Casa Scalabrini 634, porte aperte per i rifugiati

Scritto da   Domenica, 17 Gennaio 2016 16:00 dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email
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Lo scorso 24 è stata inaugurata a Roma Casa Scalabrini 634, una struttura di accoglienza per rifugiati, messa a disposizione dalla Congregazione Scalabriniana nello stabile precedentemente sede del Seminario Teologico dell'Istituto. Un bell’esempio di accoglienza in un quadrante della capitale in cui diverse volte la convivenza tra residenti e migranti è risultata complicata.


Il direttore di Casa Scalabrini Emanuele Selleri è intervenuto su “A Conti Fatti”, programma a cura di Economiacristiana.it trasmesso da Radio Vaticana Italia ogni domenica alle 15.40 e tutti i lunedì alle 11.35

 

Innanzitutto le chiedo di parlarci degli scalabriniani. Chi sono?
I missionari scalabriniani, conosciuti anche come missionari di San Carlo, sono una congregazione religiosa nata nel 1887 grazie a Monsignor Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza alla fine del secolo scorso.

Vedendo i flussi migratori dei nostri compatrioti che cercavano fortune negli Stati Uniti e nel Sud America Monsignor Scalabrini ha pensato di mandare dei missionari, fin dal viaggio in nave, per creare delle nuove missioni per le comunità italiane che nascevano dall'altra parte del mondo.

 

Gli scalabriniani nascono dunque come sostegno agli emigranti italiani, ma nel tempo hanno cambiato la loro missione adattandosi ai nuovi flussi.

Si, hanno dovuto modificare la mission per seguire le persone che sono in movimento.
Negli anni 60/70 è cambiata un po' la visione originaria e si è andati verso delle migrazioni globali e negli ultimi anni ci si è soffermati  sul tema dei rifugiati. In Italia,  dopo il richiamo del 2013 di Papa Francesco ad aprire i conventi chiusi e di destinarli ai più sofferenti, che in questo momento sono i rifugiati, la direzione regionale degli scalabriniani ha fatto una riflessione molto interessante e ha scelto di trasformare il proprio seminario, l'istituto teologico sulla Casilina, in una casa di accoglienza per i rifugiati spostando i seminaristi in un'altra struttura, più piccola.
In questo momento la casa accoglie 32 persone, il masismo possibile perché pensiamo che sia il numero limite per fare un'accoglienza dignitosa. Accogliamo giovani adulti, ma anche nuclei familiari,  abbiamo quindi anche bambini, anziani e donne all'interno della casa.
Cerchiamo di occupare la zona grigia dell'accoglienza, cercando di dare un'opportunità a queste persone per 6/12 mesi, vedendo i percorsi individuali di ogni persona, si fare l'ultimo step, quello dell’integrazione.

 

Come ha reagito il quartiere alla presenza di queste persone?
Non è stato semplice. Abbiamo iniziato a pensare a quest'attività un anno fa, si è concretizzata il 20 giugno con l'arrivo del primo ragazzo, Mohamed dall'Afghanistan, ma abbiamo inaugurato ufficialmente lo scorso 24 ottobre. Abbiamo quindi vissuto quasi tre mesi di prova.
È stato un inserimento silenzioso nel territorio, un inserimento pacifico. All'inizio, quando ancora non si sapeva bene quale sarebbe stato l'utilizzo di questa struttura, abbiamo avuto delle dimostranze da parte dei vicini, era subito dopo i fatti di Tor Sapienza e dopo Mafia Capitale, che per la città di Roma è stato devastante da questo punto di vista.
Noi siamo andati avanti testimoniando la nostra missione e la comunità si è accorta da sola di quello che stavamo facendo, si sono resi conto anche loro che questo servizio non provocava nessun tipo di scompenso alla comunità.

La nostra idea è di cercare di creare delle occasioni di incontro e di dialogo a servizio dello stesso territorio; abbiamo voluto che Casa Scalabrini fosse un centro aperto, per non creare un ghetto, ma le condizioni per far si che i vicini si possano incontrare con chi sta in casa e che la casa sia anche a servizio dei vicini.

 

I tragici fatti di Parigi hanno modificato alcuni atteggiamenti nei vostri ospiti o nella comunità di quartiere?
Sicuramente questa data (il 13 novembre ndr) ha segnato il primo inizio di casa Scalabrini.
Dopo i primi mesi di apertura, in cui tutto procedeva abbastanza tranquillamente, c'è stato questo scoglio che ha provocato un raffreddamento dei rapporti con le persone. I primi giorni si respirava un'aria complicata, tutti ci guardavano con diffidenza nonostante fossero persone che erano entrate in casa e avevano conosciuto i ragazzi; alcuni si sono avvicinati chiedendo di chiudere le porte perché lì avrebbero potuto essere ospitati dei possibili terroristi.

La metà delle persone ospitate sono di religione musulmana; abbiamo anche cattolici, ortodossi, cristiani evangelici, buddisti, ma purtroppo allo sguardo di chi è fuori, quando succede una cosa del genere sono tutti musulmani e tutti possibili terroristi.

Questo ha portato delle complicazioni ai ragazzi che vivono in casa perché si sono sentiti un'altra volta messi in una condizione di dover ricominciare da zero e ridimostrare di poter stare qui e convivere serenamente. 
Ci siamo aperti al territorio, visitiamo scuole, parrocchie portando la testimonianza dei nostri ragazzi per far ascoltare la vera voce di chi è un rifugiato e cercare di riportare un po' di serenità e di dialogo fra le persone.

 

Il Giubileo che occasione sarà per Casa Scalabrini?
Personalmente lo vivo con speranza. Vedo una grande risposta della nostra Chiesa su questo tema, nonostante a volte questo vada contro la volontà degli stessi cristiani e di chi vive la comunità  perché c'è della paura e della sofferenza innegabile.

Vedo lo sforzo che parte da Papa Francesco di aprire le porte. Ne parliamo spesso anche con i ragazzi non di fede cristiana-cattolica come una grande opportunità che si da anche a loro di poter riflettere e pregare per far si che tutto ritorni a una condizione più umana, più serena in modo che si possa tornare a vivere e camminare fuori  casa con la testa alta.

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