Attualità e Politica

Attualità e Politica (428)

"Oggi inizia la collaborazione tra due giganti della Silicon Valley, Apple e Cisco. Questo rende la giornata storica". Così il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, nel giorno della presentazione della Cisco Networking Academy e il Co-Innovation Hub nel polo universitario della Federico II di San Giovanni, a Teduccio. Un nuovo progetto che arricchisce ulteriormente il polo dell’innovazione dell’Università partenopea, rendendolo sempre più protagonista nell’ecosistema dell’innovazione.
“Questa collaborazione – ha continuato Gentiloni – nasce proprio qui alla Federico II. A Napoli, in Campania, nel Mezzogiorno nasce una collaborazione nel campo della formazione. Quella tra Apple e Cisco annuncia la creazione della un networking academy, un fatto assolutamente straordinario. Date un buon esempio al Paese”.
L’innovazione, ha fatto notare Gentiloni, “non si può fermare anche se fa paura, ma dobbiamo cogliere le sue potenzialità e gestirle senza sacrificare né in termini qualitativi che quantitativi il lavoro”.
Ed è proprio il futuro del lavoro che non va immaginato come una contrapposizione tra una parte “dove c’è elite digitale, cosmopolita” ed un’altra parte con  “gruppi di lavoratori sottopagati, e male istruiti” perchè, sentenzia Gentiloni, “non ci piace un mondo diviso, non ci piace anche perché è pericoloso, dobbiamo batterci per evitare che si vada in questa direzione”.
Per fare ciò si deve avere speranza, speranza che deve venire dal fatto che “ad oggi ci sono le condizioni giuste per investire nel Mezzogiorno, come non ci sono mai state prima. I dati in crescita mostrano che questa potenzialità è reale ed è una potenzialità che va sfruttata. Non è facile ricordare un periodo come questo nel quale dall’Europa all’Asia, dalle Americhe ad alcune parti purtroppo dell’Africa ci sono numeri di crescita, di sviluppo così alti e importanti”.
Nonostante la speranza, però, non va dimenticato che le divisioni ci sono e che “a questi numeri positivi ce ne sono anche di negativi relativi alle diseguaglianze all’interno delle società. Sono ancora molti i nostri concittadini ancora in difficoltà e che non vivono questa fase di grande progresso, anche tecnologico, con ottimismo, ma solo con giusta preoccupazione”
Ma, infine, Gentiloni lascia ai partecipanti il suo consiglio: “Se la paura è che la tecnologia si possa sostituire a noi abbiamo solo una strada: investire sul capitale umano”.
Alla presentazione hanno preso parte anche il CEO di Cisco, Chuck Robbins, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, il rettore dell’Università Federico II, Gaetano Manfredi, e l’assessore all’innovazione della Regione Campania, Valeria Fascione in rappresentanza dell’assente Vincenzo De Luca.
Cisco, leader mondiale nei settori del networking e dell’IT, colosso della Silicon Valley come Apple, ha deciso di investire all’ombra del Vesuvio, aprendo una delle sue Academy, perchè ha valutato in modo posotovo la possibilità di sviluppo. L’obiettivo è quello di creare lavoro all’avanguardia e innovare attraverso l’utilizzo di tutte le tecnologie. Con la Networking Academy sarà offerta a numerosi studenti la possibilità di studiare l’internet delle cose, la Cybersecurity e le tecnologie di rete, con corsi gestiti dal Consorzio Clara, partner locale dell’Academy per la Regione Campania. 

L'ex deportata Liliana Segre è stata nominata senatore a vita dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alla base della nomina il fatto che la Segre ha illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale.

Il decreto è stato controfirmato dal presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Paolo Gentiloni. Il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere Ugo Zampetti provvederà alla consegna al Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, del decreto di nomina.

Il presidente della Repubblica – informa il Quirinale – ha comunicato telefonicamente la neo senatrice a vita della nomina.

Liliana Segre – scrive Io donna – è una signora milanese di 87 anni piacevolmente ironica, colta, curiosa verso il mondo e sempre capace delle parole giuste. A chi ignorasse il suo passato, parrebbe incredibile che questa donna abbia vissuto la sua adolescenza dentro il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Bambina ebrea nell’Italia fascista delle reggi razziali, fu arrestata con il padre nel dicembre del 1943, rinchiusa nel carcere milanese di San Vittore, deportata in Polonia su un convoglio che partì dalla stazione centrale di Milano il 30 gennaio del 1944 e raggiunse Auschwitz una settimana dopo. Erano in 605 a bordo di quel treno. Tornarono in 22, il padre di Liliana non era fra loro. Come per molti sopravvissuti alla Shoah ebraica, anche per lei “l’ora della libertà suonò grave e chiusa”, come scrive Primo Levi nel libro La tregua: l’impossibilità di raccontare, il terrore di non essere creduti o comunque compresi fino in fondo. E così ha taciuto a lungo sull’orrore vissuto finché, nel 1990, ha sentito la forza e il dovere di testimoniare pubblicamente, anche grazie all’incoraggiamento e all’affetto di un’altra sopravvissuta, Goti Bauer.

In questi anni, Liliana ha parlato di sé bambina ad Auschwitz, e di come sia possibile continuare ad amare la vita, agli studenti di tanta parte d’Italia. E intende continuare a farlo. “Il presidente Mattarella mi ha chiamata poco fa e mi ha dato la notizia. È un’onorificenza molto bella, di cui andare orgogliosi ma la mia vita non cambia, continuerò a dare la precedenza alle scuole. Il mio compito è quello di parlare ai ragazzi e non smetterò di farlo”, ha dichiarato a Pagine Ebraiche, il portale dell’Unione delle comunità ebraiche, Segre ha detto: “La vita è molto strana, sono così vecchia che purtroppo mi ricordo delle leggi razziste di 80 anni fa. Allora la mia colpa era quella di essere nata. Oggi mi viene riconosciuto come merito. Questo ho detto al presidente quando mi ha chiamato per annunciarmi la nomina”. Liliana Segre, allora tredicenne, assieme al padre Alberto fu condotta il 30 gennaio 1944 al binario 21 della Stazione Centrale di Milano e da lì i due furono deportati ad Auschwitz assieme ad altri 600 ebrei. Tra quelle centinaia di persone, solo in ventidue tornarono. Liliana tra questi, mentre il padre fu ucciso ad Auschwitz. Da anni Segre dedica il suo tempo e il suo impegno per raccontare alle nuove generazioni la tragedia della persecuzione nazifascista.

Giovedì, 25 Gennaio 2018 10:15

Il Papa sposa uno steward e una hostess in volo

Scritto da

Uno steward, Carlos di 41 anni, e una hostess, Paula di 39 anni, sono diventati marito e moglie. Fin qui tutto normale. Il fatto è che la cerimonia è stata celebrata da Papa Francesco sull'aereo Latam che lo portava da Santiago del Cile a Iquique, ultima tappa cilena del viaggio. La coppia - scrive l'Agi - era legata da matrimonio civile perché la loro parrocchia era crollata con il devastante terremoto del 2010 in Cile. Informato di questa situazione Bergoglio ha proposto loro di celebrare il matrimonio sull’aereo. Detto fatto. E il portavoce Greg Burke ha potuto diffondere ai giornalisti l’atto di matrimonio controfirmato anche dal comandante dell’aereo.
"Il matrimonio sull’aereo non era certo previsto, è stata una cosa improvvisata", ha detto il portavoce Burke.
La coppia aveva chiesto una benedizione al Papa spiegando la loro situazione. E Francesco ha deciso di provvedere personalmente a sposarli. Senza corsi prematrimoniali, pubblicazioni e formalità varie. Burke ha affermato la piena validità del matrimonio celebrato oggi. Paula e Carlos hanno due figli. 

“Il nostro matrimonio sarà molto significativo per tutte le coppie del mondo che non sono sposate. Aiuterà e incentiverà la gente a sposarsi. Siamo della diocesi del cielo”. Così Carlos Ciuffardi, 41 anni, e Paula Podest Ruiz 39 lo steward e l’hostess cileni sposati da Papa Francesco durante il volo da Santiago del Cile a Iquique, in un video trasmesso da Tv2000, hanno raccontato delle loro storiche nozze.

“Dovevamo fare una foto con il Papa – raccontano i due sposi – Ci siamo trovati vicino a lui e gli abbiamo raccontato di essere marito e moglie con due figlie, volevamo ricevere la sua benedizione. E lui ci ha chiesto se eravamo sposati in Chiesa. Gli abbiamo risposto che non ci eravamo potuti sposare in Chiesa perché il giorno del nostro matrimonio il 17 febbraio 2010, la chiesa venne distrutta. E allora lui ci ha chiesto: ‘Volete che io vi sposi ? Siete sicuri ?’. Noi gli abbiamo risposto subito di sì. Poi lui ci ha detto che c’era bisogno di un testimone. Allora sono andato subito a cercarlo. Così è iniziata una piccola cerimonia lì sul posto, ci siamo presi la mano. Il Papa ci ha poi chiesto se c’era amore nel nostro matrimonio, se volevamo continuare così per tutta la vita. Gli abbiamo detto di sì, era quello che volevamo. Dieci anni fa ci siamo conosciuti proprio sopra un aereo. E ancora oggi è la nostra vita”.
“Il Papa – hanno proseguito i due sposi – ci ha poi chiesto: ‘La signora è sempre il capo tra di voi ? Allora il matrimonio funziona perfettamente’. Questa cosa non era assolutamente programmata. Il Papa si è offerto e noi abbiamo accettato. Pensare di essere sposati dal Papa sopra un aereo è una cosa senza paragoni, meravigliosa”.

"Le estrazioni minerarie irregolari, attuate in Amazzonia, sono diventate un pericolo che distrugge la vita delle persone". Parola di Papa Francesco che nel discorso al Palazzo del Governo di Lima ha pronunciato parole severissime nei confronti di chi "alimenta organizzazioni al di fuori delle strutture legali che degradano tanti nostri fratelli sottomettendoli alla tratta – nuova forma di schiavitù –, al lavoro irregolare, alla delinquenza… e ad altri mali che colpiscono gravemente la loro dignità e, insieme, quella di questa nazione". "Le foreste e i fiumi - ha detto il Papa - vengono devastati con tutta la loro ricchezza".

Con ancora negli occhi la sofferenza dei popoli nativi dell’Amazzonia, i cui rappresentanti ha incontrato a Puerto Maldonado, Francesco ha deciso di concentrare il suo discorso più politico del viaggio, quello alle autorità istituzionali, alla classe politica, alla diplomazia e infine, e soprattutto, ai rappresentanti della società civile, proprio sul tema dell’Amazzonia, che, ha detto, "ho visitato stamattina e costituisce nel suo insieme la più grande foresta tropicale e il sistema fluviale più esteso del pianeta. Questo polmone, come lo si è voluto chiamare, è una delle zone di grande biodiversità del mondo, dato che ospita le specie più diverse". "Mai l’umanità – ha osservato Francesco – ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo. Questo si manifesta con chiarezza nel modo in cui stiamo spogliando la terra delle risorse naturali, senza le quali non è possibile alcuna forma di vita".
Secondo il Papa, che ha citato la sua enciclica Laudato si’, "la perdita di foreste e boschi implica non solo la perdita di specie viventi, che potrebbero anche significare nel futuro risorse estremamente importanti, ma anche una perdita di relazioni vitali che finiscono per alterare tutto l’ecosistema". In questo contesto, “uniti per difendere la speranza” significa “promuovere e sviluppare un’ecologia integrale come alternativa a un modello di sviluppo ormai superato ma che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale”.

Un cambiamento urgente, di tipo anche morale, quello invocato dal Papa. In molti paesi ed anche in Perù, infatti, “il degrado dell’ambiente, purtroppo, è strettamente legato al degrado morale delle nostre comunità”. Dunque, “non possiamo pensarle come due questioni separate”: accanto alla distruzione dell’ecosistema si insinua infatti un’altra forma – spesso sottile – di degrado ambientale che inquina progressivamente tutto il tessuto vitale: la corruzione”. “Quanto male – ha rilevato il Papa – procura ai nostri popoli latinoamericani e alle democrazie di questo benedetto continente tale virus sociale, un fenomeno che infetta tutto, e i poveri e la madre terra sono i più danneggiati. Ciò si può fare per lottare contro questo flagello sociale merita il massimo della considerazione e del sostegno; e questa lotta ci riguarda tutti”.
In proposito, Francesco ha ricordato il motto del suo viaggio, “Uniti per difendere la speranza”, per invocare una “maggior cultura della trasparenza tra enti pubblici, settore privato e società civile. Nessuno può dirsi estraneo a questo processo”. Secondo il Papa, infatti, “la corruzione è evitabile ed esige l’impegno di tutti”.
“Coloro che occupano incarichi di responsabilità, in qualunque settore, li incoraggio e li esorto – ha scandito il Papa – a impegnarsi in tal senso per offrire, al vostro popolo e alla vostra terra, la sicurezza che nasce dalla convinzione che il Perù è uno spazio di speranza e di opportunità… ma per tutti e non solo per pochi; perché ogni peruviano, ogni peruviana possano sentire che questo Paese è suo, e che   Tutto questo, ha poi concluso, “richiede di ascoltare, riconoscere e rispettare le persone e i popoli locali come validi interlocutori. Essi mantengono un legame diretto con il territorio, conoscono i suoi tempi e i suoi processi e sanno, pertanto, gli effetti catastrofici che, in nome dello sviluppo, stanno provocando molte iniziative. Allora si altera tutta la trama vitale che costituisce la nazione”.

La libertà di informare e la libertà di essere informati attraverso Internet in Cina è una volta di più messa a dura prova. È di qualche giorno fa, infatti, la notizia dell'intervento di Pechino sui software usati dai dipendenti della multinazionali di stanza in Cina per navigare liberamente su Internet, aggirando i blocchi imposti dalla censura cinese.

A rivelarlo il Financial Times (ripreso in Italia dall'agenzia Agi), secondo il quale le autorità cinesi hanno deciso di chiudere tutti i buchi del cosiddetto ‘Great Firewall’, il muro di sorveglianza che blocca dati potenzialmente sfavorevoli in entrata in Cina, provenienti dai paesi stranieri e che e’ gestito dal Ministero della Pubblica Sicurezza.

Le indiscrezioni sulla stretta sono state date al Ft da 5 grandi multinazionali, secondo le quali l’accesso all’Internet globale dai loro uffici cinesi è stato disturbato negli ultimi mesi. Storicamente le multinazionali straniere utilizzano delle reti speciali, chiamati Vpn, per aggirare la censura cinese e ricevere Internet da tutto il mondo. Negli ultimi mesi però le stesse multinazionali ammettono di avere avuto difficoltà a utilizzare questi software dai loro uffici cinesi.

Pechino agisce con un’aggressiva censura sul Web, e nega l’accesso in Cina a Facebook, Google e YouTube. Negli ultimi tempi il Governo ha proposto alle multinazionali di usare Vpn approvati dallo Stato, cioè una forma di censura mitigata e legalizzata. Questi Vpn sono molto costosi, hanno dei canoni che possono arrivare a diverse decine di migliaia di dollari al mese e sono comunque sottoposti alla censura di Pechino.

“L’intenzione della Cina – spiega al Ft Lester Ross, partner dello studio legale WilmerHale a Pechino – è controllare interamente il flusso di informazioni, costringendo la gente a usare solo Vpn approvati dal governo e rendendo difficile, se non impossibile, l’utilizzo di strumenti alternativi”.

I diritti umani e lo sport. Al centro dell'incontro - tenutosi mercoledì al Consiglio d’Europa a Strasburgo - si è parlato di come i diritti umani devono essere rispettati nelle discipline sportive e negli ambienti dove esse si praticano. Al convengo erano presenti il presidente della Fifa, Gianni Infantino, e il segretario generale CdE, Thorbjørn Jagland che lavorano a un memorandum di intesa per la cooperazione da firmare entro quest'anno. All’incontro è seguito uno scambio di opinioni tra il presidente Fifa e il Comitato dei ministri, massimo organismo politico del Consiglio d’Europa. Jagland e Infantino "hanno posto l’accento – chiarisce una nota del CdE – sull’importanza delle convenzioni sportive del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti umani nello sport, in particolare la convenzione contro il doping, la convenzione sulle partite truccate e la recente convenzione sulla sicurezza e i servizi in occasione di incontri calcistici".

Infantino ha dichiarato: "Mi sembra evidente che la Fifa e il Consiglio d’Europa perseguano molti obiettivi comuni. Una buona governance, il rispetto per i diritti umani e una posizione risoluta contro il doping, le partite truccate e la violenza sono una priorità assoluta per l’organo di regolamentazione del calcio mondiale». Per Jagland «le nostre convenzioni sullo sport vanno oltre i confini dell’Europa e molti altri Paesi hanno manifestato interesse ad aderirvi. Una più stretta cooperazione promuoverà il rispetto dei diritti umani in ambito sportivo sia in Europa che nel resto del mondo".

Multe salate a quei genitori che - contro il parere dei figli minorenni - pubblicheranno le fotografie di questi ultimi sui social network. Non solo dunque l’obbligo di rimozione delle immagini, ma anche il pagamento di una multa. A stabilirlo il tribunale civile di Roma con un’ordinanza del 23 dicembre 2017.
 
Tutto è partito dal caso di un ragazzino di 16 anni che ha chiesto “tutela” contro la madre che postava sul web foto e commenti su di lui. Il giudice ha stabilito che se la donna dovesse ripetere il comportamento sarà costretta a pagare la cifra di 10 mila euro come sanzione. Il riferimento giuridico – spiega Il quotidiano torinese La Stampa – che ha portato alla decisione del giudice è contenuto nell’articolo 96 della legge sul diritto d’autore che prevede che il ritratto di una persona non possa essere esposto senza il suo consenso, salve eccezioni. Senza contare che i minori godono di una tutela rafforzata data dall’articolo 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata nel 1989.
 
Alla madre – è scritto nella sentenza del giudice del Tribunale civile di Roma, Monica Velletti – si “inibisce dal momento della comunicazione del presente provvedimento a la diffusione in social network, comunque denominati, e nei mass media delle immagini, delle informazioni e di ogni dato relativo al figlio e si dispone che provveda entro il 1 febbraio 2018, alla rimozione di immagini, informazioni, dati relativi al figlio dalla stessa inseriti su social network”. Lo stesso tribunale, si legge ancora nella sentenza, “determina ex art. 614-bis c.p.c., nella misura di euro la somma dovuta dal tutore al minore”.
Il giovane aveva scelto di proseguire gli studi all’estero per stare lontano dall’attuale contesto sociale, nel quale tutti i compagni sarebbero a conoscenza delle sue vicende personali, rese note dalla madre con uso costante e sistematico di Facebook e Instagram. 
Le donnne allo stadio per la prima volta in Arabia Saudita. E' successo venerdì 12 gennaio durante la partita tra Al-Ahli e Al-Batin. Il governo saudita aveva annunciato la revoca del divieto alla fine dello scorso anno e ora le donne sono in grado di godere delle partite della Saudi Professional League. La direttiva del governo - che è la prima riforma sociale dell'Arabia Saudita per maggiori diritti alle donne - afferma che le donne potranno andare allo stadio anche oggi, 13 gennaio, tra cinque giorni: il 18 gennaio. La prima partita si è giocata nella capitale Riyad, la seconda si terrà a Jeddah sul Mar Rosso e la terza nella città orientale di Dammam. La notizia è stata resa nota da Arab News. 
Gli stadi sono stati dotati anche di aree di preghiera femminili, servizi igienici e aree per fumatori, oltre a ingressi e parcheggi separati per le spettatrici. Inoltre vi sono "sezioni di famiglia" sugli spalti per le donne, separate da barriere dalla folla di soli uomini. Inoltre, la compagnia statale Saudi Airlines ha annunciato premi gratuiti per cinque famiglie che vogliono viaggiare tra le città per guardare le partite.
Tanti i commenti emozionati su media e social network. Noura Bakharji, una residente di Jeddah, ha detto ad AFP che si è sempre sentita amareggiata quando i suoi fratelli sono tornati dagli stadi per raccontarle dell'eccitazione di guardare le partite di calcio di persona. "Ho sempre guardato le partite in TV mentre i miei fratelli andavano agli stadi ... Mi sono chiesta ripetutamente 'perché non posso andare?'", "Oggi le cose sono cambiate, è un giorno di felicità e gioia", ha spiegato con gioia a AFP. 
Sara, una ragazza che si è appena laureata alla Northeastern University, ha dichiarato che l'evento è stato uno dei primi segnali di maggiore partecipazione femminile negli eventi e nelle attività sportive. "Questo è meraviglioso per noi donne (saudite), e sono sicura che ce ne sarà ancora. Una società diversificata e inclusiva servirà solo come base per una progressione positiva per Vision 2030".
Via libera per il Muslim Ban, disposizione che impone seri limiti all'ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 6 Paesi a maggioranza musulmani:  Libia, Sudan, Iran, Somalia, Yemen e Siria. La decisione è stata presa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dato via libera al provvedimento voluto dal presidente Donald Trump. 
I giudici della Corte Suprema si sono espressi a favore della piena applicazione del bando. Si tratta del secondo successo in pochi giorni per Donald Trump, dopo l’approvazione da parte del Senato della sua riforma fiscale. La prima versione del bando venne adottata con un ordine esecutivo del presidente lo scorso marzo, subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. Il provvedimento è stato poi sospeso e contestato da diversi giudici e sono ancora pendenti procedimenti giudiziari in corti minori. Questa ultima decisione della Corte Suprema permetterà ora al Muslim Ban di entrare pienamente in vigore. Dei 9 giudici della Corte Suprema, sette hanno autorizzato l’amministrazione Trump ad ignorare le sentenze delle corti di grado inferiore.
Il provvedimento voluto da Trump era stato già annunciato al momento dell’emissione di un altro ordine esecutivo che dava avvio alla costruzione di un muro sul confine tra Usa e Messico al fine di bloccare l’immigrazione illegale proveniente dall’America del Sud. Le questioni riguardanti l’immigrazione e la sicurezza nazionale erano state agitate durante la campagna elettorale, e su queste Trump aveva puntato molto. Il ban è stato immediatamente impugnato davanti ai giudici dalle parti lese e dalle associazioni che li rappresentano; è così iniziata una vertenza giudiziaria tra la magistratura americana e il Presidente che è tuttora in corso. Inizialmente sulla lista nera dei Paesi per i quali Trump aveva chieso il Muslin Ban faceva parte anche l’Iraq, che però, in quanto alleato di Washington, ha ottenuto di essere tolto dalla lista.

Con il referendum del 1987 gli italiani votarono l’abrogazione di alcune norme necessarie alla costruzione di centrali nucleari, mettendo di fatto la parola fine allo sfruttamento dell’energia nucleare nel paese. A quella data però operavano, ed esistono tuttora, quattro centrali e una serie di depositi nucleari che, negli anni hanno accumulato scorie radioattive. Scorie che continuano ad essere prodotte da processi industriali, attività di ricerca e di medicina nucleare. Una direttiva europea del 2011 impone agli stati membri la costruzione di un deposito unico, da posizionare sul proprio territorio, che raccolga e metta in sicurezza tutti questi rifiuti, altamente pericolosi per l’ambiente e la salute. Lo stato italiano ha creato una S.P.A. pubblica, SOGIN, per gestire la dismissione delle centrali italiane, e per localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale. Ne abbiamo parlato in “A Conti Fatti”, rubrica di EconomiaCristiana.it trasmessa da Radio Vaticana Italia, con Fabio Chiaravalli, direttore della funzione Deposito Nazionale e Parco Tecnologico di Sogin.

Informazioni aggiuntive