Musumeci: “Il petrolchimico di Gela è l'amara testimonianza di una politica di sviluppo sbagliata e suicida” In evidenza

Scritto da   Martedì, 15 Gennaio 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto PhilipBarrington / Pixabay.com

Nello Musumeci è presidente della Regione Sicilia da poco più di un anno. Negli ultimi due mesi l'isola ha subito due eventi naturali di grande impatto sulle popolazioni. A inizio novembre, dopo alcuni giorni di piogge intense una serie di alluvioni ha colpito la provincia di Agrigento.

Alla ribalta della cronaca nazionale è salita in particolare l'esondazione del fiume Milicia che, nel comune di Casteldaccia ha causato la morte di un'intera famiglia di nove persone intrappolate nella propria casa. Nelle stesse ore, una coppia di coniugi in viaggio dalla Germania, ha perso la vita quando l'auto è precipitata in un fossato per il cedimento della strada nel comune di Cammarata. Le vittime sono state in totale quattordici.
Poco meno di due mesi dopo, il giorno di Santo Stefano, un terremoto nella provincia di Catania, per fortuna senza vittime, ha causato l'evacuazione di diverse famiglie, tutt'ora assistite fuori di casa dalla Protezione Civile. Una situazione di emergenza che continua, visto anche il ripersi del sisma ai primi di gennaio.
Per la nostra rubrica radiofonica “A conti fatti”, trasmessa da Radio Vaticana Italia, abbiamo interpellato il presidente Musumeci a proposito di queste manifestazioni naturali che, per quanto inevitabili, si aggiungono a una storica situazione di diffuso dissesto idrogeologico e scorretta gestione del territorio. Musumeci stesso ha posto recentemente l'accento su questo tema, inserendo la ristrutturazione antisismica delle strutture strategiche siciline tra i quattro “buoni proponimenti” del suo governo per il 2019. Governo che, per la verità, ha fatto segnare un punto a suo favore proprio nell'ultimo giorno del 2018 quando, riuscendo a certificare le spese di una serie di progetti, è riuscito a impegnare 118 milioni del Fondo Sociale Europeo e ben 719 milioni del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, impedendo che questi finanziamenti tornassero a Bruxelles, da dove erano stati stanziati a patto di riuscire ad impegnarli entro la fine del 2018.
Altri temi caldi della politica siciliana e nazionale sono, in questo periodo, gli sbarchi dei migranti e il petrolchimico di Gela. Il gigantesco impianto di raffinazione e trasformazione di combustibili fossili, dagli anni '50 ha caratterizzato per decenni il panorama, fisico ed economico, della costiera sud occidentale della Sicilia. Il presidio industriale, di proprietà dell'ENI, ha cessato le sue produzioni ed attende ora una nuova destinazione d'uso, auspicabilmente sostenibile: ENI, Governo nazionale e Regione Sicilia sono in trattativa per definirne il futuro. Sul fronte delle migrazioni si è appena conclusa la vicenda delle navi Sea Watch e Sea Eye, bloccate dal 22 dicembre all'8 gennaio al largo di Malta con una cinquantina di persone a bordo. Il destino di questi migranti dall'Africa è ancora incerto, ed ha scatenato le polemiche tra fautori e detrattori del “Decreto sicurezza” e della politica della chiusura dei porti italiani alle navi che li soccorrono. Anche su questo tema il presidente Musumeci ha espresso la sua posizione, nell'intervista di “A conti fatti” che qui riportiamo integralmente.

 

La Sicilia, in questi ultimi tempi, purtroppo è stata oggetto di due manifestazioni del cambiamento climatico e del dissesto idrogeologico che colpiscono il nostro paese. Mi riferisco all'alluvione della zona di Palermo e Agrigento di inizio novembre e, dopo Natale, al terremoto di Catania, che ha avuto una nuova manifestazione anche ai primi di gennaio. Qual è la situazione in queste due zone?

Vorrei dire che i due eventi calamitosi non costituiscono assolutamente una novità nella storia della nostra isola. La Sicilia è la regione italiana a più alto rischio sismico, con una condizione geologica di precarietà nota a tutti. La verità è che è mancata, nel passato, una corretta lettura del territorio e soprattutto una seria politica di previsione e di prevenzione, dimenticando che noi siciliani siamo condannati a convivere con il rischio; che non è solo quello delle alluvioni, quindi idrogeologico, che non è solo sismico, ma è anche vulcanico, industriale e legato agli incendi boschivi.
È chiaro che i due ultimi eventi hanno messo a nudo una realtà, appunto quella della mancata prevenzione, che adesso trova risposte concrete nell'azione del mio governo. Abbiamo già istituito (prima ancora dell'alluvione) l'autorità di bacino. Immagini: la legge nazionale la prevedeva già nel 1989. È lo strumento che adesso consente di pianificare il reticolo, la mappa, dei corsi d'acqua nell'isola, e di avviarne naturalmente gli interventi di pulitura, gli interventi infrastrutturali.
Per quanto riguarda il sisma, abbiamo deliberato il piano straordinario anti sismico che consente intanto una ricognizione degli edifici strategici: penso alle prefetture, ai comuni, agli ospedali, alle scuole, alle caserme, che vanno messi in sicurezza e a norma. Non è immaginabile che una struttura strategica non possa resistere alle sollecitazioni sismiche. Le ricordo che a L'Aquila, il primo edificio a crollare è stato la prefettura. Partiamo da questo dato per poi passare ad una valutazione molto seria del patrimonio abitativo privato. In Sicilia interi quartieri, anche costruiti nel dopoguerra, non sono a norma. Aggiungo che quasi l'80% degli edifici scolastici non obbedisce alle esigenze antisismiche. Tutto questo le dà l'idea di come il piano di previsione e di prevenzione abbia bisogno di particolari cure e di sostanziose risorse finanziarie, che inevitabilmente chiederemo al governo centrale.

Per fortuna ci sono state anche buone notizie tra la fine del 2018 e l'inizio dell'anno nuovo. Ha avuto rilevanza nazionale la notizia dell'intercettazione dei fondi europei da parte della Regione Sicilia, con la certificazione della spesa in alcuni campi importanti come il sociale, l'agricoltura e le infrastrutture della rete elettrica legate alle fonti rinnovabili. Può spiegare bene questo meccanismo che lei giustamente vanta di aver sfruttato in pieno, cosa non usuale nel nostro paese? Come funzionano questi fondi europei? Come li avete intercettati e, soprattutto, come saranno spesi questi soldi, in quali progetti?

La stagione dei fondi europei è iniziata nel 2014. Dal 2014 al dicembre del 2017 la Regione Sicilia aveva certificato una spesa di appena 6 milioni di euro. L'Unione Europea aveva già imposto una scadenza: nel 2018, il 31 dicembre, la Regione avrebbe dovuto certificare una spesa di 674 milioni di euro. Sarebbe stato davvero difficile, in dodici mesi, poter coprire quindi circa 660 milioni di euro. Abbiamo messo al lavoro tutte le direzioni generali dell'amministrazione regionale, con un clima davvero corale di mobilitazione, ma anche di pathos. Ne abbiamo fatto una questione di orgoglio, ma anche di responsabilità: perché una regione povera come la Sicilia non può permettersi il lusso di rimandare indietro le risorse che Bruxelles mette a disposizione. E abbiamo fatto un mezzo miracolo, nel senso che, con carenza di uomini e di strumenti, e partendo assolutamente svantaggiati, al 31 dicembre scorso abbiamo certificato 719 milioni di euro. Quindi ben oltre la cifra, il target, che ci era stato imposto dalla Commissione Europea. Parlo soltanto delle PO FESR: quindi del fondo dedicato allo sviluppo regionale. Anche sugli altri fondi, quello dell'agricoltura, quello della pesca, quello sociale, abbiamo superato, e anche di molto, il limite minimo fissato da Bruxelles.
Mi consenta di dire che la Sicilia si è finalmente allineata alle altre regioni italiane virtuose, e nessuno potrà più dire che non siamo capaci di spendere il denaro. Per carità, non mi faccio molte illusioni: non basta spendere il denaro, bisogna anche saperlo spendere. Una parte della programmazione dei 719 milioni apparteneva al precedente governo, eravamo quindi costretti a mantenerla. L'altra parte l'abbiamo avviata noi su obiettivi assolutamente significativi. Lei ha ricordato l'efficientamento energetico: abbiamo dato 40 milioni di euro ai comuni che ne hanno fatto richiesta; abbiamo assegnato 80 milioni a Terna e ad Enel per nuovi impianti e per la distribuzione dell'energia; e poi l'ambiente, le politiche sociali, le infrastrutture. Anche se, su questo fronte, subiamo una marcia non assolutamente adeguata alle esigenze dell'isola. Mi riferisco alla lentezza con la quale Anas ed RFI procedono nella esecuzione dei lavori di loro pertinenza in Sicilia. Altrove, un loro cantiere si può chiudere in un anno e mezzo; da noi, per aprirlo, ci vogliono anche quattro anni. Tutto questo non è concepibile. Noi abbiamo aperto un contenzioso “morale” con le due grosse aziende; confidiamo in un cambio di marcia.

In Sicilia esiste un residuo del passato industriale italiano: il petrolchimico di Gela, chiuso da alcuni anni. È uno di quei fronti del rinnovamento sostenibile del prossimo futuro del nostro paese. Ci sono diverse ipotesi in campo: la riconversione nella produzione di biocarburanti, e c'è chi parla di termovalorizzatore. Lei ha parlato, per Gela, di una Zona Economica Speciale, e addirittura di “petrolio archeologico”, riferendosi ovviamente ai tesori storici della città. Qual è la partita che si gioca a Gela, e che destino avrà il petrolchimico secondo la sua visione?

Gela è l'amara testimonianza di una politica di sviluppo in Sicilia sbagliata e suicida: quella che è stata perseguita dalla fine degli anni '50 in poi. Assieme a Milazzo e al siracusano, Gela ha rappresentato, per oltre mezzo secolo, il più grande colosso petrolchimico d'Europa. Ne abbiamo pagato le conseguenze, e in parte continuiamo a pagarle: l'inquinamento della terra, dell'aria, del mare; e le illusioni di migliaia di lavoratori che hanno visto dimezzato il carico della forza lavoro in quelle aziende. Finalmente è cominciata l'opera di riconversione industriale. A Gela l'ENI, con cui abbiamo già avuto un primo franco incontro, ha avviato il passaggio dalla trasformazione tradizionale (del petrolio, nda.) al carburante biologico. Ci sono buone prospettive perché su questo fronte si possa lavorare anche nei prossimi anni. Noi, come Governo regionale, abbiamo sottoscritto il piano di riconversione col Governo nazionale, mettendoci per ora 10 milioni di euro; 15 li ha messi Roma, ma contiamo sull'intervento delle imprese private.
Non c'è dubbio che il futuro di Gela non può essere solo quello di un'industria leggera e verde. Gela è un grande giacimento archeologico, forse tra i più ricchi della Sicilia. Abbiamo finanziato alcune campagne di scavo e stiamo completando quelle già avviate: emerge ogni giorno, ad ogni colpo di piccone, un pezzo di città antica. Noi immaginiamo che Gela possa trarre vantaggio per la sua economia anche da un moderno e robusto segmento del turismo culturale. Abbiamo in progetto la realizzazione del museo delle navi da guerra antiche. Stiamo aspettando che si definisca un contenzioso al TAR per poi, in estate, procedere all'adeguamento di un apposito museo. Stiamo potenziando il museo archeologico. Sono convinto che il futuro, non solo di Gela ma della Sicilia, debba ancorarsi alla valorizzazione e alla fruizione di un patrimonio culturale che qui c'è, e che quindi non va inseguito né immaginato.
Insomma, un nuovo modello di sviluppo che non criminalizzi l'industria, assolutamente; ma che dica per esempio ai petrolieri del siracusano, e dell'area messinese, che in Sicilia bisogna finalmente cominciare a rispettare le regole, e che la politica non andrà a trattare con loro con atteggiamento remissivo e col cappello in mano. È la politica che scrive le regole, e pretende che vengano rispettate da tutti.

Vorrei chiudere con un altro argomento di strettissima attualità ma non solo, direi epocale: le migrazioni. Lei ha dichiarato che non farà la fronda al decreto sicurezza del Ministro dell'Interno; però, di fatto, è Presidente di un'isola al centro dei flussi migratori dall'Africa all'Europa. Un fenomeno storico. Tra l'altro lei è stato per molto tempo europarlamentare, quindi conosce anche l'atteggiamento dell'Europa in questo senso. Le chiedo una visione di lungo periodo: come finirà questa storia?

Sulla polemica (dell'opposizione di alcuni sindaci e amministratori pubblici all'applicazione del “Decreto sicurezza”, nda.) non intervengo perché il presidente di una regione è il depositario e il riferimento della legge: è il primo riferimento di chi deve obbedire alle leggi dello Stato. Quindi le leggi si possono anche non condividere, si può anche dissentire, ma non si può dire: “non le applico”. Per manifestare il proprio dissenso esistono i luoghi deputati a farlo.
Detto questo, il fenomeno migratorio è destinato a durare ancora per tanto tempo, purtroppo. L'Europa è stata cinicamente assente. Noi, dal 2008/2009, soltanto in Sicilia abbiamo potuto e dovuto vivere il dramma per ospitare decine di migliaia di nostri sfortunati fratelli; alimentando anche un'industria: la cosiddetta industria dell'immigrato che nell'isola ha consentito a qualche spregiudicato dei facili arricchimenti e clientele politiche.
Quindi la soluzione sta a Bruxelles: l'Europa deve intervenire nel continente africano. Siccome soltanto il 10% di chi sbarca in Sicilia è realmente candidato ad essere riconosciuto profugo, tutto il resto è migrazione economica. Perché continuare a impoverire le terre africane? Ogni ragazzo che parte dall'Africa è una risorsa in meno per quelle terre. Allora è lì che l'Europa ricca e opulenta deve intervenire, mettendo a disposizione le proprie competenze tecnologiche, scientifiche e professionali. È lì che bisogna preparare i giovani. È li che deve maturare il futuro, il progetto di ogni ragazzo.
Bisogna smetterla di fare gli ipocriti. In Sicilia sono ancora centinaia le ragazze di colore che stazionano ai margini delle strade statali o provinciali in attesa che si fermi il cliente, sotto il caldo sole d'estate, nel rigore e nella rigidità dell'inverno. Non è possibile. O ancora il fenomeno del caporalato, che si sviluppa sotto l'indifferenza di chi poi, davanti ad un computer, fa finta di indignarsi per le cose che avvengono nel Mar Mediterraneo.
Dunque la posizione del Presidente della regione siciliana è questa: chi ha diritto ad essere ospitato venga a casa nostra e ha il diritto a integrarsi, a lavorare, a imparare la lingua italiana, a rispettare le nostre leggi, senza rinunciare naturalmente al proprio credo religioso. Ma il clandestino, o chi non è previsto dalla legge, che sbarca in Sicilia e deve diventare manovalanza per spregiudicati criminali, non può assolutamente essere una soluzione. Ecco perché noi riteniamo che l'Europa debba finalmente compiere un atto di coraggio: tutti solidali, e non solo l'Italia. L'Italia credo che abbia dato già abbastanza su questo fronte, per dieci anni. Ma soprattutto: interventi seri di sviluppo e di cooperazione economica nelle terre povere del continente africano.

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