, un po' dappertutto. La chiusura dei porti è una chiusura di dubbia legittimità, perché esistono le norme del diritto internazionale del mare che impongono di accogliere, o comunque di salvare, le persone in difficoltà in mare. Il vero problema è la solidarietà europea, che in questi casi si esercita molto male. Questo è il tema della migrazione collegata all'unità europea. L'unità europea è nata con e per la migrazione! Gli emigrati italiani, grazie all'Unione Europea, sono stati trattati nello stesso modo in tutti i paesi dell'Unione. È stata proprio l'Unione che ha spinto la libertà di circolazione, soggiorno e stabilimento. Quindi un'Unione nata per governare i flussi migratori, rischia di sfasciarsi perché non riesce a trovare l'accordo sul governo dei flussi migratori. Ne va della pace per tutti, e senza la pace non ci sono diritti fondamentali. Il vero problema, di tutti, è che pace e diritti umani sono cose che uno capisce quando non ci sono più; e invece dobbiamo tenerceli molto stretti. Quando io non assicuro i diritti a qualcuno intorno a me, i miei diritti prima o poi saranno conculcati. La sicurezza degli altri, anche se stranieri, è la mia sicurezza. Se invece io penso che la mia sicurezza venga dal conculcare i diritti degli altri, allora anche la mia sicurezza sarà in pericolo; anche se non l'ho ancora capito.

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