Accogliere famiglie in difficoltà senza fare assistenzialismo

Scritto da   Domenica, 11 Ottobre 2015 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Nella parrocchia di Santa Maria Madre di Ospitalità a via del Torraccio a Roma da anni famiglie in difficoltà trovano accoglienza nel Villaggio dell’ospitalità. Accoglienza, ospitalità, non assistenza; le famiglie accolte nel villaggio compiono infatti con gli operatori un viaggio finalizzato al raggiungimento di una piena autonomia economica e abitativa.


Don Carlo Stanzial, parroco di Santa Maria Madre di Ospitalità, ne parla su “A Conti Fatti”, trasmissione a cura della redazione di economiacristiana.it e trasmessa da Radio Vaticana Italia.

 


La parrocchia di Santa Maria Madre di Ospitalità ha utilizzato parte dei suoi terreni per realizzare un'iniziativa decisamente particolare che è il Villaggio dell'ospitalità. Come è nata questa idea?
Avevamo un campo di calcio come tutte le parrocchie e varie attività per i ragazzi. Però nel 2005/2006 ci rendiamo conto che i ragazzi cercavano ben altro per i loro sport, perché non bastava più la nostra disponibilità di terreno per giocare a pallone, ma volevano il mister, le docce, volevano questo e quello e ci sembrò che tutto stesse andando non più verso uno stare insieme oratoriano, ma uno stare insieme troppo specializzato che favorisse chi può pagare e non i veri poveri.
Contemporaneamente noi abbiamo come titolo della chiesa Maria Madre di Ospitalità e ci siamo resi conto che parecchie famiglie avevano il problema della casa, sia italiane che straniere. Prima abbiamo cominciato ad ospitare alcuni rom con i loro camper, perché litigavano nel campo dove erano, poi alcuni rumeni, italiani, single.
Abbiamo deciso che, dopo aver costruito la chiesa, era bene dare un segno di carità molto sereno, molto tranquillo. Siamo andati a fare un giro negli uffici preposti per l'emergenza casa, per vedere se avevano delle idee, dei suggerimenti, ma ci siamo resi conto che era meglio partire da soli.
Così è nata l'idea di questo villaggio. Abbiamo avuto la benedizione di avere ancora aperto il progetto della costruzione della chiesa e di poter fare un cambio in corso d'opera. Allora abbiamo lanciato l'idea e il comune ci ha accettato di utilizzare i metri cubi, che ci avanzavano dal terreno della Chiesa proprio per l’accoglienza delle persone.

 

Quindi sono sorte delle case vere e proprie per famiglie in difficoltà economica e abitativa. Quante sono e che tipo di percorso fanno con voi?
Oggi siamo 17 famiglie. Noi privilegiamo nell'accoglienza famiglie con bambini sino a 10 anni e abbiamo attualmente 7 etnie diverse che vivono insieme e questo per noi è molto significativo perché non si tratta solo di religioni diverse, musulmani, copti, cattolici, ortodossi, ecc, ma andiamo daigli italiani, ai roma, agli africani e questo è per me un segno molto bello e molto interessante.
C'è una prima accoglienza di tre mesi per conoscerci, perché venga fuori la verità della situazione e per vedere quanto queste famiglie accolte hanno il desiderio di risolvere i loro problemi, perché ci sono molte famiglie che cercano solo assistenza, ma noi non facciamo assistenza.
Passati i primi tre mesi comincia il percorso che sono tre progetti di sei mesi ognuno.
Nel primo progetto  si risolvono i problemi, quindi documenti, permessi, situazioni varie anche di droga e di alcool, poi ci sono altri sei mesi in cui si comincia ad impostare una vita sana e serena di famiglia, infine il terzo progetto, anch’esso di sei mesi, è il progetto di uscita dove si comincia a guardare dove andare, dove trovare una casa, come fare, come pagare ecc.

 

Quante sono le famiglie che al termine dei 18 mesi hanno ottenuto autosufficienza da questo punto di vista?
Direi che il 90% di chi accetta di rimanere riesce poi ad uscire e la cosa che ci fa piacere è che spesso le famiglie rimangono nella zona e continuano a frequentare il villaggio.

 

Come riuscite a sostenere i costi di quest'opera?
Il primo costo non sono i soldi, ma le persone. Abbiamo la fortuna di avere con noi le Figlie della Carità, che abitano qui in parrocchia e che sono le vere animatrici del villaggio, poi abbiamo dei volontari che mantengono il rapporto tra comunità e villaggio, i tutor che seguono ogni famiglia del villaggio e poi abbiamo gli operatori che portano avanti i progetti a piccoli gruppi.
Infine ci sono tante persone della comunità che hanno adottato il villaggio e che vi contribuiscono. Si va avanti così, con la buona volontà di tutti.
Le famiglie che sono ospitate nel villaggio o danno un piccolo contributo mensile, solo per pagare le spese vive, oppure fanno un lavoro all' interno della comunità che permette loro di supplire a quei 50 euro che non riescono a dare mensilmente.

 

Quali sono le prospettive future?
C'è una realtà che sta nascendo ora dal villaggio e che comincerà con la fine di ottobre. Stiamo aprendo un'azienda agricola, a mezz'ora di strada da qui, dove faremo tutta una serie di attività che diano la possibilità a queste persone di guadagnarsi qualcosa. Per cui ci saranno degli animali, ci sarà un orto sinergico, dove si impara a vivere a contatto con la natura, ci saranno le api, giochi per bambini, un agriturismo dove ospitare per una giornata le persone. Stiamo poi sperimentando una coltivazione di zafferano, lo abbiamo scelto perchè comporta poco lavoro sul campo e tanto lavoro dopo la raccolta, durante l'essiccazione.

 

Un villaggio del genere è sicuramente molto impattante sulla vita della comunità parrocchiale. In che modo la comunità ha accolto e si è integrata con le persone che fanno parte del villaggio?
Indubbiamente all'inizio ci sono stati un po' di problemi, perché bastava che avvenisse un furto in una famiglia, che si accusava noi. Quello su cui puntiamo è la conoscenza reciproca per cui abbiamo tutta una serie di manifestazioni in cui la comunità cristiana e il villaggio sono chiamati a vivere insieme, abbiamo la festa dei rioni del quartiere, e un rione è anche il villaggio, in cui ci si conosce e si vede che sono persone che hanno le loro tradizioni, le loro culture, le loro capacità di dialogare e di stare con gli altri.

Poi c'è una giornata del ringraziamento in cui ci invitiamo a pranzo gli uni e gli altri: quest’anno abbiamo avuto 86 famiglie che hanno invitato a pranzo, che hanno accolto a casa loro o sono andati a casa di altri.
Questi scambi servono a conoscersi e quando ci si conosce cadono tutte le barriere.

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