Il Piano Energia e Clima del Governo non basterà a contrastare i cambiamenti climatici In evidenza

Scritto da   Martedì, 05 Febbraio 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Poco ambizioso, insufficiente, basato su valutazioni ormai superate e destinato ad essere corretto su indicazione dell'UE e dell'ONU. La reazione di molte associazioni ed esperti di ambiente sulla proposta di Piano Energia e Clima avanzata dal Governo italiano alla Commissione Europea è fredda e generalmente critica.

Il quadro generale è l'Accordo di Parigi del 2015, che prevede il contenimento del riscaldamento medio globale entro i 2° in più rispetto ai livelli precedenti alla rivoluzione industriale. L'accordo prevede che i singoli stati firmatari (praticamente tutti quelli dell'ONU) comincino nel 2020 ad attuare i loro piani per diminuire inquinamento e consumi secondo gli impegni presi. Questa presentato dal Governo è appunto la “bozza” del piano italiano, presentata un anno prima all'Unione Europea, e ora al vaglio di Bruxelles. Il mondo dell'ambientalismo e molte delle realtà che si occupano di sviluppo sostenibile non hanno accolto positivamente i dettagli di questo piano che, ad esempio, prevede che entro il 2030 il 30% dell'energia utilizzata in Italia abbia origine da fonti rinnovabili.
Ne abbiamo parlato con Andrea Barbabella, coordinatore Energia e Reporting della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, intervenuto in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia. 


Qual è la lettura della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile della proposta di Piano Nazionale Energia e Clima che il Governo ha presentato all'Unione Europea poche settimane fa?
Innanzitutto è importante che il Piano ci sia, e che sia stato presentato. Quindi diamo il benvenuto a questo strumento davvero molto importante. Sostanzialmente ci indica la strada che il sistema energetico nazionale dovrà seguire da qui ai prossimi decenni, che saranno molto sfidanti. Avremo di fronte un grande impegno per il clima al quale dovremo in qualche modo rispondere: innanzitutto per ridurre le emissioni di gas serra. Il Piano serve per capire come il nostro paese intende organizzare questa risposta. Questo è un primo documento, perché entro la fine del 2019 si arriverà alla versione definitiva che verrà poi mandata a Bruxelles. Nel documento ci sono una serie di indicazioni: alcuni punti positivi e altri meno favorevoli in termini di riduzione delle emissioni di gas serra e rispetto degli impegni climatici. Onestamente, ci si sarebbe aspettati una maggiore ambizione, vedendo anche come era partito questo Governo: a cominciare dall'impegno sulle fonti rinnovabili che era stato uno dei cavalli di battaglia del governo neo istituito l'anno scorso. Invece ci siamo trovati di fronte a un piano tutto sommato non molto ambizioso e non molto coinvolgente, da questo punto di vista, perché non disegna grandi trasformazioni. Quelle grandi trasformazioni di cui purtroppo in realtà avremmo bisogno, se pensiamo all'obiettivo che abbiamo sottoscritto nel 2015 alla conferenza di Parigi sul clima: il primo trattato internazionale, il primo accordo internazionale sul clima, che coinvolge praticamente tutti i paesi del mondo, e che sostanzialmente prevede che noi, nel giro dei prossimi anni o poco più, azzeriamo le emissioni di gas serra “nette” bilanciando tra assorbimento ed emissioni. Sostanzialmente usciamo dall'era dei combustibili fossili nel giro di pochissimi decenni: quindi è un impegno molto arduo.
La debolezza del Piano non è solo negli obiettivi e nel percorso troppo timido che disegna, ma anche negli strumenti che indica. Questa non è una “strategia”, non è un “documento di visione”, è un “piano”: uno strumento operativo che dovrebbe individuare anche i meccanismi attraverso i quali si raggiungono determinati risultati. Mi rendo conto che il lavoro è difficile e gli obiettivi sfidanti; però nel Piano si va poco oltre una riproposizione e un rafforzamento degli strumenti già messi in atto fino a oggi, che hanno portato dei miglioramenti (abbiamo ridotto le emissioni del 20% e oltre rispetto al 1990) però hanno mostrato anche dei limiti e di certo non sono allineati con quelli che dovrebbero essere gli impegni di riduzione delle emissioni da qui al 2050: quelle emissioni nette “zero” di cui ho parlato. Quindi ci saremmo aspettati di trovare delle indicazioni per misure innovative: immagino la fiscalità ecologica o la tassazione del carbonio; ma anche di vedere nuovi strumenti che vadano oltre i classici meccanismi di incentivazione. Dobbiamo immaginare che, nel giro di pochi anni, dovremmo cambiare radicalmente quasi tutto il sistema energetico del paese: parliamo dei trasporti, di come ci riscaldiamo, di come produciamo energia elettrica. Banalmente, basti pensare al tema della generazione (di elettricità, nda.) distribuita (in tanti piccoli e medi, nda.): quanto cambierà il sistema, e quanto lo sta già cambiando, il fatto che noi oggi stiamo arrivando a prezzi di produzione di energia elettrica da fotovoltaico che sono competitivi con quelli delle fonti fossili? quindi, idealmente, senza neanche bisogno di incentivi? Chiunque potrebbe installare sopra la casa un impianto di generazione elettrica, magari fotovoltaico, e un sistema di accumulo, e in qualche modo quasi liberarsi, svincolarsi dalla rete. Oppure pensiamo a ciò che sta accadendo nel settore della mobilità, dove sta cambiando molto velocemente il nostro approccio ai trasporti nelle città e non solo: dalla concezione del mezzo di proprietà a nuove forme di sharing (condivisione dell’uso dei mezzi di trasporto, nda.), ai nuovi sistemi di trasporto basati su auto, veicoli e motorini elettrici che cominciamo a vedere veramente nelle nostre città, anche se sono ancora molto marginali. Tutto questo avrà un impatto enorme. È come se il Piano non vedesse questa trasformazione: come se questa trasformazione fosse in realtà una cosa leggera e, tutto sommato, basterebbe rafforzare un po’ gli strumenti che già abbiamo per “portarla a casa”. Purtroppo ho l'impressione che non sarà così.

Analizziamo alcuni dei punti chiave di questo Piano. Il primo è il 30% di energia consumata nel nostro paese che, entro il 2030, dovrà avere origine da fonti rinnovabili. Un terzo circa del totale sembra molto, anche perché oggi siamo poco sotto il 18% e superiamo già l'obiettivo previsto per il 2020. C'è da essere ottimisti?
Intanto questo 30% viene dopo che il nuovo Governo, a livello europeo, si era schierato a favore di un 35% complessivo, come sistema Europa, da raggiungere al 2030. Il dibattito era tra il 30% e il 35%; il punto di caduta finale è stato del 32%, anche grazie all’Italia che si è schierata per il target più ambizioso. Quindi, tornando al discorso della scarsa ambizione, possiamo dire che [il 30%] è sicuramente più basso di ciò che lo stesso Governo chiedeva per l'Europa, e che è anche al di sotto di quello che poi è stato deciso: appunto quel 32%. Ma il punto è che dobbiamo immaginare il lungo termine: il Piano è vincolante da qui al 2030, e quindi questi obiettivi sono fissati tra dieci anni o poco più: è pochissimo. Dal punto di vista industriale e tecnologico è pochissimo. Poi però dobbiamo guardare anche ai vent'anni successivi (cosa che peraltro il Piano non fa, perché ferma lo sguardo al 2040): quel 2050 a cui dovremmo arrivare in qualche modo con emissioni nette pari a zero. Ciò vorrà dire che, se non tutta, la maggior parte dell'energia dovrà derivare da fonti rinnovabili. Se guardiamo questa traiettoria, fare solo il 30% di rinnovabili al 2030 in realtà ci costringerebbe successivamente a una torsione, a una picchiata, per cercare di accelerare e raggiungere un sistema totalmente decarbonizzato. Quindi [il 30%] è basso in relazione agli obiettivi che ci siamo dati. Non è basso in assoluto: oggi siamo al 18%, secondo le ultime stime del 2017; si tratta quasi di un raddoppio da qui al 2030. Però, guardando al passato, in realtà possiamo dire che superare quel 30% è un tasso di crescita che noi potremmo sostenere, perché lo abbiamo già fatto. In realtà (cosa che peraltro che il Piano non vede) veniamo da quattro o cinque anni in cui il processo virtuoso di decarbonizzazione, durato fino al 2013, si è sostanzialmente arrestato, purtroppo non solo in Italia. A partire dal 2005 abbiamo vissuto una fase in cui la crescita delle rinnovabili, dell'efficienza, e la contrazione economica dovuta alla crisi del 2008 e del 2009, hanno portato a una forte riduzione delle emissioni, ma anche a una crescita importante delle fonti rinnovabili, che in pochi anni sono più che raddoppiate. Negli ultimi anni, a partire dal 2014 a oggi, questa crescita si è praticamente arrestata: siamo cresciuti ogni anno di frazioni di punto percentuale nella quota di rinnovabili sul consumo finale lordo. Siamo passati dal 17% al 18% in quattro-cinque anni. Ovviamente con questo trend non andiamo da nessuna parte, ma se guardiamo a quello che era avvenuto negli anni precedenti invece... Oltre a rivedere questo target [del 30%], che è evidentemente insufficiente in relazione agli obiettivi di stabilità climatica di Parigi, dobbiamo capire perché ci siamo fermati e capire quali sono gli strumenti che dovrebbero farci ripartire. Ripartire di corsa, chiaramente.

Un altro punto chiave di tutta la questione della sostenibilità è la riduzione delle emissioni di gas serra. La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha estrapolato un dato interessante da questa proposta di Piano: un 37% in meno rispetto ai livelli del 1990. Come va letto questo dato? 
Questo è un po’ il dato da cui partire: come un piano energia e clima dovrebbe essere disegnato, secondo noi. Cerchiamo di capire quali siano gli obiettivi climatici che dobbiamo raggiungere, al di là degli impegni sottoscritti negli accordi internazionali. Obiettivi che dobbiamo raggiungere, perché altrimenti il costo che pagheremmo sarebbe molto più alto di quanto possiamo immaginare. Questo lo abbiamo già concordato, tra i governi di tutto il mondo (con l’Accordo di Parigi, nda.): vogliamo stabilizzare il clima limitando l'aumento della temperatura al di sotto dei 2 gradi Celsius, facendo tutto il possibile per arrivare addirittura a 1,5° di innalzamento della temperatura, rispetto al periodo pre industriale (fine ‘800, nda.). [Aumento] che comunque provocherà danni, e in realtà li sta già provocando; molti li vediamo già oggi anche nel nostro paese. Quello è il driver principale su cui poi dovremmo costruire i nostri target successivi, sulle rinnovabili e sull'efficienza energetica. L'ultimo rapporto dell'IPCC, l'organo tecnico di supporto alla convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, ha fissato un punto molto importante: se vogliamo rimanere al di sotto di una soglia di sicurezza, ovvero mantenere il riscaldamento climatico al di sotto dei 2 gradi tendenti a 1,5°, dobbiamo sostanzialmente azzerare le nostre emissioni di gas serra entro il 2050. Quindi: se mettiamo questo punto fisso al 2050, tra poco più di trent'anni; vediamo il punto da cui partiamo adesso; e ci mettiamo in mezzo il 37% di riduzione delle emissioni, rispetto al 1990 proposto dal Piano per il 2030; vediamo che questo obiettivo semplicemente non è allineato con quello di lungo termine. È molto disallineato. Secondo le nostre valutazioni, ma anche secondo quelle dallo stesso Parlamento Europeo, per avere una traiettoria il più lineare possibile verso il 2050, sul lungo termine dovremmo arrivare a tagliare le emissioni almeno del 50% o addirittura del 55% rispetto al 1990. In questo modo ripartiremmo lo sforzo in modo più equilibrato nei vari anni, altrimenti rischieremmo di dover fare uno sforzo più grande in seguito, e quindi pagare un costo molto più alto. Tra 37% e 50-55% oggettivamente c'è una bella differenza.

Oltre alla transizione verso energie pulite e rinnovabili, e fonti non fossili, c'è un altro pilastro della sostenibilità: la riduzione dei consumi di energia che passa, ad esempio, dall'efficientamento delle industrie, delle abitazioni private e degli usi privati. Il Piano prevede una diminuzione di questi consumi del 43% rispetto a un parametro europeo che è fissato al 2007. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha messo in evidenza che l'Unione Europea ci chiedeva un -32%, quindi saremmo andati oltre del 9%. Il dato va letto così ottimisticamente o è anche “disallineato”?
Occorre spiegare meglio questo dato. L'impegno e gli obiettivi sull'efficienza energetica, a livello europeo, non vengono fissati in relazione a un punto fermo nel tempo, come accade per le emissioni per le quali si misura la riduzione rispetto al 1990, ma rispetto a uno scenario tendenziale. Per cui quel -43% è il livello di consumi in meno, il taglio dei consumi, che noi vorremmo raggiungere nel 2030 rispetto allo scenario tendenziale "businness as usual", cioè senza politiche attive innovative che l'Europa ha definito nel 2007 e poi aggiornato nel 2009. Sostanzialmente si tratta di scenari molto vecchi che, soprattutto, sono stati elaborati prima della crisi economica che ha inciso moltissimo sui consumi energetici, dell'Italia e non solo. Quindi il dato va rapportato perché vedere il 43% può far pensare a un dato abnorme. Detto ciò, in effetti l'obiettivo del Piano da questo punto è molto ambizioso, anche rispetto a questo scenario 2007: quel 43% di taglio dei consumi è un buon target. Il punto, però, è capire come lo si raggiunge. Torno a dire che il Piano dovrebbe contenere anche gli strumenti per raggiungere determinati obiettivi. Gli strumenti del Piano sull'efficientamento energetico in realtà non sembrano essere affatto sufficienti a consentire di conseguire quel 43%. Ciò che ci interessa sono sempre le emissioni di gas serra, che sono la combinazione di una serie di cose: la quantità di consumi, l'efficienza che attuiamo, la quantità di rinnovabili, o quale mix fossile utilizziamo. Se si persegue uno scenario in cui si riducono molto i consumi ma poi non lo si fa, in realtà che succede? Per esempio si è sottostimato il contributo delle rinnovabili, perché lo si è tenuto artificialmente basso. Quindi, da questo punto di vista, c'è un problema di equilibrio tra le diverse leve di intervento: si è stati molto timidi sulle fonti rinnovabili, mentre si è fissato un target ambizioso sull'efficientamento energetico, senza però dire come questo viene raggiunto.
Altro elemento importante è capire qual è la situazione di partenza. Nel Piano, come anche nella Strategia Energetica Nazionale presentata nel 2017 dal precedente governo, si fa riferimento al fatto che l'Italia sia già un campione di efficienza, se confrontata con gli altri paesi europei. In parte questo è vero: abbiamo consumi di energia pro capite e per unità di PIL che sono in genere sempre inferiori alla media europea, e inferiori anche a molti partner importanti come la Germania, la Francia e il Regno Unito e quant'altro. Dobbiamo però capire il perché di questi livelli di consumo. Viviamo in un paese che, fino a poco tempo fa, era il paese del sole; adesso magari un po' meno. Quindi siamo avvantaggiati, perché non abbiamo una parte dei consumi termici che devono sostenere i paesi dell'europa continentale, a cominciare dal riscaldamento domestico; e quelli pesano per una parte importante. Poi la nostra struttura produttiva: abbiamo la seconda manifattura europea, una parte importante, ma anche una componente di servizi a basso consumo di energia altrettanto importante. Il problema, come per le rinnovabili, è che in realtà siamo migliorati poco negli ultimi anni; cioè abbiamo abbiamo migliorato la nostra efficienza energetica meno di quanto abbiano fatto altri partner europei. Ciò vuol dire che le politiche che abbiamo messo in campo, come ad esempio le detrazioni fiscali sugli edifici, in realtà non hanno portato i benefici che ci saremmo aspettati. Per fare un piano si deve partire da questa valutazione e capire perché le misure precedenti non hanno funzionato; poi proporne di nuove o delle integrazioni a quelle messe in campo fino a oggi. Questa purtroppo è una cosa che manca nel documento.

Quali sono i prossimi passaggi. Abbiamo detto che è una “proposta” di piano: l'Europa ce la rimanderà indietro approvata o comunque commentata, e poi? Il Ministero ha promesso si avviare una fase di consultazione con la società civile e le associazioni; la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile sicuramente sarà seduta a questi tavoli: con quali obiettivi?
Il Piano è stato mandato alla Commissione Europea per le osservazioni che ci rimanderanno indietro entro i prossimi mesi. Contemporaneamente il Governo aprirà un tavolo di consultazione con gli stakeholder, al quale certamente la Fondazione parteciperà. Entro la fine del 2019 il Piano sarà inviato nella sua forma definitiva. Successivamente questo Piano entrerà nel percorso dell'Accordo di Parigi che entrerà in vigore proprio nel 2020. Quindi, sostanzialmente, questo è il Piano che poi noi consegneremo alle Nazioni Unite per spiegare come intendiamo ottemperare a quegli impegni. Come dicevo prima, sappiamo già che gli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo dati, come Europa e in particolare come Italia, non saranno sufficienti a rispettare l'impegno preso con l'Accordo di Parigi, il quale prevede che gli impegni vengano periodicamente rivisti. Quindi si prevede dal 2020 una prima verifica, alla quale sappiamo già adesso che non risponderemo a pieno, e che ci verrà chiesto di ritornare sui nostri obiettivi e, probabilmente, sullo stesso Piano, modificandolo al rialzo in termini di ambizioni.
Al tavolo porteremo ciò che cerchiamo di portare in continuazione con la nostra interlocuzione, anche a livello istituzionale: l'idea che si debba partire da un approccio diverso, più proattivo. Sappiamo dove dobbiamo andare: sappiamo esattamente qual è l'obiettivo a medio-lungo termine, da qui al 2050. Sembra molto tempo ma in realtà non lo è: trent'anni o poco più è un tempo veramente molto breve per rivoluzionare il sistema energetico di un paese. Quindi dovremmo misurarci subito sull'obiettivo di medio lungo-termine; e se anche gli obiettivi europei si rivelassero inadeguati per raggiungere quell'obiettivo, noi non dovremmo schiacciarci su di essi o limitarci a dire: “gli altri paesi fanno meno di noi”. Dovremmo cogliere in questo un'opportunità: tutti i paesi del mondo andranno in quella direzione, chi prima chi dopo. Probabilmente chi si incamminerà prima, investirà anche per primo in determinate tecnologie, che magari risulteranno da prima più competitive. Sarà quello che investirà su un nuovo tipo di occupazione: la cosiddetta occupazione verde, i green jobs. Sarà quello che non investirà in stranded assets, cioè in infrastrutture che si riveleranno inutilizzabili in pochi anni, perché appunto dovremo ridurre le nostre emissioni: ad esempio le centrali a combustibili fossili o, peggio, a carbone. Sarebbe bello se, per questo Governo, il Piano fosse l'opportunità per ragionare su una visione di paese a medio e lungo termine, che fosse positiva da tutti i punti di vista, non solo ambientali ma anche economici e sociali.

Poco ambizioso, insufficiente, basato su valutazioni ormai superate e destinato ad essere corretto su indicazione dell'UE e dell'ONU. La reazione di molte associazioni ed esperti di ambiente sulla proposta di Piano Energia e Clima avanzata a fine 2018 dal Governo italiano alla Commissione Europea è fredda e generalmente critica.

Il quadro generale è l'Accordo di Parigi del 2015, che prevede il contenimento del riscaldamento medio globale entro i 2° in più rispetto ai livelli precedenti alla rivoluzione industriale. L'accordo prevede che i singoli stati firmatari (praticamente tutti quelli dell'ONU) comincino nel 2020 ad attuare i loro piani per diminuire inquinamento e consumi secondo gli impegni presi. Questa presentato dal Governo è appunto la “bozza” del piano italiano, presentata un anno prima all'Unione Europea, e ora al vaglio di Bruxelles . Il mondo dell'ambientalismo e molte delle realtà che si occupano di sviluppo sostenibile non hanno accolto positivamente i dettagli di questo piano che, ad esempio, prevede che entro il 2030 il 30% dell'energia utilizzata in Italia abbia origine da fonti rinnovabili.

Ne abbiamo parlato con Andrea Barbarella, coordinatore Energia e Reporting della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, intervenuto in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 

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