Minorenni che migrano soli: il dramma di chi arriva in Europa soprattutto dai Balcani e spesso finisce in mano ai criminali. In evidenza

Scritto da   Martedì, 12 Febbraio 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Foto: TRASMO / Pixabay.com

“Migrare – ha detto papa Francesco – è espressione dell’intrinseco anelito alla felicità proprio di ogni essere umano, felicità che va ricercata e perseguita.”

L'aspetto peggiore del dibattito pubblico e politico sui migranti è la riduzione di tutto a numeri e a questioni logistiche. Arriva una nave con 200 persone; quante ne prende l'Olanda? quante la Germania? E se in Italia viene chiuso o sgombrato un centro di accoglienza, i migranti vengono caricati su pullman la cui destinazione finale dipende soltanto da quale Regione o Comune non ha raggiunto le quote percentuali di accoglienza, magari a centinaia di chilometri di distanza dal luogo di partenza. A volte gli uomini vanno da una parte, le donne e bambini dall'altra, oppure le persone vengono smistate in base all'etnia. Qualcuno considera le loro mete iniziali? le aspirazioni? i rapporti stretti durante il viaggio o nei centri d'accoglienza? le capacità e le speranze personali?
La questione è tanto più penosa quando il migrante è un minore non accompagnato da adulti, che ha perso i genitori o i parenti durante il viaggio, oppure è partito solo. Negli ultimi 10 anni, ogni anno, non meno di 10 mila minori non accompagnati hanno fatto richiesta di asilo in Europa. Più di 30 mila solo nel 2017. In Italia al momento ce ne sono oltre 11 mila, in attesa di un futuro certo e sotto la spada di Damocle del compimento dei 18 anni. La Caritas ha pubblicato sul tema il dossier “Minori migranti, maggiori problemi”, ne abbiamo parlato con Laura Stopponi, dell'Ufficio Europa di Caritas Italiana e curatrice del documento. L'intervista andata in onda in “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia.


Perché questi ragazzi non sono accompagnati? Alcuni ovviamente perdono il loro accompagnatore in seguito a delle tragedie, o anche perché partono con un adulto da cui poi si separano la strada. Altri però partono soli. Per quali motivi?

“Minori non accompagnati” è la definizione dei ragazzi privi di un adulto, dei genitori o di altri parenti che li accompagnano. Spesso perdono la figura adulta che li accompagna durante il tragitto, oppure partono perché i genitori investono in loro: sperano che il giovane possa farcela ad attraversare le mille insidie per arrivare in Europa.

Da dove partono? Per quali rotte e tragitti si muovono?
Le rotte cambiano rapidamente nel tempo. Principalmente sono due. Naturalmente, per quanto riguarda l'Italia, sappiamo che molti attraversano il mare. Molti di loro sono eritrei, del Gambia, della Guinea, ma in prevalenza vengono dall'Albania. Molti ragazzi minori arrivano con mezzi disparati. In Italia i minori non accompagnati sono circa 1500. L'altra rotta rilevante, per noi anche molto importante, è quella dei Balcani: ragazzi che arrivano dalla Turchia, entrano in Grecia attraversando il mare. Oppure tantissimi ragazzi arrivano via terra dall'Afghanistan, ma anche dall'Iran e dall'Iraq.

Questa direttrice turca è poco percepita dall'opinione pubblica italiana, perché ovviamente si parla di più degli sbarchi via mare. Sul dossier si legge che ci sono quattro milioni di rifugiati in Turchia, in attesa di spostarsi altrove.
La Turchia ha accolto un gran numero di persone provenienti dalla Siria, dall'Iraq e dall'Iran; ed è diventato uno di quei “paesi contenitore”: si parla di “esternalizzazione delle frontiere”, cioè di quei paese ai confini dell'Unione Europea ai quali si chiede di poter tenere queste persone. Naturalmente ciò dipende sia dalla volontà del governo che li accoglie (come sappiamo c'è stato l'accordo tra Unione Europea e Turchia) sia dalla volontà di queste persone che si sentono in un limbo: non sono nel paese di partenza né in quello di destinazione quindi, appena possono, scappano. Dalla Turchia il viaggio più breve è attraverso la Grecia; quindi ora c'è un movimento continuo, tanto è vero che l'isola di Lesbo è piena, e abbiamo il passaggio di circa 500 persone al mese. In realtà i numeri variano molto: dipende dalla stagione e dai controlli alle frontiere. Al momento c'è un gran numero di persone bloccate in Bosnia e in Serbia, arrivate da quella rotta.

Non dobbiamo fare l'errore di parlare di queste persone, adulti o bambini che siano, come di numeri. Sul dossier c'è una frase emblematica che descrive questi ragazzi, minori non accompagnati, come “prigionieri di un presente senza speranza”. Qual è il destino peggiore che può capitare loro durante il viaggio o arrivati alla meta?
Sono delle persone: ragazzini di 15, 16 o 17 anni che noi immaginiamo già grandi; i nostri ragazzi a quell'età vanno al quarto anno di liceo e noi li proteggiamo. Questi sono ragazzi privi di riferimento, in balia dell'onda, cioè delle persone. Se sono fortunati trovano nei campi [profughi] un operatore attento; là dove ci siano dei campi di accoglienza: perché i Balcani sono differenti dall'Italia, e dal 2015 stanno affrontando un'emergenza in maniera molto provvisoria e precaria. Molti di loro si ritrovano accampati nelle tende o alle periferie della città. Sono persone che non hanno e non percepiscono un futuro, per quanto possano essere giovani, con la volontà di arrivare alla destinazione finale che, principalmente, sono i paesi del nord Europa. Comunque sono bloccati, soprattutto quelli che incontriamo in Bosnia, Serbia e Albania. Bloccati senza sapere se riusciranno a proseguire il viaggio; senza informazione; senza accompagnamento. Ragazzi che non sanno che cosa succederà domani. Perciò spesso cadono vittima di persone che si prestano ad aiutarli ma in realtà sono criminali molto bene organizzati che sfruttano la fragilità di questi ragazzi i quali, pur di passare il confine, sono disposti a fare tutto.

Che cos'è questo “tutto”? Che cosa succede nel peggiore dei casi?
Dipende molto dal paese, dal luogo ma anche dal sesso. La maggior parte dei minori non accompagnati sono maschi, ma c'è anche un numero abbastanza elevato di ragazzine. In questo caso non sono “colte” nel viaggio ma vengono convinte nei paesi di partenza, non solo nei paesi dell'est, come tendiamo a pensare, ma anche in Africa: ragazzine di 15, 16 e 17 anni alle quali viene offerto un lavoro. Noi pensiamo che siano ragazze troppo giovani, ma in realtà nei paesi di partenza hanno già dei piccoli lavori. Viene offerta loro la possibilità di un lavoro in Italia ma, una volta che si ritrovano da sole, cadono preda dei trafficanti e sono destinate alla prostituzione. Questo non esclude i ragazzi, che però, per lo più, finiscono nelle maglie della piccola criminalità: spaccio o piccole attività illegali, in quanto difficilmente potranno essere arrestati.

In astratto, sembra difficile da credere, c'è differenza nel destino di chi riesce (o ha titolo) a chiedere asilo, e chi non lo fa, a prescindere dalla provenienza. Sul dossier si legge che “solo otto stati membri dell'unione europea riconoscono ai minori stranieri senza documenti lo stato di assistenza medica, riconosciuto a chiunque". L'Italia è uno di questi? Che differenza c'è tra un minore che chiede asilo e uno che non lo fa?
Chi non lo chiede è una persona senza identità. Non ha niente. Non ha possibilità di chiedere nulla, in quanto è privo dei suoi diritti di base. Non ha diritto all'istruzione, all'assistenza medica, a nulla. Succede soprattutto per quei ragazzi che pensano possa essere l'unica via per non essere costretti a vivere in un campo di accoglienza, e quindi raggiungere più facilmente il nord. Per quanto riguarda i richiedenti asilo, l'Italia ha una buona legge: la legge Zampa. La situazione si è complicata notevolmente con il decreto sicurezza, per una serie di motivi; però i ragazzi, che siano o meno richiedenti asilo, hanno diritto all'istruzione, all'assistenza medica, a un tutore. Perciò c'è una grande attenzione. Non è così in molti paesi europei: soprattutto quelli dell'est Europa, di recente immigrazione. I Balcani si ritrovano a vivere questa emergenza da pochi anni. In alcuni casi si sono attrezzati ma, naturalmente, i numeri elevati [dei flussi migratori] e la situazione economica di questi paesi rende difficile aiutare molti di questi ragazzi.

Un'altra frase riportata nel dossier sancisce una verità: “molti di questi bambini cresceranno e diventeranno cittadini europei”. Quali paesi dell'UE sono pronti a questo futuro? Qual è la destinazione migliore per questi ragazzi che magari non sanno neanche in partenza dove andare?
In realtà l'ideale per loro sarebbe il ricongiungersi con dei familiari. Molti di loro partono perché sanno che hanno un cugino o un lontano parente in un luogo, dove possono poi più facilmente integrarsi. Questa è la parola magica: integrazione; cioè fornire loro degli strumenti. Sono ragazzi che hanno subito uno stress enorme, delle violenze, ed hanno una situazione psicologica molto fragile. Dotarli di strumenti per favorire l'integrazione permetterà loro di diventare cittadini europei ovunque. Ultimamente l'Unione Europea, sulla base delle convenzioni, ha lavorato molto per favorire gli strumenti agli stati membri; ma ogni stato è diverso. Il nord Europa è più attrezzato. Ci sono molte difficoltà nei paesi “Visegrad”: Polonia, Repubblica Ceca; l'Ungheria, che ha totalmente chiuso i ponti; la Bulgaria, dove molti minori si trovano addirittura in carcere per “reato” di immigrazione. In Italia, a fronte del dibattito attuale sul tema della protezione umanitaria, ci sono ragazzini “in passaggio”, che stanno per diventare maggiorenni ed hanno richiesto un visto per la protezione umanitaria: si ritrovano praticamente “clandestini” a 18 anni, quindi non più tutelati perché non più minorenni, ma neanche dotati di documenti. Una situazione transitoria su cui bisogna stare molto attenti, perché potrebbe peggiorare.

Il dossier si chiude con una serie di proposte di Caritas Italiana. Che cosa manca a livello normativo e finanziario?
A livello normativo si chiede una grande attenzione da parte dell'Unione Europea ma anche dei singoli paesi: la costituzione di un piano europeo. Per i minori occorre ragionare in termini di Unione Europea; perché sono ragazzi in movimento, che cercano di raggiungere altri paesi e normalmente attraversano numerosi paesi europei. Si chiede la possibilità di ottenere dei dati, che è molto importante perché ce ne sono pochissimi, rispetto a questi ragazzi. Si chiede una strategia che lavori in profondità, ma anche nella prevenzione delle situazioni di questi ragazzi, aiutando le organizzazioni come la nostra nella gestione della situazioni emergenziali.
Dall'altra parte c'è il tema dei finanziamenti. L'Unione Europea sostiene gli stati attraverso i vari canali di finanziamento, ma sostiene anche le organizzazioni della società civile, soprattutto per quei paesi in fase di adesione. Questi finanziamenti dovrebbero essere “condizionati”: ad esempio non bisogna erogarli a quei paesi in cui si sa che i ragazzi vengono tenuti in situazioni di grave violazione dei loro diritti; cioè in campi che sono praticamente delle carceri, dove non sono garantiti il diritto all'istruzione e alla salute. Oppure, se i finanziamenti sono concessi agli stati, che questi spingano verso l'adozione di sistemi nazionali di protezione dell'infanzia; che siano quindi aiutati sia attraverso i finanziamenti, sia con attività di accompagnamento affinché i piccoli stati, soprattutto dei Balcani, si adeguino alle normative europee di tutela dei minori.

Foto: TRASMO / Pixabay.com
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