Dissesto Italia, ISPRA: 29,5 miliardi e dieci o vent'anni di lavori. Situazione critica: 7,5 milioni di italiani convivono col rischio di frane o alluvioni. In evidenza

Scritto da   Martedì, 20 Novembre 2018 19:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: Pixabay.com

L’ondata di maltempo che ha attraversato l’Italia da nord a sud ha colpito il paese in maniera violenta, provocando diverse vittime oltre a danni veramente ingenti. Le immagini provenienti dalla Liguria, dalla Sicilia, dal Veneto e da tante altre regioni hanno impressionato tutti, ma purtroppo è risaputo che il territorio italiano è in gran parte a rischio.

Lo sottolineava ad esempio l'ultimo Rapporto “Dissesto idrogeologico in Italia”, presentato in estate dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che dichiarava come 3 milioni di famiglie per un totale di 7 milioni di italiani, vivano in territori ad alto rischio. Siamo tornati a parlare di questa emergenza con Alessandro Trigila, geologo e ricercatore dell'ISPRA, tra gli autori del rapporto, intervistato per “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

Dottor Trigila, il rapporto dell'Ispra di luglio purtroppo si è rivelato profetico. Vorrei che ripetesse i dati salienti di quel rapporto e gli indici di peggioramento della situazione, rispetto ai rapporti degli anni precedenti.

Subito una precisazione: l'aumento, sia delle superfici che del rischio, in realtà è però legato a una maggiore conoscenza del territorio. Ciò significa che, in questi tre anni, le autorità di bacino distrettuali (i soggetti istituzionali che producono le mappe che noi poi "mosaichiamo" e riportiamo nelle mappe nazionali) hanno condotto degli studi che hanno migliorato il dato. I principali parametri che si possono leggere nel rapporto sono: il 91% dei comuni italiani a rischio (idrogeologico, nda.), che è un dato particolarmente rilevante; abbiamo anche nove regioni con il 100% dei comuni (a rischio, nda.). Per quanto riguarda la popolazione, a rischio sono oltre 7,5 milioni di abitanti; di questi, sei milioni sono a rischio alluvioni, e circa un milione e mezzo a rischio frane.

Purtroppo negli ultimi tempi “tutti” gli italiani hanno capito che costruire sugli alvei dei fiumi e dei torrenti prima o poi chiede un tributo, se non in vite umane in danni economici. A parte fiumi e torrenti quali sono le situazioni più a rischio per le abitazioni? Le frane, i valloni, le pareti rocciose?

Intanto un primo aspetto:il territorio italiano è per il 75% montano e collinare. Questo determina che l'Italia sia anche il paese con più frane in Europa: ha oltre 620 mila frane, rispetto al totale europeo che è di 900 mila. Quindi le frane sono fenomeni molto diffusi sul territorio, anche se poi sono di ridotte dimensioni. Le alluvioni che generalmente, sono nelle grandi pianure, sono dovute all'esondazione dei fiumi come il Po, l'Adige, o l'Arno, come nella famosa alluvione del 1966 di cui il 4 novembre è stata la ricorrenza. Quindi l'Italia ha entrambi i tipi di fenomeno. Quelli particolarmente critici e pericolosi sono in montagna, perché abbiamo delle maggiori pendenze e quindi sono fenomeni rapidi. I problemi più rilevanti per le frane, in termini di danni e di vittime, sono quelle chiamate colate detritiche, o colate di fango e detriti, che hanno elevate velocità e quindi un impatto significativo.

Come successe a Sarno anni fa?

Esattamente. Il riferimento è proprio quello di Sarno. Adesso, grazie all'Ispra e alle autorità di bacino distrettuali, conosciamo quali sono le zone più pericolose. La “pericolosità” è un parametro che esprime la probabilità di accadimento di un fenomeno; quindi [pericolose] sono le aree dove c'è maggiore probabilità che si verifichino frane o alluvioni. Quindi abbiamo le mappe; perché ci sono spesso così tanti danni? Il problema è di una errata pianificazione. Sostanzialmente, specialmente in passato, dal dopoguerra fino agli anni '70-80, c'è stata un'urbanizzazione, un'espansione delle aree urbane un po' disordinata. C'è poi l'abusivismo che va a gravare la questione. Abusivismo significa costruire delle case senza regole, senza autorizzazione, quindi in zone che possono essere pericolose; non sempre, però spesso. A una distanza minore di 150 metri da un fiume o da un torrente, se si segue un iter di approvazione, probabilmente [il permesso] viene negato perché [si è] in un'area a rischio. Quindi costruire abusivamente, al di là dell'evasione della fiscalità, determina l'esporre a una condizione di rischio anche la propria famiglia, perché uno poi ci va ad abitare.

A questo proposito: io abito in una grande città, in una periferia che probabilmente cento anni fa era era natura, una collina. Come posso sapere se, per esempio, casa mia è sopra un terrapieno, un torrente interrato, un vallone che è stato riempito per poterci poi costruire sopra, magari anche legalmente? Non si parla solo di abusivismo, purtroppo.

Assolutamente. L'Ispra ha fornito i dati all'Istat, quindi ci sono diverse piattaforme cartografiche: mappe consultabili sul nostro sito internet. Per esempio c'è il portale geologico dell'Ispra. Lo sforzo che secondo me dobbiamo fare adesso, come amministrazione pubblica in generale, è facilitare l'accesso al cittadino, cioè rendere questa navigazione il più semplice possibile. Questo è ancora un obiettivo da perfezionare. L'altro punto è la comunicazione. Anche grazie allo sforzo della carta stampata, della radio e della televisione, l'obiettivo è far acquisire al cittadino una maggiore consapevolezza: intanto controllare se la propria abitazione si trova in un'area a rischio; poi magari, in certe situazioni, avere dei comportamenti di maggior prudenza. Ad esempio, se c'è una situazione particolarmente critica (in caso di alluvione, nda.), salire al piano superiore; oppure evitare di prendere l'automobile, perché spesso ci si allontana in auto, oppure [la si prende] per salvare l'auto. I sottopassi sono dei luoghi molto pericolosi, perché quando si riempiono d'acqua non si ha la percezione esatta dell'altezza; quindi si può immaginare che ci siano dieci centimetri d'acqua e magari c'è un metro. Il sottopasso è un luogo molto pericoloso, da evitare, specialmente nel caso delle esondazioni dei fiumi e dei torrenti.

Altra immagine emblematica di questi giorni è quella dei mosaici di San Marco a Venezia, sommersi dall'acqua alta. C'è una parte del rapporto che parla del rischio del patrimonio culturale; perché non sono a rischio solo le nostre abitazioni ma anche la nostra cultura e i luoghi di lavoro.

Certo. Noi abbiamo sviluppato più indicatori di rischio. Il più utilizzato è quello della popolazione, ma abbiamo anche elaborato l'indicatore relativo all'industria e ai servizi, quindi le imprese, e anche ai beni culturali. Non dimentichiamo che l'Italia ha 53 siti Unesco, cioè patrimoni dell'umanità, e sono ovviamente tra i luoghi più belli del mondo. È quindi anche un dovere della nazione, cioè dello Stato, delle regioni e dei comuni, tutelare al meglio i beni culturali e architettonici. Oltre a Venezia, che ha una criticità particolare relativa ovviamente all'acqua alta, c'è ancora il caso di Firenze. A Firenze c'è stato appunto l'alluvione del '66 e di fatto il centro storico è un museo all'aperto. Oltre agli Uffizi c'è una ricchezza culturale straordinaria che tuttavia è ancora in parte esposta al rischio. Dal 2015 sono state finanziate delle opere per realizzare quelle che si chiamano vasche o casse di laminazione, che servono per contenere temporaneamente parte della piena,stoccarla e poi rilasciarla in un secondo tempo. Queste vasche, [posizionate] a monte, consentono appunto di ridurre l'altezza dell'acqua in città. Alcune sono in corso di realizzazione. L'efficacia delle opere si ha quando sono completamente terminate.
Oltre ad avere la banca dati delle frane, che si chiama “IFFI - Inventario dei Fenomeni Franosi d'Italia”, abbiamo anche un'altra banca dati: il “RENDIS - Repertorio Nazionale degli Interventi in Difesa del Suolo”. Anche questa banca dati è accessibile sul sito dell'Ispra: si può vedere lo stato di attuazione, cioè a che punto sono i lavori dei vari interventi sul territorio nazionale.
Quando immaginiamo di risolvere un problema, dobbiamo anche considerare che i tempi medi di attuazione, dal punto di vista tecnico, sono di circa quattro anni e mezzo. Le varie fasi sono: un finanziamento; il trasferimento dei fondi dei fondi all'ente attuatore, cioè all'ente che realizza l'intervento, la stazione appaltante; la progettazione; poi ci sono la gara, l'esecuzione dell'opera e il collaudo. Quindi è un processo abbastanza complesso che alcune volte subisce anche dei ritardi, legati per esempio a contenziosi sull'aggiudicazione; delle volte, purtroppo, ci sono degli ulteriori rallentamenti legati a questi aspetti.

Il discorso è che non si risolve il tutto in un giorno o con il finanziamento di una legge finanziaria. Perciò, quanto tempo ci vorrebbe, secondo voi, per risanare questo dissesto cronico? Quanti anni o decenni?

Dai dati che abbiamo in possesso all'Ispra, facendo riferimento alle richieste delle regioni, abbiamo circa 9000 istruttorie. L'importo complessivo, il fabbisogno, è intorno ai 29,5 miliardi di euro. Dopo di ché questo piano piano nazionale, o come si voglia chiamare, ha bisogno ovviamente dei tempi di attuazione. Un'opera piccola [si fa] anche in due anni o in tempi minori, però il tempo medio più o meno è quello che abbiamo visto (minimo quattro anni, nda.). Questo significa che bisogna immaginare un programma che abbia dieci, quindici, vent'anni di attuazione. Però bisogna certamente continuarlo; non iniziarlo, perché diverse cose sono state fatte: nel 2015 è stato fatto un piano stralcio delle aree metropolitane per 650 milioni di euro con interventi nelle città di Genova, Firenze, qualcosa a Roma, e nella città di Milano. Peraltro recentemente ho sentito che hanno dei rallentamenti, quindi in realtà non siamo nella fase terminale. Però la situazione è sicuramente e particolarmente critica.

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