Quando il volontariato d’impresa diventa esperienza di vita

Scritto da   Lunedì, 05 Gennaio 2015 12:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Marco Cerboni, di Coldiretti Lazio, è intervenuto su A Conti Fatti, trasmissione a cura di Economiacristiana.it trasmessa dalle frequenze di Radio Vaticana Italia. 


 

Dottor Cerboni, lei ha partecipato come volontario al progetto promosso dalla Compagnia delle Opere di Roma e Lazio. In particolare nei giorni scorsi lei ha prestato servizio presso una delle mense del Circolo San Pietro. Ci vuole parlare di questa esperienza?

 

E' stata un'esperienza molto interessante. In realtà non posso dire di aver fatto un servizio di volontariato, perché è stata un attività piuttosto semplice. Si è trattato quasi di un “non servizio” in quanto l'organizzazione della mensa era perfetta, e non c'era quasi bisogno di nessuna presenza. D’altro canto abbiamo conosciuto tutta una serie di persone difficili da incontrare in un contesto normale: si tratta di quelle persone la cui realtà, nonostante sia conosciuta, rimane spesso “invisibile”. Durante l’esperienza del volontariato d’impresa questa “invisibilità” è scomparsa e abbiamo conosciuto persone reali, con i loro problemi.

 

 

 

Da questa esperienza in che modo lei si sente arricchito soprattutto da un punto di vista umano?

 

Ognuno di noi ha i suoi problemi e capita che nella routine giornaliera tutto il resto passa in secondo piano. Presi dalla routine quotidiana capita, quindi, che i veri problemi in realtà rimangono in disparte: c'è il rischio di passare un'intera vita appresso alle cose frivole non comprendendo quali sono i veri problemi.

 

 

 

All’interno dello stesso progetto, lei ha svolto servizio anche presso il carcere di Rebibbia, lavorando con alcuni detenuti. Cosa ha tratto da questa esperienza?

 

Ho trovato un ambiente, anche dal punto di vista formale molto educato e questo mi ha molto colpito: ci si immagina determinati ambienti, come quello del carcere, caratterizzati da determinati elementi e poi si scopre che così non è. Inoltre ho riscontrato nel carcere quell'umanità che accumuna un po' tutti: il detenuto, anche quello che coltiva l'orto, o che sta in cucina o che svolge altri servizi, appare di una normalità disarmante.

 

 

 

Sono esperienze che lei rifarebbe e che si sentirebbe di consigliare?

 

Assolutamente si, soprattutto per uscire da questo ambiente auto referenziale dove si rischia di vivere un'intera vita non sapendo quello che succede nella porta accanto.

 

 


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