Le città ospitano circa la metà della popolazione mondiale e secondo le stime nel 2050 a vivere negli ambienti urbani saranno due terzi degli abitanti di questo pianeta.
Per questo lo sviluppo sostenibile passa necessariamente dalle nostre città e dal miglioramento della qualità della vita urbana come ricordato nell’Agenda 2030, nella Carta di Bologna, nel nuovo Patto dei sindaci.“Dove vanno le città, va il pianeta”, dice l’architetto William McDonough per farci capire che se saranno progettate in modo da essere più sostenibili nel prelievo delle risorse naturali, le aree urbane potranno migliorare sia il pianeta sia la vita delle persone.

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Il 14 novembre si sono tenuti a Roma gli Stati Generali del Tevere, con il contributo della Protezione Civile, dell'Ispra e dell'Autorità di Bacino. È anche stato presentato il primo “Rapporto sullo stato del Tevere”.

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L’ondata di maltempo che ha attraversato l’Italia da nord a sud ha colpito il paese in maniera violenta, provocando diverse vittime oltre a danni veramente ingenti. Le immagini provenienti dalla Liguria, dalla Sicilia, dal Veneto e da tante altre regioni hanno impressionato tutti, ma purtroppo è risaputo che il territorio italiano è in gran parte a rischio.

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"Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti."

Queste parole sono scritte nell'enciclica Laudato Si' che il Papa ha diffuso tre anni fa. Francesco si riferiva in particolare ai paesi poveri o in guerra, che hanno scarsità d'acqua e dove maggiore è il pericolo di inquinamento di questo elemento indispensabile. Purtroppo però anche in Italia, dove non ci sono guerre e i controlli dovrebbero essere capillari, sono state rilevate sostanze nocive nel 67% delle acque di superficie e nell'33% di quelle sotterranee. Lo rivela il rapporto nazionale "Pesticidi nelle acque" pubblicato dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Ne abbiamo parlato con chi ha coordinato e redatto questo rapporto: Pietro Paris, responsabile della Sezione Sostanze Pericolose dell'ISPRA, intervistato nella trasmissione “A conti fatti” trasmessa da Radio Vaticana Italia in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente.

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Domeniche a piedi, divieti di circolazione, fasce verdi, targhe alterne.
 Sono tutti provvedimenti che da eccezionali stanno diventando ordinari, in particolar modo in alcuni periodi dell’anno. 
Del resto l’aria delle nostre città, soprattutto nei centri più grandi, sta diventando irrespirabile al punto che l’Italia è tra quei paesi europei a rischio infrazione a causa proprio della qualità dell’aria.
Il livello delle polveri sottili sfora spesso e volentieri i limiti previsti dalla norma, come conferma anche l’ultimo Rapporto sulla Qualità dell'Ambiente Urbano rilasciato dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
Interviene su “A Conti Fatti, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, Franco Desiato, responsabile dell’Area monitoraggio qualità dell’aria e climatologia operativa di ISPRA.

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Secondo l’ultimo rapporto Ispra l’Italia da  novembre 2015 a maggio 2016, ha consumato 3 metri quadrati al secondo di suolo, quasi 30 ettari al giorno, per un totale di 5 mila ettari di territorio.
Sebbene il consumo di suolo sia rallentato rispetto alle rilevazioni precedenti i numeri sono tuttavia impressionanti e portano l’istituto di ricerca a ipotizzare scenari poco rassicuranti per il 2050.
Su “A Conti Fatti”, rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia, interviene Michele Munafò, ricercatore Ispra, responsabile scientifico dei rapporti nazionali su consumo di suolo .

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Circa il 10% delle specie animali terrestri italiane sono "endemiche", cioè vivono esclusivamente in Italia. Sono oltre 4.000 specie che vivono in habitat specifici e di solito molto circoscritti e, di conseguenza molto fragili e spesso minacciati. Questa situazione è tipica, ad esempio, delle decine di isole, grandi e piccole, che popolano gli arcipelaghi del Mediterraneo. Per descrivere la ricchezza e la fragilità di queste perle naturalistiche, "A Conti Fatti", rubrica radiofonica di EconomiCristiana.it in onda la domenica su Radio Vaticana 105.0, ha intervistato Franca Zanichelli, direttore del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano.

Ci descriva il suo parco, le specie aliene presenti, e i progetti che state portando avanti in questo periodo.
Il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, rispetto ad altri parchi nazionali, è singolare perché costituito da sette isole: l'Elba è la principale, circa 200 km quadrati, poi ci sono le isole di Capraia e Giglio, circa 20 kmq, Montecristo, Pianosa e le piccolissime Gorgona e Giannutri. Sono sparse nel Tirreno e quindi le loro popolazioni (di animali e piante, ndr.) dal punto di vista biogeografico sono isolate. Ciò vuol dire grande valore dal punto di vista naturalistico, ma anche tanto pericolo in caso di avvento di specie aliene che, in questi ambienti isolati, sono molto più virulente che in altri posti.

A titolo di esempio possiamo portare il problema dei ratti. Voi avete avuto successo nell'eradicazione di questa specie da alcune isole.
Il ratto è una delle cause principali di perdita della biodiversità in tutto il mondo; per questo in tutti gli ambienti insulari si cerca di combatterlo. Noi abbiamo, fortunatamente, un'esperienza di grande successo, e questo ci fa piacere. Abbiamo iniziato questa lotta alle specie aliene circa dieci anni fa. La prima isola dove è stato eradicato il ratto è Giannutri, appena 2 kmq. Fortunatamente, con il progetto "Life Montecristo 2010", nel 2012 siamo riusciti a mettere a disposizione una somma ingente e la professionalità di molti collaboratori per eradicare il ratto da Montecristo, 10 kmq: un'isola molto più grande. Il successo è stato decretato proprio quest'anno, perché occorrono due anni per essere sicuri che tutto sia andato a buon fine. L'eradicazione non è la derattizzazione che normalmente si fa per esempio negli asili, nelle mense, nei ristoranti e nelle città, in cui si mettono dei dispositivi per reprimere la presenza del ratto: l'eradicazione è proprio toglierlo di mezzo. Per fare questo, l'operazione deve essere molto rapida e il successo è decretato quando proprio non ci sono più tracce di escrementi o di materiale consumato dal ratto. Il nostro progetto sta andando avanti: già è iniziato sull'isola di Pianosa, 10 kmq. Faccio questo riferimento alle dimensioni perché nel Mediterraneo siamo all'avanguardia, proprio perché le superfici insulari di maggiori dimensioni sono più complicate: Pianosa sarà più complicata di Montecristo.

Non sempre però le specie da contenere o eradicare sono così chiaramente dannose come il ratto. Anche nel vostro parco ci sono controversie su specie aliene più "emozionali" come cinghiali e mufloni.
I ratti normalmente non sono animali simpatici e quindi il successo è più facile anche dal punto di vista della condivisione con il pubblico: tutti sanno quante malattie possono portare. Quando ci troviamo di fronte a popolazioni di cinghiali e il muflone, che sull'isola d'Elba sono stati portati per interesse di tipo venatorio, il problema è molto più complicato. Intanto, in un'isola dove non ci sono i predatori non c'è nessun modo di controllare il numero, quindi gli animali vengono abbattuti dal mondo venatorio o comunque aumentano moltissimo. I danni riscontrabili in un ambiente insulare sono molto maggiori, proprio perché non è un territorio vasto, dove gli animali possano muoversi in ambiente più selvatico. In un'isola come l'Elba, dove c'è tanto turismo, dove ai margini della costa ci sono le aree di interesse per la recettività, ecco che questi animali fanno danni notevoli. Perciò per noi è importantissimo arrivare a un piano di controllo. Noi lo facciamo da quando il parco è stato istituito, e negli ultimi 10 anni abbiamo rimosso dall'Isola d'Elba circa 1200 cinghiali all'anno. Il fatto che questo numero di prelievi non decresca significa che incidiamo pochissimo sulla popolazione, anche perché la condizione di area protetta sull'isola d'Elba è un po' particolare: la superficie del parco è il 50% dell'isola, ma a macchia di leopardo; per cui ci sono luoghi, estranei al parco, dove la specie viene cacciata, e luoghi interni dove possiamo fare recupero e rimozione di questi animali soprattutto attraverso la cattura con le gabbie. Nel nostro caso copre l'80% del prelievo. Questa cosa funziona abbastanza bene per il cinghiale, meno bene per il muflone. Neanche il muflone è una specie autoctona nell'isola. Il problema è che sono animali che, come tutti i mammiferi, sono ovviamente molto più apprezzati dalla popolazione; per questo non è facile far comprendere quanto possano essere dannose queste specie, non solo per l'agricoltura, ma anche per la biodiversità. Teniamo preesenti le specie di orchidee sull'isola d'Elba: alcune stazioni di specie rarissime sono state completamente compromesse dalla modalità con cui il cinghiale si alimenta, che è quella di scavare, prendere i bulbi e mangiarli; quindi si è preso le radici di queste orchidee e le popolazioni ormai sono in netto declino.

Purtroppo anche turisti e visitatori possono essere, magari involontariamente, causa di perdita di biodiversità. Può dare qualche consiglio in merito?
Spesso le persone si innamorano di ricordi: magari raccolgono le conchiglie dalla spiaggia o portano pezzettini di piante. È un modo per portar via un ricordo della vacanza attraverso questi souvenir. Bisogna stare molto attenti, perché portare via animali morti, come le conchiglie, soprattutto come dai paesi esotici, vuol dire incrementare un commercio che oggi non può assolutamente essere tollerato, in questo contesto in cui la perdita di biodiversità oggettivamente è sempre molto alta. Spesso quelle che possono sembrare innocue traslocazioni di esemplari, possono invece dare origine a situazioni molto compromettenti. Ad esempio l'importazione di specie di piante esotiche dai vivai: si portano bellissime piante, ma con queste arrivano anche degli insetti. Con i gerani sono arrivate alcune farfalle; altri piccoli insetti non si vedono subito e poi si riproducono se non si agisce al più presto. Questo è proprio il simbolo del nuovo progetto che coinvolge un po' tutta Italia, con l'ISPRA capofila. L'acronimo è ASAP - As Soon As Possible: fare il più presto possibile quando ci si accorge che è entrato (nel paese, ndr.) qualcosa di nuovo, perché potrebbe essere troppo tardi. Spesso faccio l'esempio della zanzara tigre: nel '92 ero al corrente che era stata rinvenuta questa zanzara nel rovigiano; non si è fatto nulla e, oggi, quanto spendiamo per la zanzara tigre (per le disinfestazioni, ndr.)? Tutti ora ci accorgiamo del peso della zanzara tigre sulla nostra economia e sul nostro benessere. Con questo progetto, di cui il Parco tra i partner coinvolti, vorremmo stimolare la popolazione affinché aumenti la percezione del pericolo che le specie esotiche, che entrano clandestinamente o volutamente, possono incidere sul nostro benessere e sulla nostra economia. Per questo sosteniamo il progetto ASAP: per l'esperienza fatta in questi anni. Vorremmo veramente che questa cosa potesse essere condivisa e non solo considerata un problema per addetti ai lavori.

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A volte la natura, il caso, ma più spesso l'uomo, rompono l’equilibrio degli ecosistemi introducendovi delle specie estranee, delle "specie aliene".
 Recentemente l'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha lanciato l'allarme per il territorio italiano, su cui sono state censite ben 3.000 specie aliene, dai pappagalli sudamericani nei cieli di Roma ai gamberi della Louisiana che infestano laghi e fiumi. Per sensibilizzare istituzioni, politici, addetti ai lavori e soprattutto cittadini, è partita una campagna europea denominata Life - Asap, perché, come indica l'acronimo, occorre intervenire "il più presto possibile".

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L'ultimo annuario ambientale pubblicato dall'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, fotografa una situazione preoccupante di fiumi, laghi e acque sotterranee del nostro paese. In percentuali superiori al 50% le acque italiane risultano inquinate in modo più meno grave. Le cause principali sono le attività agricole e gli scarichi urbani, in seconda battuta incidono anche i processi industriali. In occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua 2016 abbiamo interpellato Serena Bernabei, ricercatrice dell'ISPRA, per fare un quadro della situazione delle risorse idriche nazionali.

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Forti gli impatti sui cambiamenti climatici: la cementificazione galoppante ha comportato dal 2009 al 2012, l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2

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