Buone Pratiche

Buone Pratiche (192)

La cronaca e il dibattito politico in Italia fanno continuamente riferimento alla situazione delle città dove la crisi economica, le masse di profughi e migranti, il disagio sociale dei nostri tempi, mette spesso in crisi la convivenza civile. Le strade delle grandi metropoli, di giorno, ma sopratutto di notte, sono lo specchio del malessere, della nuova povertà e talvolta purtroppo anche delle violenze. Se ne parla nei salotti televisivi e nei comizi, spesso a sproposito e senza avere esperienza diretta della situazione reale. Ci sono però persone che ogni giorno, da anni, prestano assistenza a chi vive in strada, e contribuiscono alla sicurezza delle comunità in cui vivono. Sono i City Angels: basco blu e maglietta rossa, si definiscono "volontari di strada d'emergenza", e si propongono di aiutare chiunque ne abbia bisogno con un sorriso ma anche con azioni concrete. Ne abbiamo parlato con Mario Furlan, fondatore dei City Angels, intervistato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessaa da Radio Vaticana Italia 105.0.

I campionati di calcio si sono conclusi da poco e gli sportivi di mezzo mondo vivono ora nell’attesa della Coppa del Mondo della prossima estate. Ma lo sport non è rappresentato soltanto dal mondo dorato e talvolta controverso del calcio. Alla base ci sono migliaia di società sportive e milioni di praticanti che dimostrano, come ha detto papa Francesco: “che non ci sono ostacoli né barriere che non possano essere superati […] un segno di speranza per quanti si impegnano per una società più inclusiva”.
Con quasi 350 mila atleti tesserati e circa 4500 società sportive, la Federazione Italiana Pallavolo rappresenta il secondo sport più praticato in Italia. Una disciplina che ha dato al paese grandi soddisfazioni vincendo mondiali e medaglie olimpiche, ma soprattutto, al contrario di altre federazioni, è riuscita a creare e mantenere un forte legame col mondo della scuola. Un rapporto tra sport e sistema scolastico che in Italia, purtroppo è molto carente.
Se ne è parlato in “A conti fatti” con Stefano Bellotti, responsabile dell’Area Sviluppo e Formazione della Federazione Italiana Pallavolo.

Il calcio è lo sport nazionale per eccellenza, un fenomeno popolare che talvolta arriva purtroppo anche a trascendere la sua dimensione sportiva, esasperando comportamenti e polemiche, spesso con effetti molto negativi.
Ma il calcio rimane prima di tutto uno sport, per di più uno sport di squadra; e come tale ha molte potenzialità per favorire in chi lo pratica la cura della salute e la crescita dell’individuo dal punto di vista umano. Se la nazionale di calcio italiana ha perso l’occasione di giocare i mondiali di quest’estate c’è un’altra squadra di calcio italiana che ha giocato e vinto il suo mondiale pochi giorni fa a Roma, la Nazionale Italiana di Calcio a 5 Pazienti Psichiatrici.

Uno dei temi che rappresenta un terreno comune tra chi si occupa di tutela ambientale e chi promuove il progresso sociale è la consapevolezza che lo sviluppo delle popolazioni e delle comunità povere deve avvenire in modo sostenibile. Le soluzioni a problemi globali come povertà, fame, igiene, sanità, non può non tener conto dei risvolti ambientali ma, anzi, nelle tecnologie pulite e nei comportamenti sostenibili quelle emergenze possono trovare soluzioni più efficaci. Al Villaggio per la Terra, il 22 aprile, abbiamo incontrato l’associazione Azione per un Mondo Unito, animatrice di laboratori e momenti di educazione allo sviluppo per i bambini, e testimone di progetti all’estero per portare, ad esempio, acqua pulita e cure mediche alle popolazioni africane, o promuovere il turismo sostenibile nelle aree rurali del Sud America. Ai nostri microfoni Riccardo Camilleri, rappresentante dell’AMU.

Una nuova convenzione è stata sottoscritta tra il Dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria per il Lazio, Abruzzo e Molise e la Pontificia Università Lateranense, l'università di Papa Francesco, per "agevolare il conseguimento di un titolo accademico da parte dei detenuti, attraverso attività di tutoraggio, e dando loro la possibilità di acquisire le competenze necessarie per ottenere la laurea magistrale in Giurisprudenza".  A firmare la convenzione sono stati il provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, Cinzia Calandrino, e il rettore magnifico della Lateranense, monsignor Enrico dal Covolo. Commentando l’accordo, il vescovo ha ricordato che questo "acquista un rilievo speciale nel contesto di una cultura e di una pastorale rinnovate dal Giubileo straordinario della Misericordia e dal magistero di Papa Francesco. L’Università della diocesi di Roma vuole dare così un segnale forte di prossimità ai meno fortunati di questa società".
 
"Così – si legge in una nota – anche in linea con l’art. 17 dell’Ordinamento penitenziario, che prevede la partecipazione delle istituzioni esterne all’azione rieducativa dei condannati, la Pontificia Università Lateranense favorirà l’interazione tra i suoi docenti e gli studenti detenuti negli istituti penitenziari organizzando apposite attività formative e di tutoraggio". Anche gli studenti dell’Ateneo della diocesi di Roma - scrive il Sir - potranno svolgere tirocini presso strutture indicate dall’Amministrazione penitenziaria che, da parte sua, si impegna a fornire gli spazi didattici necessari per lo svolgimento delle attività accademiche. Previsti, inoltre, momenti di attività formativa e di aggiornamento che coinvolgeranno dirigenti penitenziari, funzionari dell’area educativa e personale di polizia penitenziaria.
 
"Con il concorso delle parti impegnate – conclude la nota – nel progetto potranno essere attivate borse di studio e di ricerca per i detenuti e, inoltre, la Pontificia Università Lateranense cercherà di adottare provvedimenti destinati a esonerare gli studenti detenuti dal pagamento di tasse e contributi universitari".

L’Italia può vantare uno dei migliori apparati militari dedicati alla tutela del patrimonio naturale. L’ex Corpo Forestale dello Stato, recentemente accorpato all’arma dei Carabinieri confluendo nel Comando Unità Carabinieri per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare. Il Comando garantisce la continuità con quella tradizione di professionalità e attenzione all’ambiente che risale alla remota fondazione del corpo, nel 1822. Una continuità tanto più necessaria in tempi difficili di siccità, incendi, emergenze ambientali e minacce delle ecomafie. Tra le tradizioni più radicate c’è la vicinanza alla popolazione e la simpatia che gli italiani hanno sempre riservato ai cosiddetti “forestali”. Tradizione confermata dal ritorno, al Villaggio per la Terra dei militari del comando che, come l’anno scorso, saranno presenti a Villa Borghese dal 21 al 25 aprile per animare laboratori e attività per adulti e ragazzi. Di tutto ciò abbiamo parlato con il Colonnello Raffaele Manicone, Comandante del Raggruppamento Carabinieri Biodiversità, intervistato in "A Conti Fatti", rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it, trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Lo sport può essere uno straordinario strumento di coesione e inclusione sociale grazie alla sua capacità di andare oltre le barriere superando distanze, culturali, politiche, etniche, religiose.
Tra pochi giorni, dal 21 al 25 aprile, riaprirà a Roma il Villaggio per la Terra, manifestazione che da anni anima Villa Borghese in occasione della Giornata Mondiale  della Terra e lo sport, oltre che protagonista con tantissime attività per tutte le età, sarà anche oggetto di un tal show che avrà come titolo "Sport breaks limits - Quando lo sport abbatte le barriere".
Ad organizzarlo Sportmeet, costola del Movimento dei Focolari che ha l’obiettivo di promuovere una cultura ed una pratica dell’attività motoria e sportiva capaci di contribuire alla pace, allo sviluppo e alla fraternità universale ad ogni livello. Il suo presidente, Paolo Cipolli, interviene su "A Conti Fatti", rubrica a cura di Economia Cristiana trasmessa da Radio Vaticana Italia.

Come ogni altro materiale da costruzione, il legno è presente sul pianeta non solo allo stato naturale, ma anche come prodotto già lavorato dall’uomo. Una soluzione per porre un freno allo sfruttamento eccessivo delle foreste è il riciclo del legname usato che, prima di diventare rifiuto e venire bruciato, può essere in buona parte riutilizzato. Abbiamo individuato una buona pratica in questo settore in un’azienda di Roma che fabbrica pallet per il trasporto merci: nel pieno spirito dell’economia circolare, da alcuni anni ha riconvertito parte della produzione realizzando mobili e arredi dal riciclo dei pallet usati.

Ne abbiamo parlato nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica di EconomiaCristiana.it trasmesso da Radio Vaticana Italia, con Domenico Lentini, responsabile comunicazione e marketing di Mobiliinpallet.it.

Lentini definiamo che cos'è un pallet. C'è una storia curiosa alle origini di questo oggetto.

Il pallet nasce circa 70 anni fa e, come tante invenzioni, per servire l'esercito. Infatti la parola “pallet” la troviamo per la prima volta in una packing list di materiali bellici durante lo sbarco in Normandia. Il pallet, banalmente, lo possiamo trovare nei supermercati e serve a movimentare la merce al loro interno in maniera più veloce, rapida e con meno sforzo. Il pallet è costituito da 11 tavole di legno, 9 blocchetti in legno pressato e 78 chiodi.

Di solito con quali tipi di legno è fatto?

Di solito in legno di abete. Qualcuno lo fa anche in legno di pino, però lo standard è quello d'abete.

La sua azienda produceva questi oggetti per trasportare merci. Poi però vi è venuta un'idea particolarmente interessante dal punto di vista dell'economia circolare: riutilizzarli. Ce ne può parlare?

Siamo nati circa 40 anni fa come azienda nel settore degli imballaggi in legno. Abbiamo iniziato a costruire questi pallet; successivamente, per ridurre l'impatto ambientale, abbiamo cominciato a ripararli. Da circa cinque anni, per ridurre ancora lo spreco di materiale di scarto, abbiamo inventato il marchio Mobiliinpallet.it: una linea di arredamento ecosostenibile fatta con i pallet.

Facciamo un passo indietro. Che fine facevano i pallet usati? Come e dopo quanti utilizzi venivano distrutti?

Dipende dal tipo di pallet: esaurisce il suo ciclo di vita dopo uno, due, al massimo cinque trasporti. Prima venivano comunque distrutti: andavano al macero oppure arsi.

Ovviamente con dispersione di CO2 in atmosfera. Voi invece li avete immaginati come materiale per il mobilio. Che cosa costruite? Che genere di mobili?

La linea è molto basilare perché il materiale che utilizziamo, il pallet, è molto squadrato. Non abbiamo cose molto elaborate con arrotondamenti o altro. Però riusciamo a fare delle sedie, dei divani per esterno, nei giardini, dei tavoli. Partendo sempre dallo standard del pallet EPAL (lo standard europeo, ndr.)  80 cm per 120 cm. Naturalmente, essendo un'azienda artigianale, riusciamo anche a lavorare fuori dallo standard; perché siamo produttori ufficiali del Consorzio Epal e quindi possiamo produrre con tutte le misure che ci può richiedere il cliente.

Questi mobili diciamo sono più o meno di qualità, rispetto a un normale mobile in legno?

Se li paragoniamo a quelli industriali, visto che è abete e che comunque il pallet nasce per sopportare dei carichi elevati, è un ottimo legno: resistente e robusto.

Come hanno reagito i lavoratori dell'azienda a questo cambio di produzione. Immagino che fossero essenzialmente degli operai assemblatori che adesso sono diventati quasi degli artigiani; è stato facile o comunque apprezzato?

Si. Prima il loro unico compito era di assemblare il pallet, partendo sempre da queste undici tavole, nove blocchetti e 78 chiodi, un lavoro abbastanza di routine. Questa è stata una ventata di gioia per l'azienda ed anche per i falegnami che, appunto, si trasformano da semplici assemblatori a veri e propri artigiani; perché adesso si confrontano con la costruzione di un mobile che per loro è qualcosa di molto più divertente e sfidante. Quando un falegname produce un mobile ci mette dentro la sua creatività, il suo tempo, le sue prove; perciò quando vede il mobile costruito è sempre una gioia, sia per chi lo ha fatto, sia per noi dell'azienda che riusciamo a vedere realizzata un’idea.

Qui infatti siamo nell'ambito di quello che viene chiamato “riciclo creativo”, molto diverso da quello industriale ad esempio della della carta o del vetro. Sarebbe possibile per una persona qualunque, che ovviamente non fosse un falegname, costruire un mobile partendo da materiali di riciclo come il pallet?

Si, e noi in questo lo aiutiamo. Abbiamo diversi canali di comunicazione cresciuti man mano con l'azienda. Avendo un solo punto vendita, la fabbrica, avevamo la necessità di entrare in contatto con i nostri clienti finali. Quindi siamo partiti dal sito web, poi gli abbiamo affiancato un blog in cui quasi tutti i mercoledì parliamo di sia di come è fatto il pallet: insegnamo alla gente come riconoscere un buon pallet e come riciclarlo da sé. Ci sono degli articoli che spiegano come farsi un tavolo o un divano. Da circa un paio d'anni abbiamo aperto il canale di Youtube dove, oltre a far vedere come lavoriamo e come assemblare i nostri mobili già fatti, abbiamo due tutorial. Un tutorial spiega passo passo come fare un divano partendo da tre pallet. Oltre al materiale diamo anche la conoscenza per costruire questo mobile, quindi effettivamente uno può costruirlo da solo.

Tiriamo le somme di questo bilancio ecologico del mobile in pallet: quanto inquinamento si evita riciclando un pallet?

E’ stato calcolato che durante il suo ciclo di vita un pallet assorbe 18,4 kg di CO2. Mi sono divertito a fare un calcolo: il nostro tutorial sul divano in pallet ha 368 mila visualizzazioni in Italia e  in tutto il mondo; se effettivamente queste visualizzazioni corrispondessero a 300.000 divani fatti dall'utente finale sarebbero riusati 900 mila pallet. Se moltiplichiamo 900.000 per 18,4 abbiamo che questi pallet avrebbero assorbito 16 milioni e 560 mila kg di CO2. Noi non credevamo che il nostro tutorial avrebbe avuto così tanto appeal,  però ci si rende conto che alle volte dai piccoli gesti possiamo veramente riuscire a cambiare il mondo.

Mercoledì, 07 Marzo 2018 12:01

Votare con il portafoglio. Arriva l'app Eye on Buy

Scritto da

Cosa c’è dietro un cibo che mangiamo, un abito che indossiamo o un telefonino che acquistiamo?
Qualsiasi prodotto che compriamo, spesso unicamente sulla base della variabile prezzo, è l’ultimo anello di una catena fatta di lavoratori che hanno il diritto di esser pagati e trattati nel giusto modo, di risorse naturali che vanno prelevate dall’ambiente in modo sostenibile e più in generale di una catena di produzione che dovrebbe rispettare degli standard etici.

“Spalancate le porte della vostra vita! I vostri spazi e tempi siano abitati da persone concrete, relazioni profonde, con le quali poter condividere esperienze autentiche e reali nel vostro quotidiano.”

Questo messaggio di papa Francesco, diffuso ai giovani di tutto il mondo in vista della prossima Giornata Mondiale della Gioventù del 25 marzo, esorta all’impegno e all’azione, all’incontro e alla solidarietà. La nostra società è composta anche da una miriade di persone che non solo chiedono il cambiamento, ma agiscono concretamente per determinarlo: associazioni, comunità, gruppi e singole persone che meriterebbero di essere portate più spesso alla ribalta dell’opinione pubblica. Daniel Tarozzi, già regista, autore televisivo e scrittore ma soprattutto giornalista, si è assunto il compito di viaggiare nel Paese nel paese reale delle buone pratiche, e di raccontarlo dalle pagine del suo sito Italiachecambia.org.

 

Si teorizza spesso che il giornalismo dovrebbe interessarsi di più alle cosiddette good news, le buone notizie ele buone pratiche, per non avvilire troppo l'opinione pubblica e dar conto di quanto di buono succede. Lei ha messo in pratica questo concetto, e tutto è iniziato con un camper. Ci può raccontare la genesi di “Italia che cambia”?

Si, è iniziato nel 2012 con un camper e con un viaggio nato proprio dalla voglia di andare a vedere se l'Italia era solo ed esclusivamente decadenza, corruzione, mediocrità, come mi dicevano tutti i media. Forse c'era qualcos'altro. All'epoca avevo trentaquattro anni ed ero indeciso se rimanere in questo paese. Sono partito con l'idea di fare questo viaggio nell'Italia che cambia; il mio obiettivo era incontrare persone che provassero a cambiare concretamente le cose: non idee astratte ma progetti concreti. Ero convinto di non trovare niente, ho pensato: “ci sarà qualcosa in Toscana e in Emilia, o poco altro”. In realtà è stato un viaggio straordinario: sette mesi e sette giorni in tutte le regioni Italiane. Ovunque andassi il mio problema non è mai stato trovare esperienze interessanti, ma scegliere tra tutte quelle che mi segnalavano. È stato un viaggio che ha cambiato per sempre la mia vita, perché fino a quel momento ero convinto che intorno a me ci fosse gente mediocre, che in Italia non si potessero fare le cose. Quella emersa da questo viaggio è un'Italia completamente diversa: ovunque, in tutte le regioni dal Friuli alla Sicilia, incontravo progetti che funzionavano, che mettevano al centro la sostenibilità sociale, ambientale, umana, e aumentavano fatturati, assumevano; giovani che tornavano a coltivare la terra; insegnanti che realizzavano progetti straordinari, nonostante le varie leggi folli; nelle periferie delle grandi città progetti di integrazione: a Scampia, Roma, Palermo, Milano. Insomma un'Italia davvero incredibile, che non solo aveva la follia di sognare, ma la capacità di realizzare i propri sogni, grazie a individui che si attivavano per cambiare le cose, ma anche grazie a una straordinaria rete umana di persone che continua a premiarli. Perciò so che l'Italia non è come pensiamo, e tornato da questo viaggio ho scritto un libro, “Io faccio così”. Era la risposta che mi davano quelli che incontravo: “io faccio così… nonostante la crisi… nonostante chi non mi capisce… nonostante non abbia i soldi”. Poi ci siamo detti: “E tutte le storie che non stanno in quel libro?”. Così, con un gruppo di colleghi e colleghe, Italiachecambia.org è diventato il nostro giornale; un giornale che racconta ogni giorno queste storie, riportandole su una mappa che ora raccoglie 1800 progetti e pubblica 200 video; e che cerca di mettere in rete queste straordinarie realtà.

Possiamo fare degli esempi concreti? Chi è stato il primo alfiere del cambiamento che lei ha incontrato, e chi le ha lasciato un ricordo particolare?

L'indagine è iniziata in Piemonte, quindi i primi incontri sono stati in questa regione. È molto difficile per me ricordare il primo, perché già dai primi giorni è stato un affollarsi di incontri, uno dopo l'altro. I primi ricordi che mi sono rimasti impressi sono relativi a una rete di imprenditori che ho incontrato vicino Torino, in Val di Susa. Si chiama Etinomia, imprenditoria etica: micro imprenditori che, mettendo al centro valori di eticità e sostenibilità, venivano premiati dalla comunità che li sceglieva proprio per questo. A distanza di sei anni, dopo altre centinaia di incontri, è quasi impossibile dire chi mi sia rimasto più impresso. Ci sono uomini e donne, giovani, anziani, di tutte le età, che faticosamente, nonostante tutto cambiano le cose. All’epoca mi sono ripromesso una sorta di missione: non vi tradirò, racconterò le vostre storie, non vi lascerò soli. Quindi li porto tutti nel cuore. Mi viene in mente una straordinaria coppia nel Cilento, che nonostante l'isolamento sta cercando di costruire un micro sistema agricolo, economico e alimentare.

Le storie raccontate sul sito parlano di decrescita, di baratto, di microimprese, anche in comparti cruciali per un paese, come quello agricolo. Se tutto questo diventasse sistemico non si rischierebbe di penalizzare un paese come l'Italia, comunque legato ai grandi flussi finanziari e politici globali?

Decrescita, baratto, etc. sono alcune delle esperienze che raccontiamo; ma raccontiamo molto anche di imprenditoria, di reti di imprenditori, di cooperazione che vince sulla competizione: aziende che si mettono insieme e cooperando riescono ad aumentare i fatturati. In realtà è proprio un altro sistema economico che sta già funzionando: mentre un sistema crolla un altro emerge. Non credo che questo penalizzerebbe l'Italia, anzi. [Sarebbe] un'Italia sensata, basata sul turismo sostenibile e responsabile, sull'agricoltura locale, sui fablab (laboratori digitalizzati per la fabbricazione in serie su piccola scala di oggetti e meccanismi, ndr.), sulle stampanti 3D, sull'ingegneria, sulla cultura. Non parliamo solo di agricoltura, ma anche di modernità. Un'Italia che mettesse al centro queste cose, secondo me primeggerebbe in Europa e nel mondo. Chi lo sta facendo viene premiato già oggi: tutti i progetti che abbiamo raccontato, a distanza di sei anni stanno continuando ad andare bene. Quello che vedo è un altro tipo di sistema. Il problema con la politica non è che non appoggia questi progetti, ma che li frena. La burocrazia è davvero devastante. Perfino nei territori delle mafie, quando chiedevo: “Qual è la più grande difficoltà che incontri?”, rispondevano certamente “la mafia”, “non ho i soldi”, “nessuno mi capisce”, ma anche: “Il più grande problema è la burocrazia, la follia delle leggi Italiane che mi impediscono di fare le cose. Quindi, piuttosto che aiutarmi - mi dicevano - vorrei che lo Stato non mi ostacolasse”; e assicuro che questi non sono liberisti.

Di che cosa hanno bisogno questi Italiani che vogliono cambiare? Più comunità, più finanziamenti, più credito dalle banche?

Secondo me hanno bisogno di un altro immaginario. L’economia non è il vero problema: su italiachecambia.org raccontiamo di molti progetti che hanno trovato i soldi “dal basso”, anche tanti. Ciò che frena le persone è il sentirsi strani, soli, isolati; non sapere che si possono fare le cose ed essere convinti che in Italia non si possa fare niente, che gli Italiani non vogliono cooperare, che sono mediocri e ladri. Di conseguenza una persona, magari giovane, è spinta a non fare le cose, perché tanto non si può fare niente. La realtà è che si può fare, magari con difficoltà e con fatica. Se se ne ha conoscenza si possono anche copiare i modelli sostenibili. “Comuni virtuosi”, una delle realtà che raccontiamo, ha uno slogan bellissimo: “Vietato non copiare”. Se ci sono persone che realizzano progetti perché non posso farlo anch'io, magari in un altro territorio?

“Italia che cambia” non è soltanto il racconto di queste pratiche ma anche la trasmissione delle esperienze attraverso dei corsi che organizzate. Ce ne può parlare?

A un certo punto abbiamo deciso di affiancare al racconto giornalistico anche quello offline, con una serie di corsi. Abbiamo due filoni. Il primo è “Italia che cambia, dalla teoria alla pratica”, in cui cerchiamo di trasmettere come si affronta il cambiamento individuale e collettivo. Il secondo è “Progettare il cambiamento”, un percorso in tre mini soggiorni residenziali in cui si parla dei paradigmi di pensiero di questa Italia che cambia; delle tecniche di facilitazione; nel terzo weekend, che tra l'altro sarà marzo, si mette in pratica questo tipo di approccio, nel caso specifico per costruire un eco-villaggio, ma è qualcosa che si può applicare a tutti i campi della vita. Quindi c’è davvero un'Italia diversa da quella che vediamo ogni giorno. Andate a vedere su Italiachecambia.org; guardate i video, le 200 storie; guardate la mappa, le campagne che abbiamo realizzato: cento attori del cambiamento si sono messi intorno a 17 tavoli tematici per dirci concretamente che cosa possiamo fare per cambiare le cose dal basso. Possiamo farlo adesso. Chiunque governerà, il cambiamento vero parte da noi; quindi smettiamo di delegare, di rinunciare alla nostra autodeterminazione, e attiviamoci. Possiamo farlo ora.

Pagina 1 di 14

Informazioni aggiuntive