Italia indietro sullo Sviluppo Sostenibile. ASviS: la manovra conferma assenza di una visione organica In evidenza

Scritto da   Martedì, 05 Marzo 2019 12:45 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Italia indietro sullo Sviluppo Sostenibile. ASviS: la manovra conferma assenza di una visione organica

É stato presentato lo scorso 27 febbraio alla presenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di quello della Camera dei Deputati Roberto Fico il rapporto ASviS “La Legge di Bilancio 2019 e lo Sviluppo Sostenibile”.
L’analisi, portata avanti dagli esperti dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ha letto la recente manovra finanziaria con la lente dell’Agenda 2030 e dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che le Nazioni Unite hanno fissato come mete da raggiungere per garantire alle future generazioni un pianeta più sano, un benessere diffuso e una società più equa e giusta. È stata inoltre l’occasione per descrivere il posizionamento attuale del nostro paese su questi Obiettivi.

Il quadro che ne esce non è particolarmente roseo, l’Italia è ancora lontana dal raggiungimento degli Obiettivi e la manovra 2019 conferma l’assenza di una visione organica e di lungo periodo sui temi dello sviluppo sostenibile.
Ne parla intervenendo su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia Enrico Giovannini, portavoce ASviS, già presidente dell’Istat e Ministro del lavoro e delle politiche sociali sotto il governo Letta.

 

In occasione della presentazione della valutazione della legge di bilancio alla luce dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, l’ASviS ha anche presentato l’aggiornamento degli indicatori compositi che descrivono il posizionamento del paese su questi obiettivi. Che quadro ne esce?
Il 2017 è stato un anno positivo perché sono migliorati 10 dei 16 indicatori che siamo riusciti ad aggiornare, purtroppo per uno i dati non erano aggiornati e quindi non abbiamo potuto calcolare l'indicatore composito.
Per 10 indicatori su 16 il 2017 segna un progresso, per atri 4 la situazione peggiora, parliamo di alimentazione, di acqua, di sistema energetico e di ecosistemi terrestri, infine per 2, parliamo di educazione e cambiamento climatico, non ci sono cambiamenti significativi.
Il punto è però che, anche laddove ci sono dei miglioramenti, soprattutto legati alla ripresa economica, si parla di miglioramenti piccoli e comunque siamo ancora molto lontani dagli obiettivi che dobbiamo conseguire.

Siamo partiti da troppo lontano o stiamo camminando ancora troppo lentamente?
Ci sono casi diversi. Nel caso dell'educazione per esempio negli ultimi 6-7 anni abbiamo avuto dei miglioramenti, ma oggi siamo dove l'Europa era dieci anni fa, partivamo veramente da un livello molto basso.
Abbiamo avuto un forte investimento sull’innovazione tecnologica, la banda larga e così via, ma siamo indietro sulle infrastrutture fisiche e anche alcune infrastrutture digitali.
La situazione è estremamente variegata, quello che però è evidente è che la velocità del miglioramento è insufficiente ed è soprattutto molto volatile, è successo che alcuni indicatori che nel 2016 erano andati meglio siano peggiorati nel 2017.
Ci sono poi dei casi, come quello della condizione dell'ecosistema terrestre, che invece segnano peggioramenti continui e su cui quindi stiamo andando veramente in direzione sbagliata.

Veniamo alla legge di bilancio. Dal quadro che ne fa l'ASviS emergono forse più ombre che luci. Quali sono le misure che più positivamente andranno ad incidere sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile e quali le lacune?
In primo luogo il reddito di cittadinanza che se verrà attuato, e non è facile perché le complessità amministrative sono numerose, darà un forte contributo al miglioramento del primo obiettivo, quello della lotta contro la povertà; positivi anche alcuni investimenti contro il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio.
Quello che manca, lo abbiamo sottolineato in vari aspetti, è un quadro generale perchè in alcuni casi abbiamo delle misure contraddittorie rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile, in altri casi ci sono dei micro interventi che però non portano un grande cambiamento.
Abbiamo segnalato ad esempio che sull'economia circolare manca una visione strategica che potrebbe aumentare  la competitività del nostro paese e generare anche molti posti di lavoro.
Così anche nel caso della lotta al cambiamento climatico e della transizione giusta verso la decarbonizzazione su cui mancano fondi. Qualche giorno dopo l'approvazione della legge di bilancio il governo ha approvato un piano integrato energia e clima che dovrebbe condurre il paese verso la decarbonizzazione che senza finanziamenti avrà però un fortissimo ritardo nella sua applicazione.

Destano particolare preoccupazione gli indicatori e le prestazioni sugli obiettivi più legati all'ambiente, parliamo di protezione degli ecosistemi terrestri, di risorse idriche, di energia.
Ci sono dei segnali che sulla carta potrebbero essere utili come ad esempio il piano nazionale per le foreste e gli interventi per migliorare l'efficienza delle nostre reti idriche che come sappiamo fanno acqua da tutte le parti, per dirlo con una facile battuta.
Anche in questo caso serve però una visione molto più organica. Ci sono dei casi in cui purtroppo i ritardi sono stati accumulati da molti anni.
È il caso della mancata approvazione di una legge contro il consumo di suolo, che nel corso degli ultimi 10-15 anni in Italia è stato decisamente eccessivo rispetto alla dinamica della popolazione e ha messo a rischio moltissime aree del paese, che nella scorsa legislatura non è stata varata e su cui oggi non sentiamo discorsi o annunci da parte del Governo; si stanno muovendo alcune regioni, ma questo non è chiaramente sufficiente.
Questi sono messaggi che non danno un chiaro segnale di cambiamento di passo e soprattutto evidenziano assenza di una visione organica che veda economia, società, ambiente integrati in termini di politiche. Servono segnali che diano una indicazione chiara al settore privato che deve investire sulla riqualificazione urbana, piuttosto che sulla costruzione di nuove case o su automobili non inquinanti, cosa che purtroppo negli ultimi anni non è accaduta.

Secondo un sondaggio realizzato dalla Fondazione Unipolis, la stragrande maggioranza degli italiani si dichiara favorevole alle politiche per lo sviluppo sostenibile. Parliamo complessivamente di oltre l’80% del campione, il 63,6% “favorevole” e il 20,1% “molto favorevole”.
Tuttavia di questo desiderio non sembrano farsi carico le forze politiche. 
In sede di definizione della legge di bilancio la maggioranza di Governo ha votato contro la vostra proposta di trasformare il “Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica in “Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile”. Anche il governo precedente aveva fatto lo stesso.
I temi della sostenibilità non sembrano far parte dell’agenda politica, neanche in campagna elettorale.
Per le forze politiche non è facile tradurre l'idea di uno sviluppo sostenibile a tutto campo in slogan di breve termine o addirittura in un tweet di poche caratteri; questo spiega la difficoltà della politica ad avere questa visione complessiva che è invece proprio quello che i cittadini chiedono. Rispetto a tre anni fa la quota di persone che non avevano opinioni su questi temi si è ridotta drasticamente, ma la politica fatica a tradurre quello che è in realtà è assolutamente indispensabile in una visione comunicabile ai cittadini con effetti positivi di breve termine, ma anche di medio e lungo termine.
Altri paesi lo stanno facendo, stanno cambiando la governance e il lavoro del parlamento; non a caso abbiamo chiesto che da adesso in poi le relazioni tecniche delle future proposte di legge facciano una simulazione, come abbiamo fatto noi, del potenziale impatto delle nuove norme sui diversi obiettivi di sviluppo sostenibile.
Noi siamo indietro, siamo il paese che non ha un istituto pubblico per gli studi per il futuro, siamo un paese che legge poco, che studia poco e forse questo si riflette anche sull’attrattività di questi temi per i media che invece riescono a trovare maggiore attenzione su cose forse più spicciole, ma meno rilevanti per il nostro futuro.

Sono questioni che a livello locale possono funzionare di più rispetto al nazionale?
Il problema si pone su entrambi i livelli perché alcune decisioni sono certamente importanti a livello locale e impattano sulla vita dei cittadini direttamente, penso alla gestione dei rifiuti, alla messa in sicurezza dal rischio del cambiamento climatico.
Abbiamo però bisogno di decisioni nazionali, non frammentate nel momento in cui dobbiamo cambiare significativamente il sistema produttivo, penso all'economia circolare e alla transizione a una mobilità sostenibile.
Abbiamo chiesto al Governo, e su questo il Presidente del Consiglio mi è sembrato disponibile, di rilanciare un'agenda urbana per lo sviluppo sostenibile, con una strategia nazionale che superi la frammentazione delle decisioni che i singoli comuni stanno magari prendendo sui temi della riqualificazione, della mobilità sostenibile o della gestione di servizi sociali importanti.
Questa frammentazione e la complessità del nostro sistema istituzionale, con competenze spesso frammentate tra livello nazionale, regionale e comunale, non aiutano. È una delle nostre debolezze, ma proprio per questo abbiamo chiesto che il Governo assuma una posizione molto più forte in termini di programmazione e di coordinamento all'interno della conferenza unificata di ciò che fanno comuni e regioni.

A fine maggio andremo a votare per le elezioni europee. In che modo potrebbe cambiare lo scenario europeo e come potrebbe incidere sull'agenda.
L’Unione Europea ha competenze importanti, in parte esclusive e in parte concorrenti, sui temi dello sviluppo sostenibile.
Pensiamo alla questione energetica. Si è trovato un accordo per la riduzione delle emissioni di gas serra del 35% nei prossimi anni che porrebbe l'Europa all'avanguardia nell'attuazione dei cosiddetti Accordi di Parigi e nella lotta contro il cambiamento climatico.
Questa è anche un'opportunità di business e in alcuni casi serve proprio la dimensione continentale per avere forza nelle contrattazioni internazionali verso la Cina o verso gli Stati Uniti, per imporre la nostra visione e magari anche beneficiare sul piano economico e occupazionale di questa transizione verso un diverso modo di produrre.
Spero che questi temi vengano dibattuti nella prossima campagna elettorale che spero non si limiti a discutere di piccole cose o di schieramenti.
Le decisioni che dovranno essere prese in Europa nei prossimi anni incideranno pesantemente sulla situazione italiana e, come già successo nel passato, serve un'Italia non solo convinta europeista, ma anche un'Italia che abbia chiaro dove vuole andare e quali sono le battaglie da portare al confronto con gli altri paesi europei in modo da creare una sostenibilità a tutto campo, economico, sociale e ambientale, che è quello che i cittadini italiani come abbiamo visto sostengono decisamente.

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